Carver e la scrittura essenziale

«È difficile essere semplici. La lingua dei miei racconti è quella di cui la gente fa comunemente uso, ma al tempo stesso è una prosa che va sottoposta a un duro lavoro prima che risulti trasparente, cristallina. Questa non è una contraddizione in termini. Arrivo a sottoporre un racconto persino a quindici revisioni. A ogni revisione il racconto cambia. Ma non c’è nulla di automatico; si tratta piuttosto di un processo. Scrivere è un processo di rivelazione.»

Questa affermazione che Carver fa in un intervista del 1987 racchiude l’essenza stessa della sua scrittura, risultato finale di un lungo processo di revisione che hanno contribuito a renderlo un autore di culto.

Infatti la particolarità di Carver è quella di raccontare la quotidianità dell’America del suo tempo con uno stile privo di fronzoli ma molto curato.

Carver viene da una famiglia della working class e per molti anni lui stesso ha svolto lavori umili per mantenere la moglie e i figli. Nella sua scrittura fa rivivere questo mondo dove i protagonisti affrontano molteplici difficoltà per sbarcare il lunario e spesso annegano le angosce di tutti i giorni nell’alcol. Non ci sono grandi avvenimenti nei suoi racconti, ma la semplicità della vita di tutti i giorni, talvolta drammatica, talvolta semplicemente priva di senso se si scava sotto una superficie che può apparire anche bella e patinata in certi casi.

Spesso lo scrittore non spiega tutto al lettore, ma tratteggia delle situazioni a cui quest’ultimo con la sua immaginazione deve trovare un senso che quasi sempre è drammatico e senza speranze.

La raccolta “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, pubblicata nel 1981, aveva la sua peculiarità proprio nel fatto di avere uno stile molto lineare e scarno.

Ad onor del vero bisogna dire che la versione originale, che troviamo sotto il titolo di “Principianti”, era molto più ampia di questa. Tale testo è stato tagliato e sistemato dal famoso editor Gordon Lish che lo ha reso molto più snello e essenziale, contribuendo al suo enorme successo.
Carver probabilmente non era del tutto d’accordo con questo ampio lavoro di sfrondamento e alla fine della carriera rivendica l’importanza del testo originario come più vicino al suo modo di scrivere.

Nel corso della sua carriera Carver cercherà di allontanarsi dallo stile di questa raccolta e, dopo un lavoro incessante, approderà alla conquista di una sua originalità. Dal realismo rarefatto della prime raccolte raggiungerà il realismo visionario delle ultime, consegnandosi alla storia della letteratura del Novecento.

“Elementi di stile nella scrittura” di William Strunk

La prima edizione di questo libro risale al 1918 quando un professore universitario di nome Strunk lo pubblicò a sue spese per gli studenti del corso di inglese che teneva alla Cornell University.

Il suo intento era quello di sintetizzare in poche decine di pagine le più importanti regole grammaticali e sintattiche della lingua inglese.

Ma questo libro ben presto si diffuse ben oltre l’ambito accademico fino a diventare una vera e propria bibbia per quattro generazioni di scrittori americani.

Ma qual è il segreto del suo successo? Il punto fondamentale è che il libro non solo dice ciò che si dovrebbe sapere sulla scrittura, ma non dice niente di più. Dentro vi è condensato l’essenziale.

Strunk sembra suggerire che allo scrittore sono necessarie poche ma molto chiare norme sintattiche e compositive. Tutto il resto è talento e applicazione.

L’edizione italiana è stata curata dall’editor e redattore Mirko Sabatino che ha anche aggiunto alcuni paragrafi e inserito note esplicative per renderlo fruibile al pubblico italiano.

Il primo capitolo tratta di regole d’uso elementari della lingua, come ad esempio l’utilizzo della punteggiatura, che dovrebbero essere scontate ma non sempre lo sono.

