Il genitore uditore

Con l’affermarsi della didattica a distanza, resasi necessaria dalla forzata chiusura delle scuole, una nuova figura si è affacciata nel mondo della scuola: quella del genitore uditore.

All’inizio, tale personaggio era talmente discreto che quasi nessun docente riusciva a notarlo, fuori dal campo d’azione della telecamera che incorniciava, se andava bene, l’assonnato figlio.

Con il tempo il genitore ha cominciato a disseminare qua e là qualche segno della sua presenza, che si concretizzava soprattutto sotto forma di una vocina sussurrata che aveva l’evidente scopo di suggerire qualcosa all’alunno non del tutto preparato.

Non sapendo come gestire questa situazione inedita, senza tirare le orecchie ai padri o, più spesso, alle madri indisciplinati, davanti a tutta la classe collegata alla lezione, l’insegnante di turno cercava di trovare formule eufemistiche per apostrofare l’alunno come: “cerca di ragionarci da solo”, oppure “ci puoi arrivare senza l’aiuto di nessuno” o altre locuzioni di questo tipo.

Se il genitore di turno era abbastanza perspicace, si chiudeva in un avvilito silenzio e magari arrivava a lasciare la stanza del figlio. Più spesso però accadeva che questi richiami risultassero non abbastanza efficaci per contrastare la faccia tosta del genitore suggeritore che continuava come se niente fosse.

Nei casi più severi, il docente, esasperato dalla presenza costante dello sgradito parlottìo, procedeva alla convocazione a distanza del genitore in questione che, a seconda del suo temperamento poteva o rigettare ogni accusa, affermando che in realtà non aiutava il figlio ma stava lavorando ad una postazione vicina o sentirsi offeso in quanto, a suo dire, stava solo seguendo nello studio il suo pargoletto, come non capita spesso al giorno d’oggi. In quest’ultimo caso, talvolta arrivavano a consigliare agli insegnanti di rivolgere la loro fastidiosa attenzione alle famiglie poco presenti, non a quelle che si facevano in quattro per i loro ragazzi.

Più raro il caso in cui il genitore uditore comprendeva di aver sbagliato e si scusava.

L’insegnante reazionario

Nonostante decenni di studi pedagogici, teorie psicologiche e riforme scolastiche finalizzate a svecchiare la didattica tradizionale e a mettere al centro dell’apprendimento l’alunno stesso, cercando di promuovere lo sviluppo della sua personalità e a metterlo in condizione di crescere tenendo in considerazione le sue difficoltà e fragilità, possiamo ancora imbatterci in una fauna di insegnanti attaccati, come cozze allo scoglio, alla loro idea di scuola ferma al dopoguerra.

Alcuni esemplari di questa specie in via d’estinzione camminano impettiti e vestiti di tutto punto in licei prestigiosi, oppure lavorano da quarant’anni in scuole sperdute in paesi remoti, mai raggiunti da correnti innovative.

Questi, forti, della loro autorità che non cambierebbero mai con l’autorevolezza, si permettono di prendere in considerazione solo gli allievi abbastanza intelligenti e preparati da seguire pedissequamente ogni loro atto, scoraggiando i contributi personali dei ragazzi, visti sono come fastidiose interruzioni della loro lectio che considerano perfetta così com’è.

Se qualche alunno, fornito di particolare sfacciataggine, continuasse a fare interventi a sproposito o a mettere in dubbio qualcuna delle sue parole, finirebbe irrimediabilmente nella lista nera e sarebbe interrogato tutti i giorni con modalità tali che nessuna preparazione a casa potrebbe essere adeguata al raggiungimento anche solo della sufficienza.

Anche i genitori che al giorno d’oggi non si fanno problemi a coalizzarsi contro i docenti dei figli anche per motivi molto meno rilevanti, non troveranno il coraggio di prendere iniziative concrete nei confronti dell’insegnante reazionario-autoritario. I loro tentativi risulterebbero molto timidi e poco incisivi e verrebbero fagocitati rapidamente dal terribile docente che partirebbe al contrattacco, magari accusando loro stessi della maleducazione e incapacità dei figli.

