Dante Alighieri, Inferno XXVI, Ulisse, vv. 112-126

«”O frati,” dissi, “che per cento milia 112
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente 115
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza: 118
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.»


Li miei compagni fec’io sì aguti, 121
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino, 124
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Parafrasi

“O fratelli” dissi (parla Ulisse) “che per cento mila

pericoli siete arrivati presso il confine occidentale (del mondo conosciuto)

a questa così importante breve vigilia (veglia)

dei nostri sensi di ciò che rimane da vedere

non negate l’esperienza

dietro al sole (l’occidente), del mondo disabitato.

Considerate la vostra origine:

non siete nati per vivere come animali

ma per seguire la virtù e (apprendere) la conoscenza”

I miei compagni feci io così accesi di desiderio

con questo breve discorso, al cammino,

che appena poi li avrei trattenuti;

e rivolta la nostra poppa verso oriente (quindi la prua in direzione dell’occidente)

rendemmo i remi ali al folle volo

sempre procedendo verso sinistra

Commento

Ci troviamo nell’ottava bolgia dove si punisce il cattivo uso dell’ingegno utilizzato in contrasto con le norme morali e religiose. In questo canto troviamo Ulisse che con un abile trucco riuscì a far entrare guerrieri armati nella città di Troia e rendendo possibile la vittoria degli Achei nella guerra che ormai si trascinava per dieci anni.

Ma l’atteggiamento di Dante non è di disprezzo di fronte all’eccellenza dell’ingegno che è un dono di Dio. Infatti decide di raccontare non la colpa per cui Ulisse è punito all’Inferno ma la sua smisurata brama di conoscenza che lo portano a varcare con pochi compagni le colonne d’Ercole, ovvero il limite delle acque conosciute e a lanciarsi nell’oceano aperto.

I versi riportano “l’orazion picciola” con cui Ulisse convince i compagni a tentare l’ennesima impresa, quella di andare ad esplorare terre disabitate dove nessun uomo è stato mai.

Il suo discorso riesce a fare leva in modo così potente sugli animi dei compagni che dopo li avrebbe trattenuti a stento.

Ma all’impresa che tenta non può essere sufficiente solo l’umana ragione e, non potendo avere l’aiuto della Grazia, il suo “folle volo” finisce in tragedia e muore travolto dalle onde.

Il viaggio di Ulisse fallisce perché si affida solo alle forze e all’ingegno dell’uomo e si contrappone a quello di Dante che è sostenuto dalla Grazia divina.

Ritorno in Capraia

Quando andai in Capraia la prima volta, oltre vent’anni fa, l’isola era stata da poco aperta ai turisti, dopo aver ospitato per quasi un secolo una colonia penale.

Pochissime strutture accoglievano il visitatore e l’unica strada asfaltata si spengeva dopo poche centinaia di metri dal porto per trasformarsi nella polverosa striscia di terra che arrivava fino al paese.

Poi, solo sentieri attraverso i quali a piedi si potevano raggiungere l’interno e le calette rocciose che caraterizzavano l’isola.

Dopo oltre due decenni, la presenza di un albergo e diversi affittacamere sono la spia di un maggior afflusso di turisti ma sia la distanza dalla terraferma sia l’inospitalità delle sue coste, praticamente prive di spiagge, hanno preservato l’integrità di questa perla dell’arcipelago toscano, circondata da acque cristalline.

Così l’essere umano che rifugge i lidi troppo affollati e i molesti schiamazzi tipici delle estive località di mare, qui può trovare ritmi più lenti, scanditi dall’arrivo dell’unico traghetto giornaliero; arrivare in calette dove poche persone, rispettose dell’ambiente circostante, si avventurano e si siedono su spartane lastre di roccia o aguzzi scogli; farsi inebriare dal profumo dell’elicrisio, particolarmente intenso in primavera; dall’alto affacciarsi sul golfo dove placide imbarcazioni si muovono lente intorno al porto; percorrere sentieri nell’interno e immergersi nella natura più selvaggia dove, ad un certo punto, quasi per magia, tutti i rumori scompaiono, anche quello lieve del vento e si può fare l’esperienza del Silenzio, quello vero, quasi stordente per le nostre orecchie, totalmente disabituate alla completa assenza di ogni suono.