Nel secondo capitolo si passa all’esame delle norme compositive partendo con una riflessione sulla costruzione del capoverso che dovrebbe essere l’unità minima di composizione. Questa struttura dovrebbe cominciare con una frase-chiave e concludersi con un richiamo alla frase di partenza.

Strunk raccomanda poi di privilegiare la forma attiva perché più diretta e incisiva di quella passiva.

Fondamentale è anche usare un linguaggio chiaro, specifico e concreto. Infatti lo specifico è più efficace del generale, il chiaro del vago, il concreto dell’astratto.

Tutti gli studiosi concordano nel dire che tale tipo di linguaggio contribuisce a suscitare e a tenere desta l’attenzione del lettore. La grandezza di scrittori come Omero, Dante e Shakespeare dipende soprattutto dalla loro costante ricerca di chiarezza e concretezza.

L’autore sconsiglia per esempio di utilizzare l’avverbio non in modo elusivo.

Infatti:

Non era mai puntuale

è meno efficace di

Era sempre in ritardo

Quindi meglio usare Disonesto che Non onesto, Futile che Non importante.

Strunk dice anche di evitare le parole inutili in quanto una frase non dovrebbe contenere più parole del necessario, né un capoverso più frasi del dovuto, per la stessa ragione per cui un disegno non dovrebbe contenere linee inutili.

Ovviamente questo non significa trattare l’argomento in maniera generica e superficiale ma ogni parola deve essere significativa.

Ad esempio, è meglio:

Questo argomento

di

Questo argomento che.

La sua storia è strana

di

La sua storia è di quelle strane

L’espressione “il fatto che” in particolare dovrebbe essere eliminata ovunque:

A causa del fatto che

meglio sostituirlo con

Poiché

Malgrado il fatto che

con

Benché.

Nel terzo capitolo sono analizzate alcune questioni di forma come l’uso delle parentesi, degli accenti, delle maiuscole. Questa parte può essere utilizzata in caso di dubbi che sorgano nel corso della scrittura.

Nel capitolo successivo invece l’autore si sofferma su alcune espressioni che vengono usate in modo improprio. Termini come aspetto, carattere, caso, fattore, utilizzate in contesti dove non hanno alcuna ragione d’essere, hanno un effetto ridondante e prolisso:

Atti di carattere ostile

si può sostituire con

Atti ostili

Nell’appendice vengono trattate alcune questioni di stile che riguardano più da vicino la scrittura creativa.

Una dei difetti più diffusi tra gli scrittori principianti è quello di attirare l’attenzione su se stessi. La buona scrittura dovrebbe essere sempre al servizio della storia e lo scrittore dovrebbe stare dietro la sua opera, non davanti.

Il nucleo fondante di ogni frase è costituito da nomi e verbi, quindi bisognerebbe concentrarsi su quelli e poi eventualmente aggiungere avverbi o aggettivi, usandoli sono se funzionali a quello che si vuole esprimere.

Ogni scrittore fa le sue scelte. Hemingway, nei racconti, utilizza frasi semplici con pochi aggettivi e avverbi. Eppure la sua scrittura è estremamente precisa.

Lo scrittore prima di cominciare deve scegliere se utilizzare la prima persona, la terza o lo stile indiretto libero. Nel primo caso il narratore è il protagonista del racconto e potrà raccontare solo quello che ha vissuto e visto personalmente. La sua visione del mondo sarà inevitabilmente soggettiva e faziosa.

Se si sceglie la terza persona, invece, la voce che racconta è quella di un narratore esterno, che riporta fatti accaduti ad altri. Può riferire solo fatti esterni, cioè visibili, come azioni, dialoghi, senza dare alcun giudizio oppure entrare anche nei pensieri dei personaggi o dare informazioni che nessuno dei personaggi conosce.

Lo stile indiretto libero invece è una narrazione per metà soggettiva e per metà oggettiva. Il narratore racconta la storia in terza persona, ma decide di non abbandonare mai il personaggio principale. Il punto di vista sembra obiettivo ma in realtà è interno alla narrazione, è quello del personaggio scelto.