Tra le azioni riprovevoli attribuiti a tali individui potrei citare insegnanti che strappano davanti a tutta la classe i compiti giudicati impresentabili e depositano, con parole di disprezzo, quel che resta nel cestino dei rifiuti; invito esplicito a dedicarsi ad un altro tipo di scuola, visto che l’alunno in questione non è palesemente all’altezza di quella dove insegna lui; sbattere fuori dalla classe, con alte grida o con voce gelida, non solo quelli che hanno parlato senza permesso ma anche coloro i quali si erano distratti un attimo e forse avevano perso qualcuna delle sue preziose parole; umiliazioni davanti a tutti i compagni di ragazzi che non hanno risposto correttamente a tutte le loro domande con parole che non vanno a rinforzare l’autostima del discente né la sua motivazione allo studio; rifiuto di qualsiasi tipo di didattica diversa dalla sua e malcelato disprezzo verso i colleghi che adottano altre modalità di insegnamento ree, secondo lui, di rammollire le nuove generazioni e renderle inette.

Per fortuna comunque l’insegnante reazionario portato alle sue estreme conseguenze è sempre più raro e quasi sempre molto vicino alla pensione. Auspichiamo, per il bene di tutti, che vengano considerati estinti nel giro di pochi anni.

L’alunno indistinto

Con la chiusura delle scuole e l’introduzione della didattica a distanza, il concetto di alunno nell’immaginario del docente si è arricchito di nuove tonalità.

Abituati alla dicotomia presente-assente della scuola in carne ed ossa, gli insegnanti si sono trovati più di una volta davanti a situazioni un po’ più sfumate che hanno dato vita a una serie di stadi intermedi che non avevano mai sperimentato prima.

Così, specialmente nei primi tempi, ma anche dopo a dir la verità, c’era sempre qualcuno che, nonostante le indicazioni tecniche, i video-tutorial, le spiegazioni personalizzate, smarrivano il codice per accedere alla lezione e vagavano tra le stanze della scuola virtuale senza riuscire ad imboccare la porta della propria classe.

Ogni tanto qualche compagno caritatevole andava loro in soccorso facendogli pervenire l’imperscrutabile stringa alfanumerica che rappresentava la chiave di accesso all’aula. Quando lo veniva a sapere era l’insegnante che provvedeva a raccogliere la smarrita pecorella e riportarla all’ovile, fornendogli nuovamente il link di accesso tramite un nuovo invito.

A volte poteva verificarsi la contingenza dell’aspirante discente che era presente nella lista dei collegati alla riunione-lezione ma che non rispondeva a nessuna sollecitazione uditiva, né tanto meno si faceva vedere. Dopo molti tentativi e suggerimenti, tra cui quello classico di entrare e uscire dall’incontro o di concedere alla piattaforma il permesso di usare il microfono e la telecamera, si riusciva a risolvere non tutti ma buona parte dei problemi di questo tipo.

Poteva anche accadere che fosse l’insegnante ad essere poco raggiungibile o visivamente o a livello uditivo, oppure il precario collegamento lo costringeva ad uscire involontariamente dalla lezione lasciando i ragazzi a chiedersi cosa fosse successo.

Infine c’erano le difficoltà non riconducibili direttamente a problemi tecnici ma frutto di strategie di evitamento che gli alunni sono sempre pronti a mettere in campo per sfuggire a interrogazioni o a controlli dei compiti a casa. Così alcuni che, fino alla lezione precedente, parlavano e rispondevano senza problemi, quando venivano interpellati dal docente inquisitore si chiudevano in un mutismo selettivo, facendo sapere dopo qualche minuto attraverso la chat che avevano provato a parlare ma che probabilmente nessuno li aveva sentiti.

L’ultima casistica che riporto, ma l’elenco è lungi dall’essere completo, riguarda gli alunni che riescono a collegarsi alla lezione, rispondono presente all’appello ma poi si imboscano dietro la telecamera spenta. Facendo controlli a campione tra questi, ogni tanto si riscontrano casi di ragazzi che vengono richiamati sia in chat che a voce ma che a più riprese non rispondono.