Siviglia e Cordoba: perle dell’Andalusia

L’Andalusia è una regione sempre inondata dal sole, in ogni stagione dell’anno. Ma se in estate le alte temperature rendono il viaggio faticoso e a tratti disagevole, in inverno possiamo attraversare queste terre con un clima quasi sempre mite e senza l’incertezza delle condizioni meteorologiche che caratterizzano altre mete invernali (almeno nel nostro continente).

Tra le città più belle dell’Andalusia c’è Siviglia, il capoluogo della regione. Il centro storico è abbastanza raccolto e si può visitare tutto a piedi, godendo delle bellezze del luogo come l’imponente cattedrale, una delle più grandi al mondo, il suo campanile, ex minareto, la torre dell’oro e la maestosa forma semicircolare della Plaza de Espaňa.

Ma a Siviglia ci si può perdere anche tra gli stretti vicoli del centro, ammirarne gli scorci, farsi sorprendere dalle piazzette che si aprono all’improvviso, quasi sempre allietati dai caldi colori degli aranceti. E ancora i parchi e i grandi spazzi verdi, le passeggiate lungo il Guadalquivir, fermarsi a bere o a mangiare tapas nei numerosi bar all’aperto, confortati dalla sensazione di trovarsi a casa e non in un paese straniero.

Prenotando in tempo, è possibile visitare l’Alcazàr, antica fortezza araba e poi palazzo reale, dove la mescolanza tra stile islamico e occidentale ha prodotto un’alchimia di architettura, colori e decorazioni che sorprendono profondamente il visitatore.

Con quaranta minuti di treno veloce da Siviglia, si arriva a Cordoba, altra perla dell’Andalusia. Dalla stazione, attraversando giardini e perdendosi nel reticolato di stradine e piazzette del quartiere ebraico, si arriva alla Mezquita, un edificio immenso dove l’architettura islamica si mescola con quella cristiana. Dopo aver attraversato il Patio de los Naranjos, il cortile della arance, varcato l’ingresso, ci si trova immersi in una moltitudine di snelle colonne, sormontate da doppie arcate che creano un effetto moltiplicatore che allarga lo spazio donandoci una vaga percezione dell’infinito.

La meraviglia che investe il visitatore lo spinge a percorrere in lungo e in largo questa foresta di 856 colonne, rapito dalla loro linearità e dalla fuga prospettica, smarrendosi tra le 19 navate dove si possono ammirare altri elementi di architettura araba come il mihrab, che indica ai fedeli il luogo verso cui pregare.

In origine le colonne erano 1293 ma, quando Cordoba fu riconquistata dai cristiani, la moschea fu convertita in cattedrale, abbattendo la parte centrale per far posto ad un miscuglio architettonico gotico-rinascimentale-barocco, sontuoso ma sacrilego perché ha causato la rottura dell’unità del bosco di colonne.

Il viaggio- Mont Saint-Michel

Viaggiare significa allontanarsi dalla tediosa, ma spesso anche rassicurante, quotidianità ed esplorare posti nuovi, che possono essere incontaminati luoghi naturali ma anche affollate metropoli dove svettano imponenti grattacieli, capolavori dell’architettura moderna.

Nella nostra cultura, il viaggio per antonomasia è quello di Ulisse che, dopo la conquista di Troia, non torna a casa come gli altri principi greci, ma intraprende un itinerario di conoscenza, anche interiore, che lo porterà a stare lontano dalla sua terra per altri dieci anni.

Il suo viaggio non è una fuga dalle responsabilità o un desiderio di allontanarsi dalla sua isola natia, ma una profonda esigenza interiore di conoscere nuovi lembi di terra che sempre convive con la struggente nostalgia per la sua Itaca.