In questa parte del libro ci si sofferma inoltre sull’importanza del ritmo che viene dato dal taglio delle frasi, dalla sintassi, dalla scelta dei vocaboli, dei tempi verbali e dalla punteggiatura.

Riguardo la sintassi si può privilegiare l’uso di frasi subordinate (ipotassi) che danno al testo un andamento riflessivo e lento, oppure utilizzare soprattutto frasi coordinate (paratassi) che accelerano il ritmo del racconto e lo rendono più concitato.

Molto importante anche la scelta dei tempi verbali. Il presente velocizza il racconto e si adatta bene alle storie di azione. Il passato è più indicato per le storie di atmosfera.

L’imperfetto è un tempo ambiguo, nebuloso e per questo motivo è il tempo in cui si raccontano i sogni e le fiabe.

Il dialogo è lo strumento con cui il personaggio prende vita. Il carattere del personaggio si può anche descrivere, ma è solo nell’incontro con gli altri che viene tratteggiato nella sua essenza e nelle sue contraddizioni. Dal suo modo di parlare capiamo tratti del suo carattere e della sua condizione sociale che lo scrittore non ha detto esplicitamente.

Nell’appendice vengono trattati anche altri aspetti molto importanti della scrittura come l’importanza dell’incipit e del finale, della suspence e del linguaggio figurato, l’utilizzo della narrazione non lineare.

Non potendo condensare tutto il materiale presente in un post, ho dovuto fare alcune scelte per dare un’idea di quello che si può trovare in questo fondamentale libretto la cui lettura consiglio caldamente a tutti, sia agli appassionati di scrittura che di lettura.

Il refuso infestante

Una delle preoccupazioni maggiori dello scrittore autopubblicato è il proliferare, nella sua opera appena sbocciata, di molteplici e multiformi imperfezioni dovute a distrazioni, errori di battitura, e talvolta addirittura, Dio ce ne scampi, a errori ortografici.

Tali mostruose manifestazioni permangono anche dopo aver trascorso ore e ore nella lettura e rilettura del prezioso scritto per il semplice fatto che l’occhio dello scrivente non è mai abbastanza distaccato e, specialmente se pretendiamo di fare le nostre correzioni sul testo digitale, sarà sempre possibile, anzi probabile che qualcosa sfugga.

Sarebbe opportuno trovare un essere caritatevole disposto a sacrificarsi per la nostra causa e che si accolli l’onere di leggere il nostro “capolavoro” per scovare le imperfezioni che si celano tra le pieghe delle pagine scritte, ma raramente troviamo qualcuno che non fugga a gambe levata davanti a tale richiesta.

E purtroppo, nonostante tutti i nostri sforzi, talvolta i refusi superano di slancio il fossato della pubblicazione ed approdano nell’opera depositata nei maggiori book store, con il risultato di andare a deliziare i malcapitati lettori che coraggiosamente si sono presi la briga di acquistare e leggere il frutto del nostro ingegno.

Per fortuna, la maggior parte delle piattaforme di Self Publishing permettono di correggere il proprio manoscritto, anche dopo la pubblicazione, e mettere una toppa sui tanti errori scovati magari rileggendo, armati di penna rossa, il libro in versione cartacea.

Anche il mio scritto ha avuto un percorso simile e ora, ripulito (spero) adeguatamente lo potete trovare in una versione più presentabile. 

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“Blog e autore. La mia verità sul mondo social” di Tiziana Cazziero

L’autrice, con alle spalle numerose pubblicazioni e blogger di lungo corso, con questo manuale si rivolge a tutti gli autori emergenti che sono alle prese con la promozione del proprio libro.

A tale scopo, mette a disposizione l’esperienza accumulata in questo settore sia dal punto di vista tecnico sia sotto forma delle molte iniziative messe in campo sui social e come blogger per promuovere le sue opere.