A questo punto il dubbio che non si trovino più davanti al computer ma in altre aree della loro abitazione diventa una certezza e vengono messi assenti.

La didattica distante

Volenti o nolenti tutti gli insegnanti di Italia hanno dovuto fare i conti con la didattica a distanza, persino quelli che avevano sempre alzato le barricate davanti alle dilaganti innovazioni tecnologiche e quelli che accendevano un computer solo se minacciati di morte.

Anche gli alunni dovevano subire la stessa sorte dei docenti e la maggior parte di loro si è adattata alla nuova modalità mostrando curiosità per l’inaspettata novità ma anche serietà nel continuare a seguire i dettami dell’insegnante, anche se arrivavano attraverso un’immagine malferma e non sempre in modo intellegibile.

Una parte dei ragazzi, invece, che a scuola frequentavano in modo non esattamente assiduo ma neanche troppo irregolare, si sono persi nei meandri delle difficoltà di collegamento e l’inadeguatezza dei device, che talvolta dovevano condividere con altri fratelli in età scolare o genitori costretti a lavorare da casa.

Le scuole, attraverso la figura-tuttofare dell’insegnante ha cercato di far fronte a questi impedimenti, perseguitando telefonicamente sia i genitori non particolarmente presenti sia i figli non eccessivamente reattivi, fornendo assistenza tecnica e, all’occorrenza, portatili e tablet fatti arrivare dal ministero.

Colmate anche queste lacune, rimanevano alla fine pochi irriducibili casi di famiglie che si opponevano con tutte le loro forze alla modalità online, illudendosi, per il fatto di non poter mandare i figli a scuola, che l’obbligo educativo fosse un po’ annacquato e ci fosse qualche scappatoia per eluderlo.

Alcuni genitori quindi si sono sentiti in diritto di dare incarichi ai figli più grandi, come badare ai fratellini quando avevano altro da fare, anche negli orari che avrebbero dovuto collegarsi per assistere alle lezioni.

Anche in questo caso, l’intervento dell’insegnante-tuttofare in versione carabiniere ha cercato di far comprendere ai tali genitori che la scuola, anche se a distanza, era da considerarsi sempre scuola, quindi era obbligatoria. Dopo numerose convocazioni on-line andate a vuoto, subendo poi le scuse più bislacche che arrivavano da parte dei cosiddetti adulti, anche queste situazioni sono state non dico risolte ma almeno ridotte a sparuti episodi.

C’è stato anche qualche genitore il quale, facendosi coraggio, ha ammesso candidamente che, avendo sentito la ministra dell’istruzione dire a marzo di non preoccuparsi visto che tutti gli alunni sarebbero stati ammessi alla classe successiva, aveva pensato che fosse inutile far frequentare le lezioni ai figli e aveva deciso che l’anno scolastico poteva dichiararsi concluso anzitempo.

Massimo Recalcati- L’ora di lezione

In questo testo pubblicato nel 2014 il noto psicoanalista Massimo Recalcati riflette su cosa significa essere insegnanti oggi in una società in cui la scuola sembra aver perso il suo ruolo di guida e la sua autorevolezza.

La tesi dell’autore è che l’insegnante è una figura insostituibile a patto che non si limiti a trasmettere nozioni e far apprendere competenze ma che sappia rendere vivo quello che insegna creando ore di lezioni appassionate ed emozionanti che sappiano aprire mondi nuovi.

Il problema della scuola oggi, dice Recalcati, non è la sua faccia feroce che la assimila a un carcere, ma il fatto che non appare più decisiva nella formazione degli individui.

Ma come si è arrivati a questa crisi profonda che ha colpito la scuola? Per rispondere possiamo chiamare i causa il concetto di “complesso”.

Riguardo la scuola possiamo isolare tre complessi che fanno riferimento a tre figure della mitologia: il complesso di Edipo, il complesso di Narciso e il complesso di Telemaco.

La Scuola- Edipo si fonda sulla potenza della tradizione e sull’autorità del padre. Il sapere che viene trasmesso esprime una fedeltà cieca nei confronti dell’autorità del passato.