Successivamente viaggiare è stato spesso funzionale a qualche altra esigenza, come quella nel corso del Medioevo del pellegrinaggio, oppure il gran tour settecentesco che i colti aristocratici facevano per vistare le vestigia del passato, soprattutto in Italia che ne è particolarmente ricca.

Forse solo con Vittorio Alfieri si riscopre il viaggio come insopprimibile bisogno interiore e il suo “forte sentire” lo possiamo comprendere bene nella sua autobiografia “La vita scritta da esso”, opera molto fruibile anche per i lettori contemporanei, nonostante il linguaggio settecentesco.

Al giorno d’oggi è difficile trovare qualcuno che non abbia esperienze di viaggi, ma ognuno le vive in maniera diversa, a secondo della sua sensibilità e al proprio vissuto.

Ora vi parlerò di una delle mie esperienze più significative, quella della visita in Normandia di Mont Saint-Michael, un luogo che galleggia tra mito e realtà.

Di primo mattino, dopo aver solcato chilometri e chilometri di suolo normanno, giunsi nei pressi dell’isolotto di Mont Saint-Michel, meta della mia escursione di quel giorno. La sua forma conica che spuntava dal mare scintillante mi era già apparsa molto tempo prima che arrivassi a destinazione e, pur da così lontano, mi procurò un’emozione intensa, come di qualcosa vagheggiato a lungo e che finalmente ci appare allo sguardo.

Lasciata l’auto, mi incamminai attraverso la passerella che da pochi anni collegava l’isolotto alla terra ferma. Per molto tempo, al suo posto c’era stata una brutta strada costruita su un terrapieno che impediva all’acqua di passare da una parte all’altra, provocando l’accumulo di sabbia che avrebbe causato presto, in mancanza di un intervento, la perdita della caratteristica tipica dell’isola.

Intorno l’alta marea riempiva tutti gli spazi che gli erano consueti e dal mare veniva un vento sostenuto che sferzava il viso e la pelle delle braccia, che erano scoperte.

A mano a mano che procedevo, lo sguardo era sempre rivolto alla rocciosa collina sormontata dall’abbazia che, imponente, si approssimava sempre di più.

Entrai dalla porta della cittadina e mi ritrovai su una stradina affollatissima di turisti che si arrampicava, avvolgendo il colle, verso il punto più in alto. Ma né la presenza straripante di persone, né quella fitta di negozi di souvenir e posti dove mangiare, riuscivano a scalfire la magia di quell’ascesa che sembrava avere qualcosa di mistico.

Ogni tanto mi allontanavo dalla strada e mi affacciavo sul mare che circondava completamente l’isolotto in attesa di piccoli segnali che avvertivano di cambiamenti in corso.

Dopo aver contemplato il cielo e l’increspata distesa marina, guardando verso terra, cominciai a scorgere i primi segni di una secca che anticipavano il ritiro delle acque.

Continuai a salire fino a che non giunsi fino all’ingresso dell’abbazia di San Michele e, dopo aver dato un’ultima occhiata all’esterno, mi immersi nei grandi saloni dominati dalle possenti colonne romaniche e immaginai la vita che conducevano i monaci, lontano dai tumulti del mondo esterno, avvolti nel rassicurante abbraccio del silenzio.

L’isola nel corso della storia non era stata mai conquistata da chi veniva dal mare, proprio perché protetta dalla marea che si ritirava e avanzava così velocemente che era impossibile avvicinarla da parte di navi nemiche.

Quando mi ritrovai all’aria aperta, fui sorpresa di scorgere ampie distese di secca nella zona più vicina alla costa. La marea si ritirava rapidamente e, dopo aver pranzato, mi resi conto che anche verso l’esterno, la pianura d’acqua aveva lasciato il posto ad una superficie limacciosa dove pesci poco accorti venivano cacciati facilmente dai gabbiani.