Si tratta di attività indispensabili visto che quando, dopo un lungo lavoro, riusciamo a pubblicare un libro che magari sarà reperibile su numerosi store online, in realtà questo non si può considerare un punto di arrivo ma di partenza. Infatti, anche se non abbiamo pubblicato in self, difficilmente una piccola casa editrice si farà carico della promozione del nostro libro che dovremo gestire personalmente, dedicandogli energie e molto tempo.

Per trovare una casa casa editrice che faccia al caso nostro, una volta evitate in modo deciso quelle a pagamento, bisogna dedicarsi ad una ricerca sul web per individuarne qualcuna seria, e che pubblichi il genere del libro in questione. Una volta fatta una selezione, bisogna mandare il manoscritto o parte di esso ad una decina di queste e attende le risposte.

Ricevere dei no è sempre possibile, ma questo non ci deve fermare.

È importante visionare in modo costante il sito della casa editrice per verificare che seguono gli autori pubblicati, se i loro libri siano presenti nei principali store online e nelle librerie fisiche.

Sarebbe anche utile dare un’occhiata a testi già pubblicati per verificare la presenza di refusi, sinonimo di sciatteria e poca professionalità.

Per trovare case editrici è importante anche partecipare a concorsi letterari con in palio pubblicazioni.

Nel testo viene messo in rilievo anche l’importanza dell’autopromozione. Infatti non solo è necessario promuovere il libro ma anche sé stessi, farsi conoscere, operare sul web.

A questo scopo l’autrice consiglia di aprire un blog, un sito, di fare recensioni, creare pagine di incontro online. Aprire diversi profili social, essere presenti nelle discussioni con interventi che suscitino interesse.

Ma anche contattare persone, farsi fare recensioni, farsi intervistare, darsi molto da fare, mettendo in campo anche un pizzico di creatività.

Nella seconda parte, l’autrice racconta l’esperienza del gruppo Facebook “I nostri ebook- parliamone” che ha aperto nel 2014 per parlare dei suoi scritti, di come sia cresciuto, facendo fare presentazioni in diretta di autori tramite interviste.

Infine parla del blog per promuovere il libro che aveva pubblicato. Comincia a leggere e recensire autori emergenti, li promuove anche tramite interviste. Sottolinea l’importanza di avere un blog che in pratica è un diario pubblico a cui tutti possono accedere e scoprire qualcosa di te. Richiede tempo perché bisogna aggiornarlo, ma se siamo motivati lo consiglia a tutti.

Questo e molto altro troviamo in questo testo breve ma farcito di numerosi consigli pratici su come promuoversi sul web e anche fuori da esso.

La conclusione dell’autrice è che la promozione vada fatta in modo serio e costante e che, per ottenere risultati, ci vuole tempo e grande pazienza.

Mark Twain- Contro i luoghi comuni

Conosciamo lo scrittore Mark Twain soprattutto come autore di romanzi come Tom Sawyer o Le avventure di Huckleberry Finn, dove fonde solidità narrativa, umorismo e critica sociale, e farà dire ad Hemingway che tutta la letteratura americana moderna discende in qualche modo da questa opera.

Lo scrittore americano ha scritto nel corso della sua lunga carriera anche moltissimi racconti umoristici e irriverenti che sferzano la società dell’epoca in cui viveva.

Contro i luoghi comuni è una raccolta di alcuni dei più significativi di questi scritti, che copre un arco temporale che va dal 1863 al 1895.

Le tematiche sono le più varie. E’ presente il ribaltamento delle storie edificanti dell’epoca, mediante l’ironica descrizione del ragazzo che si comporta secondo i precetti morali a cui non segue il lieto fine, come sempre accade nei libri; a cui si oppone la Storia del ragazzino cattivo che condusse una vita baciata dalla fortuna, il quale non ha nemmeno le giustificazioni tipiche del suo comportarsi male, come per esempio un’infanzia difficile o la madre malata, e non subisce mai punizioni per le sue malefatte.