Le contestazioni del ’68 e del ’77 rispondono a tutti questi criteri chiaramente edipici: i figli contro i genitori, gli allievi contro gli insegnanti, il desiderio contro la Legge.

Ma l’errore di queste contestazioni, pur feconde di idee innovative, fu quello di sostenere una versione solo puberale della libertà. Senza la Legge il desiderio si frammenta e diventa puro caos.

La scuola che viene fuori dal tale periodo è quella che possiamo definire Scuola-Narciso.

Quella di Narciso è la tragedia del perdersi nella propria immagine, del mondo ridotto a immagine del proprio Io.

In questo contesto è sempre più difficile reperire la differenziazione simbolica dei ruoli. I genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine e spesso, oltre alla loro funzione, devono ricoprire anche quella di genitore degli allievi.

Inoltre l’indebolimento dei legami sociali rafforza un rapporto simbiotico con l’oggetto tecnologico e con la connessione perpetua alla rete.

Dalla scuola ideologica precedente al ’68, siamo passati negli ultimi decenni alla Scuola-azienda in cui il modello sottostante è ipercognitivista. Il suo scopo è quello del riempimento delle teste, della computerizzazione delle conoscenze.

La rete sembra avere una risposta a tutto e chiunque può avervi accesso. Ma si tratta di una massa di informazioni senza profondità e spesso i singoli individui non sembrano avere le capacità critiche per orientarsi in questo sconfinato mare.

Ma si tratta di una condizione che provoca disagio negli adolescenti, un disagio non più centrato sull’antagonismo tra generazioni, ma sulla perdita della differenza, sull’assenza di adulti in grado di esercitare funzioni educative.

Le nuove generazioni sono abitate da una domanda di padre, come accade proprio a Telemaco.

Diversamente da Edipo, Telemaco riconosce il debito verso il padre, non lo vive come un nemico nel crocevia del suo desiderio.

Nel caso degli insegnanti non si tratta più di perseguire l’ideale dell’insegnante-padrone che sa dire l’ultima parola sul senso della vita, ma quello dell’insegnante-testimone che sa aprire mondi attraverso la potenza erotica della parola.

L’acceso alla cultura apre ad una vita più soddisfatta in grado di allargare il proprio orizzonte.

Ma perché vi sia desiderio di sapere è necessario un contagio. Ma come si può far sorgere il desiderio dei sapere quando l’apprendimento del sapere deve essere obbligatorio?

L’obbligo della Scuola segna l’uscita necessaria del soggetto dalla famiglia e il suo possibile incontro con altri mondi: è l’obbligo dell’esilio, del passaggio dalla lingua madre alla lingua dell’alfabeto.

Ma come fa l’insegnante a far nascere il desiderio di imparare? Esiste solo una condizione e riguarda il modo in cui un insegnante entra lui stesso in rapporto con ciò che insegna.

Come dice Pennac nel suo Diario di scuola:

la presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all’intera classe, e a ogni individuo in particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale, per i cinquantacinque minuti in cui durerà la mia lezione

L’ora di lezione in questo senso può davvero cambiare la vita di chi ci sta di fronte: quello che conta davvero è la trasmissione dell’amore del sapere.

L’insegnante indica la strada ma è il singolo alunno che deve imparare a percorrerla, senza recidere le proprie radici o annullare la propria individualità.

Non esiste un sapere che va bene per tutti, ma una soggettivazione del sapere che ognuno deve raggiungere.

Le scartoffie

Una parte del lavoro che piace meno agli insegnanti è sicuramente quella burocratica che consiste nel produrre documenti, programmazioni, relazioni, verbali praticamente per qualunque cosa. Alcuni docenti si sentono così oberati da tali scartoffie che arrivano ad affermare di non riuscire a fare bene il proprio lavoro con i ragazzi, che è l’unico che conta davvero, perché gran parte del loro tempo è assorbito dall’espletare pratiche burocratiche. Questo senso di soffocamento deriva dal fatto che forse si mette una cura maniacale nella compilazione dei vari documenti, temendo che qualcuno ci venga a contestare chissà quale dettaglio fuori posto.