Oltre Mont Saint-Michel, sorgeva l’isolotto di Tombelaine che, quando la secca raggiungeva la sua massima espansione, poteva essere raggiunta a piedi, camminando a piedi nudi sulla distesa di fango.

Si racconta che talvolta in passato i pescatori, che si erano attardati nelle zone di secca, erano stati sorpresi dal ritorno della marea che saliva, così si diceva, al ritmo di cavalli al galoppo. Pare inoltre che siano presenti ancora oggi delle sabbie mobili e la gente del luogo sconsiglia di avventurarsi da soli, ma di andare sempre con una guida.

Nonostante queste raccomandazioni, erano diverse le persone che si erano incamminati verso l’isolotto di Tombelaine e anch’io, una volta scesa in basso, mi tolsi le scarpe, mi tirai su i pantaloni e cominciai ad avanzare verso il largo. Ma l’acqua, che cominciava da lontano a tornare sui suoi passi, mi indusse a tornare indietro dopo poche decine di metri dalla partenza.

Nel giro di poche ore tutta la baia sarebbe stata di nuovo coperta dal mare.

Come accadeva tutti i giorni. Da sempre.

Dante Alighieri- Inferno. Canto III – La porta dell’inferno (vv. 1-12)

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ’l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Parafrasi

Attraverso me si va nella città dolente (l’inferno)

attraverso me si va nel dolore eterno

attraverso me si va tra la gente dannata.

Il mio alto fattore (Dio) fu mosso dalla giustizia:

mi creò la potenza divina (il padre)

la somma sapienza (il figlio) e il primo amore (lo spirito santo).

Prima di me non furono cose create

se non eterne ed io duro eternamente.

Lasciate ogni speranza, voi che entrate.

Queste parole minacciose

io vidi scritte nella parte più alta di una porta;

per cui io:”Maestro, il loro senso mi risulta terribile”

Piccolo commento

Dante e Virgilio arrivano davanti alla porta dell’Inferno sulla sommità della quale sono scritte parole terribili che ribadiscono il concetto di dannazione eterna e cancellano ogni speranza. L’idea viene a Dante probabilmente dalle epigrafi metriche poste sopra le porte delle città medievali.

I primi tre versi sono caratterizzati dalla martellante anafora introdotta dalla locuzione “Per me si va”.

Nella seconda terzina sono presenti le perifrasi (giri di parole) che indicano la Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Infatti l’Inferno non è solo frutto della potenza di Dio ma anche della sua sapienza che regola l’armonia dell’universo e del suo amore che esprime un’infallibile giustizia.

L’Inferno fu prodotto dalla caduta di Lucifero sulla terra, pochi istanti dopo la creazione degli angeli.

Tutte le cose create prima dell’Inferno (come angeli e cieli) sono eterne e eterno è esso stesso.

L’autista suscettibile e la professoressa Coccosato

Durante i viaggi di istruzione, specialmente se prevedono anche il pernottamento, sarebbe opportuno che almeno gli adulti mostrassero un atteggiamento calmo e misurato in modo che la gita si svolga il più serenamente possibile, nonostante l’onere di portarsi dietro 80-100 fanciulli di età variabile.

Ma talvolta l’incontro di personaggi non particolarmente compassati può provocare situazioni al limite dell’imbarazzo, a voler usare un eufemismo.

Come esempio di tali incresciosi avvenimenti, riporterò un episodio che veniva tramandato di docente in docente in una delle scuole in cui ho fatto supplenza.

La festosa compagnia dei ragazzi si radunò la mattina presto e, insieme ai loro coraggiosi insegnanti, salirono sull’autobus che li avrebbe condotti a vivere meravigliose avventure, lontani da casa.

Era un viaggio su più giorni e, tra i vari insegnanti accompagnatori, c’era anche la professoressa Coccosato.

