Paolo Rumiz- Trans Europa Express- Il racconto di un viaggio

Questo libro è il racconto di un viaggio che l’autore fa inseguendo l’idea di un confine, in un’Europa che, con l’avanzare omologante dell’Unione Europa, sembra aver smarrito questo concetto.

Non è un caso che la spinta ad intraprendere tale itinerario nasca per lui, che è di Trieste, quando il confine con la Slovenia viene abbattuto con l’ingresso dello stato balcanico nell’area Schengen nel 2007.

Da allora Rumiz, giornalista e scrittore di viaggi, si chiede dove poter trovare ancora una frontiera all’interno del nostro continente e concepisce un viaggio che vada dall’estremo nord, al confine tra Finlandia e Russia fino ad Odessa, sul Mar Nero.

Nell’arco di 33 giorni passa dai paesaggi ghiacciati intorno a Murmansk, la città più grande al mondo a nord del Circolo Polare, inondati dalla luce abbacinante dell’estate artica, al caldo afoso della città ucraina permeata da una luce calda quasi asiatica.

Nonostante sia reduce da una frattura ad un piede, sceglie di viaggiare solo con mezzi pubblici: treni, autobus, traghetti, chiatte e anche in autostop perché ritiene sia l’unico modo per conoscere davvero i luoghi e le persone che vi abitano.

Accompagnato da una fotografa che gli fa anche da traduttrice, Rumiz compie un viaggio verticale saltando dentro e fuori dal confine tra Unione Europea e Russia, tenendosi lontano dagli itinerari turistici e portandosi dietro il minimo indispensabile.

Egli scrive:

In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa”

E ancora:

Dalla Norvegia in giù non ho trovato nazioni, solo un lento trascolorare che ignorava le frontiere e le loro ridicolo sbarre. Polacchi in Ucraina, ebrei in Bielorussia […]. Sulla frontiera la gente mi spiazzava sempre, non confermava mai i cliché.”

È a est della frontiera, tra i popoli slavi, che Rumiz trova un senso di fratellanza più profondo, accoglienza a voglia di comunicare. Paesaggi primordiali e più luoghi dell’anima. Chilometro dopo chilometro, popolo dopo popolo ha la sensazione sempre più forte di non trovarsi alla periferia dell’Europa, ma nel cuore stesso di un Europa non ancora contaminato.

In questo viaggio l’autore del libro ritrova il piacere autentico di viaggiare, senza itinerari prestabiliti e guide turistiche a seguito.

…forse i viaggi che riescono meglio sono quelli che non si fanno in tempo a preparare. Quelli che si affrontano senza una zavorra di libri. In leggerezza. Portandosi dietro nient’altro che l’esperienza dei nomadismi precedenti”

E giunto alla fine del viaggio è così saturo di esperienze e arricchito da incontri umani e luoghi che non sa se sarà in grado di riprodurlo completamente in un libro.

Non sappiamo se è riuscito a restituirci tutto, ma sicuramente ha restituito molto.

Tim Marshall- “Le dieci mappe che spiegano il mondo”

“Le dieci mappe che spiegano il mondo” è un saggio dello scrittore e giornalista inglese Tim Marshall pubblicato nel 2017.

Marshall è un grande esperto di politica estera, con oltre venticinque anni di esperienza giornalistica in cui ha seguito numerosi eventi bellici.

In questo libro, scritto in modo chiaro e appassionante, l‘autore fa sua la teoria del determinismo geografico, secondo la quale la conformazione territoriale di uno stato definisce in modo spesso decisivo quale potrà essere il suo sviluppo.

Quindi la presenza di barriere naturali come montagne, oppure di una rete fluviale articolata e navigabile, o di risorse naturali possono avere un aspetto rilevante su tanti aspetti della nostra società, come la strategia politica, militare o lo sviluppo sociale o del commercio.

Per quale motivo, per esempio, Cina e India, che hanno in comune un confine lunghissimo, non si sono mai scontrate in una guerra vera e propria? Semplicemente perché li separa la catena montuosa più alta al mondo, l’Himalaya.

Esaminando il più grande stato al mondo, ovvero la Russia, Marshall afferma che la mancanza di un porto in acque temperate è sempre stato il tallone d’Achille di questo Paese e l’annessione della Crimea risponde in parte a questa esigenza, anche se si trova in un mare interno come il Mar Nero. Avere porti le cui acque ghiacciano diversi mesi l’anno contribuisce a fare della Russia uno stato geograficamente svantaggiato. E se non avesse grandi disponibilità di gas e petrolio, lo sarebbe ancora di più.

L’Europa occidentale ha avuto dalla sua parte un clima che ha assicurato alla regione le piogge necessarie per le coltivazioni intensive e il suolo adatto per portarle a maturazione. Una rete di fiumi navigabili e spesso collegati tra di loro hanno fatto il resto.

Al contrario l’Africa non è stata favorita dal suo territorio, a causa della mancanza di porti naturali, avendo coste piatte, e della caratteristica dei fiumi, molto grandi e ricchi d’acqua ma inadatti come via di trasporto a causa della presenza di numerose cascate. Inoltre il commercio via terra è stato ostacolato da ampie zone difficili da attraversare, come deserti e giungle. Anche il clima, che ha favorito la diffusione della malaria in diverse zone del continente, non ha certo contribuito al suo sviluppo.