In realtà, a parte il caso di qualche preside particolarmente diligente, quasi mai i vari documenti vengono passati al setaccio e quasi sempre è sufficiente svolgere tale parte del lavoro in maniera dignitosa. In alcuni casi, comunque limitati, non vengono nemmeno letti frettolosamente e i controllori verificano solo che siano stati consegnati.

A tal proposito è indicativo il racconto di un collega che fino a qualche anno fa inseriva sempre nella sua programmazione di italiano un brano tratto dai Promessi Sposi senza che nessuno dei presidi che aveva avuto se ne fosse mai accorto. Un giorno, un dirigente che era evidentemente più ligio, lo fece chiamare per chiedergli come mai all’interno della programmazione ci fosse un passo del capolavoro di Manzoni e lui rispose soddisfatto che erano anni che lo inseriva e finalmente qualcuno se ne era accorto.

La scuola media orientativa

Da quando la scuola secondaria di I grado, la vecchia scuola media, è diventata più marcatamente orientativa e meno selettiva, si cerca maggiormente di considerare l’alunno da valutare in modo globale, tenendo conto non solo dei risultati che riesce ad ottenere ma anche di tutte le eventuali problematiche personali, psicologiche e familiari che possono rendergli difficile l’apprendimento. Sicuramente è un approccio corretto che dovrebbe permettere di capire meglio il ragazzo e cercare di trovare le strategie migliori per motivarlo allo studio.

Talvolta però si tende ad esagerare in questa ricerca quasi ossessiva di giustificazioni e si finisce con il promuovere anche alunni che forse sarebbe meglio trattenere. Una collega con una certa esperienza che ho conosciuto i primi anni della mia carriera aveva esemplificato in modo molto pregnante tale atteggiamento: “Uno perché è bianco, uno perché è nero; uno perché è brutto, l’altro perché è bello; quello perché è basso, questo perché è alto; quello perché ha i genitori separati, questo perché ce l’ha ancora che stanno insieme; uno è figlio unico, l’altro ha troppi fratelli; quello perché è troppo intelligente, questo perché non ci arriva; uno perché gli stanno addosso, l’altro perché non c’è nessuno che lo segue; quello perché è timido, questo perché è esuberante; c’è sempre un motivo per giustificare un ragazzo e mandarlo avanti anche se non se lo meriterebbe.”

Le classi- lazzaretto

Nei mesi invernali, quando i malanni di stagione si fanno più numerosi, i raffreddori si uniscono ai mal di gola e la tosse sgorga copiosa dalle cavità orali degli alunni, le classi assomigliano sempre di più a ricoveri per influenzati che a un ritrovo di discenti.

I genitori impegnati nel lavoro, infatti, spesso preferiscono mandare a scuola i propri fanciulli anche se le condizioni di salute non sono ottimali, magari imbottiti di farmaci per ridurre i sintomi della malattia, sperando che resistano per tutto l’arco della mattina.

Se il malanno è leggero, pur galleggiando per tutte e cinque le ore in uno stato di lieve stordimento, riescono a tornare a casa in modo autonomo. Accade più spesso però che a circa metà mattinata, o anche prima, l’allievo ammorbato cominci a lamentare mal di testa sempre più forte, dolori generici alla pancia o alle articolazioni e qualcuno tornerà dal bagno affermando, con l’occhio lucido, di aver vomitato o di avere problemi gastro-intestinali.

A quel punto l’alunno verrà mandato a misurarsi la febbre e, se ne verrà confermata la presenza, sarà invitato a chiamare a casa per farsi venire a prendere. Talvolta il genitore sarà impossibilitato a venire a prendere il figlio sofferente e bisognerà farlo attendere in classe fino a che il padre o la madre non si libereranno dai loro, pur sacrosanti, impegni.

Nel frattempo l’alunno contagiato continuerà a diffondere i suoi germi per tutta la classe, che si sommeranno a quelli di altri, anch’essi malfermi di salute.