Oppure c’è la demolizione del mito dell’America come terra di opportunità per tutti in Avventure d’un cinese in America, dove il razzismo nei confronti degli stranieri non permette neanche di provare a cominciare una nuova vita e un cittadino cinese, appena arrivato, finisce in carcere, senza alcuna colpa, solo perché nessuno è disposto a testimoniare in suo favore.

Nel brano che chiude la raccolta, Twain si dilunga su come costruire una storia umoristica, che considera un’opera d’arte, che solo un artista può raccontare e la contrappone alla storia comica e spiritosa che deve essere breve e arrivare subito al punto.

In questo libro possiamo apprezzare la grande verve ironica e di critica sociale dello scrittore americano, che con la sua arguzia rovescia i luoghi comuni e squarcia il velo di ipocrisia che ricopre la società, mostrandone le contraddizioni e le incoerenze.

S. KING – On writing

Tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero leggere On writing- Autobiografia di un mestiere di Stephen King, non perché tutto quello che viene detto in questo libro debba essere considerato oro colato, ma perché offre molti suggerimenti anche pratici sul suo lavoro, oltre a ripercorrere il tortuoso cammino che lo ha portato al successo.

Il percorso di King non è stato certo semplice e per molti anni ha lavorato ai suoi racconti nei ritagli di tempo, mentre lavorava in lavanderia e cercando di far quadrare i conti in famiglia, collezionando nel frattempo una serie di rifiuti di pubblicazione che avrebbero fatto desistere molti.

Ma era sorretto da una grande ambizione, da passione e, afferma, un briciolo di talento; inoltre, la scrittura, anche se faticosa e senza uno sbocco immediato, lo faceva sentire bene.

All’inizio della sua autobiografia ricorda che da bambino copiava fedelmente le storie di giornalini che leggeva e un giorno la madre lo incoraggiò a scrivere qualcosa di suo. “A quell’idea provai una sensazione di immensa possibilità, come se mi fosse stato dato libero accesso a un gigantesco edificio pieno di porte chiuse e fossi stato autorizzato a spalancare quelle che preferivo; nel corso di una vita nessuno sarebbe riuscito ad aprirne così tante“

Stephen King afferma che parecchie persone possiedono almeno una scintilla di talento e la loro dote può essere potenziata e affinata. Per questo motivo ritiene che questo libro possa servire davvero a qualcuno. Infatti, lo scrittore non è un essere toccato dalla grazia della creazione, ma un lavoro duro che richiede preparazione e tantissima applicazione.

Per diventare scrittore bisogna leggere e scrivere molto. Dalle quattro alle sei ore al giorno, tutti i giorni, consiglia King. Leggere molto variando generi e stili permette di rendere familiare il processo creativo, capire cosa è banale e innovativo, ridurre le brutte figure quando scriviamo

Per scrivere ci vuole disciplina e costanza. King scrive praticamente tutti i giorni, altrimenti, afferma, le storie avvizziscono e i personaggi diventano piatti. Il suo obiettivo è di scrivere 2000 parole al giorno e non smette finché non raggiunge questo obiettivo. Sì chiude in una stanza ed elimina tutte le possibili fonti di distrazione: telefoni, televisioni, videogiochi; mette le tende alla finestra. Se si segue un programma rigoroso, arriva anche la giusta ispirazione.

“Non esiste un supermercato delle storie. Le buone idee nascono dal nulla: due pensieri in precedenza disgiunti si uniscono insieme creando qualcosa di nuovo. Il vostro compito è quelle di riconoscerle quando si presentano, non andare a caccia di certe illuminazioni”

Nella seconda parte del libro, King fornisce anche alcuni suggerimenti tecnici, come quello di usare i verbi alla forma attiva perché il soggetto deve avere la collocazione che merita. Inoltre l’uso del passivo denota un’esigenza di scrivere in maniera ricercata, tipico dello scrittore insicuro o alle prime armi.

Anche gli avverbi dovrebbero essere limitati, soprattutto nei dialoghi. Abusando degli avverbi, l’autore rivela che teme di esprimersi chiaramente, mentre così facendo rende la scrittura meno scorrevole.