Costei, dopo nemmeno mezz’ora di viaggio, cominciò a mostrare segni di irrequietezza per la guida dell’autista che ora le sembrava stesse troppo vicino al veicolo che precedeva il pullman, ora andasse troppo veloce, ora fosse troppo distratto. L’oggetto di tali considerazioni prima cercò di spiegare che la distanza di sicurezza era salvaguardata, la velocità tenuta non superava i limiti e il suo livello di attenzione era adeguato, poi, visto che la litania non cessava anzi cresceva di intensità, cominciò prima ad irritarsi e poi letteralmente ad infuriarsi.

Ad un certo punto, senza consultarsi con nessuno, entrò in un’area di servizio, fermò il mezzo e andò ad aprire il vano laterale dove si tenevano tutti i bagagli. Da qui prese quelli della Coccosato e cominciò a lanciarli per strada, gridando che non la voleva più sul suo pullman. Tutto sotto lo sguardo esterrefatto dei gitanti.

Ci vollero alcune decine di minuti e tutta la diplomazia degli altri docenti presenti per convincere l’autista a riprendere a bordo la Coccosato e a persuadere lei che era meglio tenere per sé le sue opinioni sulla guida altrui, non solo per quella giornata ma per l’intera durata della gita.

Altrimenti, difficilmente avrebbe potuto portarla a termine.

Giuseppe Ungaretti- Selezione di poesie

STASERA

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

ALLEGRIA DI NAUFRAGI

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare.

La gita scolastica

Un momento molto importante per i ragazzi, atteso per tutto l’anno, è rappresentato dal viaggio di istruzione. Per i docenti accompagnatori, invece, lo scopo principale della gita sarà tornare a casa vivi, possibilmente riportando indietro tutti i partecipanti.

La gita in genere si svolge così. I genitori portano i loro pargoletti la mattina presto nel luogo concordato per la partenza, li raccomandano agli insegnanti, li salutano affettuosamente magari con una stretta al cuore e poi se ne vanno pensando già a quando chiamarli per sentire dove sono, cosa fanno, se hanno mangiato, ecc.

Quando siamo riusciti a mettere a sedere tutti i gitanti, aver fatto l’appello e impartito le raccomandazioni del caso (come quella di non alzarsi in piedi durante il tragitto), si parte. Ben presto si leva un brusio che piano piano aumenta sempre di più e dopo poco cominci ad avvertire i primi segnali del mal di testa che ti accompagnerà per tutta la giornata.

Dopo nemmeno un’ora, qualcuno comincia a chiedere dove siamo; dopo cinque minuti un altro vuole sapere quando arriviamo; dopo altri dieci minuti qualcun altro chiede quando ci fermiamo perché comincia ad avere bisogno del bagno e così via per tutto il viaggio. Se per caso il pullman deve percorrere una strada con curve o addirittura salire verso la montagna, è praticamente sicuro che qualcuno si sentirà male e, per uno strano effetto contagio, anche altri lo seguiranno mentre tu ti aggirerai distribuendo sacchetti di plastica nel caso a qualcuno venga da vomitare.

Durante la sosta alla stazione di servizio raccomanderai a tutti di andare in bagno perché dopo per un po’ non ci fermeremo, ma ci sarà sempre qualcuno che non lo farà dicendo che non gli scappava, salvo poi averne bisogno dopo un quarto d’ora che saremo ripartiti. Al bar si avventeranno su qualunque oggetto che sembra commestibile, soprattutto schifezze di tutti i tipi, almeno che non siano state vietate preventivamente; ma, anche in questo caso, qualcuno non riuscirà comunque a resistere davanti a lecca-lecca, bevande dai colori improbabili, caramelle e dolciumi vari. Del resto, controllarli in modo adeguato quando si sparpagliano, occupando tutta la superficie calpestabile, è veramente impossibile.

Dopo aver visto la città o comunque quel che era lo scopo del viaggio, l’allegra comitiva si rimetterà sulla strada di casa e più o meno si ripeteranno gli avvenimenti dell’andata. Quando ci avvicineremo al luogo dove ci aspettano i genitori, raccomanderemo a tutti di chiamare, in genere indicando un orario di almeno dieci minuti prima rispetto a quello reale, in modo da poterli riconsegnare ogni fanciullo senza aspettare ore.