I docenti, per prevenire il diffondersi dell’epidemia, ordineranno di aprire almeno in parte le finestre ma questi provvedimenti si scontreranno con le proteste dei ragazzi più vicini alle salvifiche correnti d’aria che affermeranno di avere freddo e di prendersi un malanno.

Può accadere anche che gli insegnanti, pur forgiati da anni di esposizioni alle classi trasformate in lazzaretti, cominceranno ad avvertire una sensazione di debolezza e un rimbambimento non senile che si farà sempre più consistente fino a sfociare verso sera in una febbre crescente, accompagnata da imprecazioni sempre più esplicite.

Il giorno dopo invece da quello che rimane della classe-lazzaretto si leveranno grida di giubilo e soddisfazione per aver raggiunto finalmente l’obiettivo dell’operazione di ammorbamento.

Assegnare i compiti per casa

Una delle imprese più difficili che si trova ad affrontare l’insegnante, specialmente negli ordini di scuola inferiori, è senza dubbio quella di assegnare i compiti a casa.

Ad inizio carriera ci si può illudere che siano situazioni circoscritte a classi particolarmente infantili o poco scolarizzate, ma con l’andare del tempo ci si rende conto che queste costituiscano più la regola che l’eccezione.

Quando si ha l’ardire di dettare degli esercizi o far scrivere la pagine da studiare per la volta successiva è necessario ripetere numerose volte la stessa frase perché c’è sempre qualcuno distratto o che sta contendendo una penna ad un compagno o che guarda fuori dalla finestra in cerca di ispirazione o semplicemente ascolta con poca attenzione e non riesce a comprendere il senso del messaggio.

Il docente cerca di procedere fornendo tutte le indicazioni con calma e scandendo le parole in modo da essere comprensibile. Avverte i pargoletti di prendere il diario, poi indica il giorno per cui la lezione deve essere fatta, comincia a dettare la pagina e il numero degli esercizi, ma, nonostante questo, c’è sempre qualcuno che chiede: “Per quando va? “e poi “Pagina?”, “Che numero? “o ancora “Aspetti, non trovo il diario” e di nuovo “Pagina?”, “Numero?”, “Per quando?”. Così per almeno cinque minuti, senza contare quelli che la lezione non la scrivono proprio o lo fannoin maniera incompleta o creativa ed è necessario controllare i diari di tutti perché la volta successiva ci sarà sempre qualcuno che non porterà i compiti perché non sarà stato in grado di reperire informazioni intellegibili in quello che ha scritto.

Tra l’altro, anche se tu hai speso una bella fetta della tua lezione in questa operazione di babysitteraggio, inesorabilmente alcuni genitori si lamenteranno del fatto che gli insegnanti non controllano che i loro piccoli non portino la lezione a casa e loro devono passare i pomeriggi a cercare di reperire i compiti per il giorno dopo, telefonando a diversi genitori e confrontando le varie redazioni dei diari degli altri ragazzi.

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Le innovazioni tecnologiche

Una delle tante riforme della scuola, di cui quasi ogni nuovo governo rivendica la propria come foriera di cambiamenti decisivi, ha introdotto l’utilizzo di strumenti informatici di supporto alla didattica che possono andare dai portatili al tablet fino al massiccio acquisto delle famigerate LIM, le lavagne multimediali. Tali lavagne, che dovevano portare cambiamenti epocali nel modo di insegnare dei vetusti docenti italiani, hanno cominciato ad essere sempre più numerose nelle scuole. Anche le realtà scolastiche più periferiche e smarrite nel nulla, magari con edifici vecchi e non particolarmente a norma, potevano vantare la loro brava LIM che riscuoteva in genere grande successo tra gli alunni, un po’ meno tra alcuni insegnanti che vedevano quasi con sospetto questo straripare della tecnologia nelle loro aule.

Le LIM di prima generazione purtroppo diventarono rapidamente obsolete per il fatto che, quando si rompeva una delle componenti, difficilmente si riusciva a trovare il pezzo di ricambio e, se si trovava, aveva un prezzo esorbitante. Quindi dopo qualche tempo la LIM non poteva più essere usata come tale ma svolgeva solo il compito, per altro utile, di videoproiettore.