Per quanto riguarda lo stile, si dilunga sull’importanza dei paragrafi che, a suo parere, sono importanti per l’aspetto, quasi quanto per il contenuto. Rappresentano una dichiarazione di intenti. Nella prosa descrittiva, possono e dovrebbero essere lineari e funzionali. Quelli ideali esordiscono con una frase che introduce l’argomento, seguita da altre che lo spiegano e lo sviluppano.

E’ molto importante la descrizione in uno scritto: una buona descrizione cattura i sensi del lettore, coinvolgendolo nella storia. Non è solo una questione di come ma di quanto. La lettura vi aiuterà nella prima, la scrittura nella seconda. È una cosa che si impara unicamente con la pratica. A King non piacciono le descrizioni troppo dettagliate, bisogna lasciare che il lettore completi con il suo vissuto. Così si sente più coinvolto e sarà meno probabile che chiuda il libro per dedicarsi ad altro.

Poi tratta l’argomento del dialogo, il quale dà la voce ai personaggi ed è fondamentale per definirne le caratteristiche. Con la narrazione potete parlare del vostro personaggio ma se gli stessi concetti li fate emergere attraverso un dialogo, il risultato sarà molto più efficace.

Infatti una delle regole cardine della scrittura è quella di mostrare, invece di raccontare. Scrivere buoni dialoghi è più questione di talento che di esercizio, ma si può migliorare stando il più possibile in mezzo alle persone e rendendo in maniera onesta e sincera quello che dicono

Le regole del dialogo valgono anche per la costruzione dei personaggi. Prestate attenzione al comportamento di chi avete intorno e non mentite su quanto visto.

Una volta costruiti dei buoni personaggi possiamo farli interagire tra loro in modo che le vicende quasi si sviluppino da soli. King non crede nella costruzione della trama prima di cominciare. Con una buona ambientazione e i giusti personaggi si possono creare storie convincenti senza una trama precostituita.

Dopo aver completato la prima stesura, consiglia di far trascorrere almeno sei settimane senza guardare il manoscritto in modo che ci diventi quasi estraneo. In tutto questo tempo, ovviamente il pensiero andrà spesso all’opera chiusa nel cassetto e sarete molto tentati di riprenderla in mano. Ma non bisogna cedere a questo impulso.

Quando finalmente riprenderemo il manoscritto, sarà necessario sfoltire di almeno il dieci per cento rispetto alla prima stesura. Una regola fondamentale è omettere le parole inutili.

Stephen King conclude con un inno alla bellezza della scrittura: “scrivere è magia, acqua di vita, al pari di qualsiasi attività creativa. L’acqua è gratis. Forza, bevete.”

Questo è uno di quei rari libri che si legge con grande facilità e piacevolezza ma che, allo stesso tempo, lascia dietro di sé tanti insegnamenti e concetti su cui riflettere.

La scrittura dilatata

Ho cominciato a scrivere il mio libro a settembre dello scorso anno e, tra prima stesura, aggiustamenti e revisione finale, ho deciso di mettere la parola fine a giugno di quest’anno.

Ho scritto nei ritagli di tempo, quando ero libera dal lavoro e da altre incombenze della quotidianità, ma mi sono imposta di mettere insieme almeno 2-3 pagine alla settimana perché considero necessario mantenere un ritmo costante, anche se non sempre sostenuto, ad ogni attività che si vuole svolgere seriamente.

La lentezza con cui riempivo le pagine è stato anche molto utile alla vitalità e alla ricchezza dei contenuti, in quanto mi permetteva di riflettere su quello che avevo scritto, decantarlo come si fa con un vino invecchiato, e di apportare cambiamnenti che, almeno nelle intenzioni, dovevano essere migliorativi.

La dilatazione del tempo mi ha permesso anche di richiamare alla mente episodi accaduti ormai oltre dieci anni fa, alcuni dei quali pensavo fossero ormai sepolti nelle pieghe della memoria e che, soprendentemente, sono riemersi in modo anche vivido e ricchi di particolari.