In questo testo l’autore analizza tutte le varie regioni del mondo, dagli Stati Uniti all’America Latina, dal Medio Oriente all’Asia, soffermandosi in particolare sulla Cina e di ognuna di queste, esamina la conformazione del territorio e di come questo abbia influito o ostacolato il suo sviluppo. L’ultimo capitolo del libro riguarda una zona quasi totalmente disabitata, ma che con il progressivo ed irreversibile scioglimento dei ghiacci, è già diventata la meta delle mira dei Paesi che vi si affacciano, per la presenza massiccia di minerali e fonti di energia: l’Artide.

In questa zona, i più attrezzati e con una presenza più massiccia sono senz’altro i russi, sicuramente in vantaggio rispetto ad altri popoli nell’affrontare condizioni climatiche così difficili.

I paesi e le aziende che vorranno mettere le mani sulle ricchezze dell’Artide dovranno sfidare un clima impossibile, con notti senza fine, il mare che ghiaccia diversi mesi l’anno e onde che a largo raggiungono i 10 metri.

Il progresso tecnologico può in parte aiutare a superare questi ostacoli ma non li eliminerà del tutto. Per questo motivo, ci sarà bisogno della solidarietà e l’aiuto reciproco di popoli diversi per superare le difficoltà.

L’apertura nei confronti dell’altro dovrebbe prevalere sulla competizione per le risorse. Ma su questo punto sembra che ci sia ancora tanta strada da fare.

L’operoso uomo russo

Con Anello d’oro, nell’ambito di un viaggio in Russia, si indica un tour che tocca alcune importanti città della zona che va da Mosca al Volga, un insieme di luoghi dal “glorioso passato e dal grandissimo interesse artistico ed architettonico”, che offrono “uno spaccato della provincia, dove si può percepire, lontano dalle grandi città, la vera anima del popolo russo”.

Queste belle parole lette in un depliant, dopo l’accorato e disinteressato suggerimento della signora dell’agenzia turistica, ci convinsero, me e il mio compagno, a sacrificare alcuni giorni della visita di città come Mosca e San Pietroburgo e concederci un po’ di tempo per esplorare queste zone remote e misteriose che ci avrebbero donato una maggiore consapevolezza della Grande Madre Russia.

Partimmo dunque, accompagnati da una gentile guida locale che avrebbe curato tutti gli aspetti organizzativi e ci avrebbe fatto visitare alcune di queste che, inizialmente, pensavamo fossero poco più che villaggi mentre spesso ci trovammo in centri che oltrepassavano i seicentomila abitanti.

Il tempo non ci fu amico e attraversammo quella che doveva essere la suggestiva campagna russa sotto una pioggia battente e, forse anche per questo, non riuscimmo ad apprezzarne tutte le sue bellezze; ci appariva piuttosto come un’immensa, piatta distesa di pianure, intervallate a tratti da qualche dacia, le casette di campagna che erano l’unica nota di colore in quello squallore.

La prima tappa del viaggio fu il monastero di Sergiev Posad, ubicato a 70 km da Mosca, il principale luogo spirituale di tutta la Russia, meta di pellegrini alla ricerca di benedizioni. La guida locale ci mostrò rapidamente alcune delle presunte bellezze locali e poi si dilungò molto di più sull’aspetto religioso che, in quanto atei, non incontrò troppo il nostro interesse.

Le cupole a cipolla, di colore azzurro e dorato, dei vari edifici ci sembrarono non eccezionali dal punto di vista artistico, come un po’ tutto il complesso architettonico, forse perché abituati agli edifici religiosi nostrani. Ma pensammo che fosse semplicemente un modo diverso di concepire la religiosità, più spirituale e meno appariscente e pensammo che fosse da rispettare. Rimaneva il fatto che Sergiev Posad non lasciò un’impronta profonda ed indelebile nelle nostre menti e nei nostri cuori.

Nel corso del tour ci portarono a visitare anche altri centri come Kostroma e Sudzal, ma la città più significativa che vedemmo fu Yaroslav, famosa soprattutto perché dall’alto vi si può ammirare la confluenza del fiume Kotorosl con il maestoso Volga,

Quando giungemmo in questa città, avemmo la fortuna di avere la serata libera e potemmo aggirarci lungamente a piedi per strade e piazze, esplorando luoghi e soffermandoci in angoli che ci colpivano particolarmente.

Infatti, per la prima volta ci avevano convinto, immagino con l’inganno, che la Russia non era un posto sicuro e, soprattutto se non si conosceva la lingua, si poteva incorrere in spiacevoli sorprese. Così avevamo optato per un viaggio organizzato in luogo del solito “fai da te”.

Ci pentimmo amaramente di questa scelta e l’ulteriore riprova l’avemmo il giorno dopo quando la guida locale ci condusse a visitate luoghi che non ci sembrarono irrinunciabili, come per esempio il mercato locale, mentre nell’itinerario consigliato non c’era traccia degli scorci che avevamo scoperto la sera prima.

Parlando con la guida, potemmo comunque farci un’idea sulla mentalità dei sudditi di “Nostro Presidente”, come lo chiamavano loro.

Infatti la ragazza che ci accompagnava ci fece una lunga sviolinata sui valori religiosi che dovevano permeare tutta la società e dell’importanza della famiglia, nella quale la donna doveva praticare la virtù della pazienza per evitare che si potessero sfaldare i sacri vincoli coniugali. Concluse con l’elogio dell’uomo russo che, al contrario di quanto si possa pensare, non beve affatto perché non avrebbe tempo per farlo, essendo operoso in ogni parte della sua giornata per sostenere nel migliore dei modi la propria famiglia.

Arricchiti da questa magnifica scoperta, potemmo continuare il nostro viaggio, felici che fosse stata sfatata questa leggenda sull’uomo russo che butta giù vodka dalla mattina alla sera e muore di cirrosi a cinquant’anni.