Le lavagne multimediali successive duravano di più ma erano piuttosto delicate e, complici anche forse i modi non proprio raffinati dei ragazzi con cui entravano in contatto, ogni tre per due presentavano qualche problema che andava tamponato con la chiamata di un tecnico specializzato. Infatti, gli alunni sono irresistibilmente attratti da questa mega-lavagna luminosa e, nel cambio dell’ora o a ricreazione, appena l’insegnante volgerà per alcuni secondi lo sguardo altrove, ci saranno subito alcuni ragazzi che planeranno verso questo oggetto magico, contendendosi la tastiera, il mouse o la penna che serve a scriverci sopra.

Oltretutto le LIM sono anche molto costose e i governi che l’hanno promossa, per ovviare all’eccessiva spesa per lo svecchiamento della scuola, hanno deciso che fosse doveroso operare drastici tagli al personale che hanno portato, soprattutto alle superiori, alla formazione di classi numerosissime. La loro idea probabilmente era che grazie alla LIM non ci fosse bisogno di tutti questi insegnanti che potevano essere impiegati in modo più proficuo, invece di cercare di dare una formazione ad un numero il più possibile ampio di alunni. In definitiva, secondo il loro autorevole parere, la tecnologia avrebbe ovviato a tutti i problemi della scuola e resi autonomi i ragazzi nel loro processo di apprendimento, riducendo al minimo la fastidiosa mediazione del docente.

Il docente indolente

La stragrande maggioranza dei docenti con cui sono entrata in contatto in questi anni svolgevano il proprio lavoro senza risparmiarsi e con grande professionalità, ma, come in ogni categoria, anche tra gli insegnanti ogni tanto se ne trova qualcuno non particolarmente zelante.

Tra questi ci sono sicuramente gli assenteisti seriali che, accampando ora una scusa ora un’altra, non si presentano troppo spesso a lavoro, costringendo i coordinatori di plesso ad acrobazie per cercare di coprire le varie classi orfani del loro insegnante. Non parlo ovviamente di chi ha problemi in famiglia, o di salute, o bambini piccoli che si ammalato, bensì di persone che sembrano non avere particolari problemi ma che fanno assenze a macchia di leopardo, non in maniera continuativa quindi, in modo tale che non sia possibile neanche chiamare supplenti esterni alla scuola.

Di questa categoria ricordo sicuramente Ciccio, un ragazzo campano che aveva messo a punto tutta una serie di strategie per limitare al minimo l’esposizione al lavoro. Durante le riunioni che precedono l’inizio della scuola per esempio, se capitava che lavorava per due comprensivi diversi, diceva ai referenti del primo che era impegnato nella seconda scuola e ai responsabili della seconda che doveva recarsi nella prima scuola, stando attento a non esagerare per non farsi cogliere in castagna.

Nel corso dell’anno poi faceva tutta una serie di assenze durante le quali tornava nel paese natio a farsi curare per non si sa bene quale patologia. Una volta che, avendo come alunno un bambino difficile da gestire il quale gli aveva urlato in un orecchio, subito prese la palla al balzo facendolo passare per un infortunio sul lavoro che gli aveva danneggiato il timpano e non se ne seppe più nulla per il resto dell’anno.

Un altro caso particolare che mi viene in mente è quello di un docente di Educazione Fisica che, oltre ad insegnare, faceva anche il preparatore atletico di una squadra di calcio professionistico. Al di là del fatto che non so come potesse svolgere entrambi i lavori, capitava che almeno una settimana sì e una no, mancasse o per seguire la sua squadra in trasferta o per qualche altro impegno sportivo.

Ad un certo punto dell’anno apprendemmo, con malcelata soddisfazione, che era stato esonerato dalla sua squadra di calcio, sperando che a questo punto sarebbe stato più presente a scuola. In realtà continuò a fare assenze e a creare disagi quasi con la stessa costanza di prima, visto che si erano presentati altri problemi che in precedenza non erano emersi. La ciliegina sulla torta fu la sua scomparsa nel periodo degli esami di terza media perché aveva deciso che era giunto il momento di operarsi ad un ginocchio.