Finalmente arriveremo al punto di arrivo e saluteremo tutti, controllando che tutti i ragazzi abbiano ritrovato i propri familiari.

In genere la restituzione avviene senza problemi ma ogni tanto c’è qualche genitore che arriverà anche molto in ritardo o perché il vispo figlio non l’aveva avvertito, nonostante le numerose sollecitazioni, oppure perché avevano da fare e non potevano venire prima. Così può capitare che dopo 12 ore di gita, non sarà possibile per gli accompagnatori tornare a casa perché dovranno aspettare il padre o la madre di qualche ragazzo che in alcuni casi sarà necessario anche tranquillizzare perché non si spiegherà il ritardo dei genitori.

Baudelaire- L’albatro e il poeta

Charles Baudelaire – L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, le ciurme
catturano degli albatri, marini grandi uccelli,
che seguono, pigri compagni di viaggio,
il veliero che scivola sugli amari abissi.
E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi.
Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava!
Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.

Siviglia e Cordoba: perle dell’Andalusia

L’Andalusia è una regione sempre inondata dal sole, in ogni stagione dell’anno. Ma se in estate le alte temperature rendono il viaggio faticoso e a tratti disagevole, in inverno possiamo attraversare queste terre con un clima quasi sempre mite e senza l’incertezza delle condizioni meteorologiche che caratterizzano altre mete invernali (almeno nel nostro continente).

Tra le città più belle dell’Andalusia c’è Siviglia, il capoluogo della regione. Il centro storico è abbastanza raccolto e si può visitare tutto a piedi, godendo delle bellezze del luogo come l’imponente cattedrale, una delle più grandi al mondo, il suo campanile, ex minareto, la torre dell’oro e la maestosa forma semicircolare della Plaza de Espaňa.

Ma a Siviglia ci si può perdere anche tra gli stretti vicoli del centro, ammirarne gli scorci, farsi sorprendere dalle piazzette che si aprono all’improvviso, quasi sempre allietati dai caldi colori degli aranceti. E ancora i parchi e i grandi spazzi verdi, le passeggiate lungo il Guadalquivir, fermarsi a bere o a mangiare tapas nei numerosi bar all’aperto, confortati dalla sensazione di trovarsi a casa e non in un paese straniero.

Prenotando in tempo, è possibile visitare l’Alcazàr, antica fortezza araba e poi palazzo reale, dove la mescolanza tra stile islamico e occidentale ha prodotto un’alchimia di architettura, colori e decorazioni che sorprendono profondamente il visitatore.

Con quaranta minuti di treno veloce da Siviglia, si arriva a Cordoba, altra perla dell’Andalusia. Dalla stazione, attraversando giardini e perdendosi nel reticolato di stradine e piazzette del quartiere ebraico, si arriva alla Mezquita, un edificio immenso dove l’architettura islamica si mescola con quella cristiana. Dopo aver attraversato il Patio de los Naranjos, il cortile della arance, varcato l’ingresso, ci si trova immersi in una moltitudine di snelle colonne, sormontate da doppie arcate che creano un effetto moltiplicatore che allarga lo spazio donandoci una vaga percezione dell’infinito.

La meraviglia che investe il visitatore lo spinge a percorrere in lungo e in largo questa foresta di 856 colonne, rapito dalla loro linearità e dalla fuga prospettica, smarrendosi nelle 19 navate dove si possono ammirare altri elementi di architettura araba come il mihrab, che indica ai fedeli il luogo verso cui pregare.

In origine le colonne erano 1293 ma, quando Cordoba fu riconquistata dai cristiani, la moschea fu convertita in cattedrale, abbattendo la parte centrale per far posto ad un miscuglio architettonico gotico-rinascimentale-barocco, sontuoso ma sacrilego per la rottura dell’unità del bosco di colonne.