Mentre scrivevo ho anche scelto alcune letture che mi sembravano potessero aiutarmi nella stesura del mio scritto.

A questo scopo, ho letto alcuni testi più tecnici su come pubblicare in self publishing, come il libro “Professione scrittore” di Giuseppe Amico da cui ho trattato utili suggerimenti; oppure il testo di Gianrico Carofiglio “Con parole precise” che rispondeva alla mia esigenza di avere uno stile di scrittura che fosse il più chiaro preciso.

Per quanto riguarda la ricerca sul linguaggio umoristico, che caraterizza almeno a tratti il mio scritto, ho preso come riferimento, tra gli altri, alcuni libri di Stefano Benni e soprattutto i romanzi di Jerome, di cui “Tre uomini in barca” è sicuramente quello più riuscito per la sua misurata comicità british e la ricchezza di spassosi aneddoti.

Elogio del self publishing

Ho deciso di inaugurare questo neonato blog con un articolo che riguarda la mia esperienza di autrice autopubblicata. Buona lettura!

Da diversi anni mi turbinava per la mente l’idea di scrivere un libro sulla mia esperienza di insegnante precaria della scuola. Infatti, quando dal porto sicuro del posto di ruolo guardavo indietro nel tempo, mi rendevo conto di aver avuto le più disparate esperienze, come se avessi attraversato un mare dove si navigava a vista e si attraccava ora su un isolotto ora su un altro, cambiando in continuazione approdo.

Tra l’altro, quando raccontavo a voce i vari aneddoti del mondo della scuola, riscontravo sempre l’interesse e la curiosità anche di persone che non erano insegnanti. Avevo quindi maturato la convinzione che questo argomento potesse interessare anche i non addetti ai lavori.

Le informazioni che avevo raccolto sulla editoria tradizionale mi avevano però fatto desistere, considerate le difficoltà che avevano trovato autori sconosciuti e, come me, alle prime armi.

Fino a quando non mi imbattei nel self publishing, un modo tutto nuovo di fare editoria, in cui un autore diventa imprenditore di se stesso e deve solo inserire il proprio scritto su una piattaforma da cui in pochi giorni verrà distribuito in tutti i principali store online.

Questa operazione ha richiesto lavoro e molta applicazione, visto che ero completamente a digiuno di nozioni di impaginazione, suddivisioni in capitoli, grafica per la creazione della copertina ma, con costanza e abnegazione, sono riuscita a superare anche queste difficoltà tecniche che inizialmente mi apparivano come ostacoli invalicabili.

A questo punto mi sono trovata con il libro che risultava presente su moltissimi store online ma con nessuno che lo conosceva. Era come fosse entrato in una biblioteca ma fosse stato relegato in uno scaffale appartato, nei dintorni del quale non si aggirava anima viva. Nessuno a parte me poteva farlo emergere, purché nessuno sapeva della sua esistenza. Cominciava una nuova fase, anch’essa completamente nuova per me e priva di punti fermi.

Certo, il rischio di fare un buco nell’acqua era presente, non avendo grandi conoscenze nel campo della promozione dei libri autopubblicati. Ma è vero anche che esistono moltissimi siti e materiali online che forniscono suggerimenti e strumenti di cui ci si può servire, basta cercarli e vagliarli.

Ho cominciato a promuovermi sui social, attraverso amici, entrando in gruppi di autori emergenti e chiedendo ai vari blogger di fare una recensione al libro; ma più andavo avanti e più le cose da fare mi sembravano crescere invece che diminuire. Tale consapevolezza però mi sembra più un’opportunità che un ostacolo e penso che  anche tale attività abbia a che fare in qualche modo con il processo inventivo.

Il mare è grande ma tenendo la barra dritta e credendo in quello che faccio sono sicura che prima o poi qualche conquista arriverà. 

La mia nuova avventura è appena cominciata. Vediamo su quali lidi mi porterà.