John Steinbeck- Furore

“Furore” è stato pubblicato nel 1939 a New York ed è considerato il capolavoro dello scrittore americano, premio Nobel per la letteratura nel 1962.

La stesura del romanzo richiese a Steinbeck solo 5 mesi.

Lo spunto e i materiali per il romanzo Steinbeck li trasse da una serie di articoli pubblicati nell’ottobre 1936 nel San Francisco News, per documentare le condizioni di vita di una popolazione che, attratta da offerte di lavoro, a centinaia di migliaia, aveva abbandonato il Midwest per raggiungere la California.

Si trattava dei nuovi poveri, bianchi e protestanti, espropriati dalle banche delle loro fattorie, non più redditizie dopo che il cataclisma delle tempeste di polvere aveva disperso l’humus coltivabile.

Il romanzo narra le vicende della famiglia Load che, insieme ad altre migliaia di uomini e donne, è costretta a lasciare le terre che avevano coltivato per generazioni e cominciano un lungo viaggio verso quella che veniva presentata come una terra che offriva opportunità per tutti.

Un libro epico, capace di raccontare le storie dei contadini sfrattati dalla loro terra con una forza e una vividezza uniche;

ripercorrere il viaggio dalle terre riarse dell’Oklahoma, dove i piccoli coltivatori non riescono a ricavare il necessario dal loro lavoro e sono costretti prima ad indebitarsi e poi a lasciare le loro case e i loro campi alle banche creditrici.

Descrive la necessità di caricare tutto quello che hanno su un camion e partire verso la California che volantini distribuiti ovunque dipingono come la terra promessa con i suoi sconfinati frutteti dove abbonda il lavoro per tutti; per poi arrivare a destinazione, senza più un soldo da parte, e scoprire che in realtà le paghe sono da fame e gli affamati sono molto di più della disponibilità di lavoro perché i grandi proprietari hanno giocato proprio sulla sovrabbondanza di manodopera e lo sfruttamento di chi non sa come sfamarsi.

Un libro straordinario con pagine memorabili che raccontano senza retorica la miseria e la rabbia crescente di chi è disperato ma non perde la propria umanità ed è sempre pronto ad aiutare la povera gente che incontra, nonostante non abbia niente nemmeno per sé.

Una vicenda umana in cui sarebbe facile per i protagonisti abbandonarsi alla disperazione ma che, proprio nel momento in cui un’alluvione di proporzioni bibliche sembra spegnere gli ultimi residui di speranza, guidati dalla madre, ormai diventata il vero capo-famiglia, trovano la forza di non arrendersi e proseguire lungo il percorso della vita.

Raymond Carver- Cattedrale

Che cosa hanno di particolare i racconti di Carver?

In genere nei suoi racconti non succede nulla, perché le cose sono già accadute o stanno per accadere.

Prima di Raymond Carver, la letteratura si occupava sostanzialmente dei momenti topici della vita delle persone.

Ma, secondo lo scrittore americano, quando i fatti esplodono non sono poi così interessanti.

Non è l’esplosione a essere decisiva, ma il momento in cui è stata accesa la miccia. E questo momento può essere anche molto lontano nel tempo e forse, mentre accade, non sospettiamo che quell’avvenimento, apparentemente leggero e insignificante, potrà cambiare completamente la nostra vita.

Cattedrale, pubblicato nel 1983, è il suo libro più importante. In questi racconti è concentrata tutta l’energia che Carver aveva accumulato e dalla quale è scaturita ogni parola successiva.

Dopo aver consegnato il libro, Carver non ha lavorato per un bel po’ di tempo. E’ come se avesse detto tutto quello che aveva da dire in quel momento.

Carver applica la letteratura a quella parte quasi inconsistente che è la vita; e così davanti a noi, mentre leggiamo, c’è proprio la vita così com’è.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta è uno dei più significativi. All’inizio ci sono due personaggi che non sembrano avere molto in comune. Uno dei due deve accogliere in casa uno sconosciuto, per giunta cieco, ed entrambi sono insofferenti a questa situazione.

Ma nel racconto avviene un profondo cambiamento e nel breve arco della narrazione vediamo un sentimento di poca umanità trasformarsi in un sentimento profondamente umano, in modo semplice e sorprendente allo stesso tempo.

Un testo da leggere, come la raccolta a cui dà il nome.

Paolo Rumiz- Trans Europa Express- Il racconto di un viaggio

Questo libro è il racconto di un viaggio che l’autore fa inseguendo l’idea di un confine, in un’Europa che, con l’avanzare omologante dell’Unione Europa, sembra aver smarrito questo concetto.

Non è un caso che la spinta ad intraprendere tale itinerario nasca per lui, che è di Trieste, quando il confine con la Slovenia viene abbattuto con l’ingresso dello stato balcanico nell’area Schengen nel 2007.

Da allora Rumiz, giornalista e scrittore di viaggi, si chiede dove poter trovare ancora una frontiera all’interno del nostro continente e concepisce un viaggio che vada dall’estremo nord, al confine tra Finlandia e Russia fino ad Odessa, sul Mar Nero.

Nell’arco di 33 giorni passa dai paesaggi ghiacciati intorno a Murmansk, la città più grande al mondo a nord del Circolo Polare, inondati dalla luce abbacinante dell’estate artica, al caldo afoso della città ucraina permeata da una luce calda quasi asiatica.

Nonostante sia reduce da una frattura ad un piede, sceglie di viaggiare solo con mezzi pubblici: treni, autobus, traghetti, chiatte e anche in autostop perché ritiene sia l’unico modo per conoscere davvero i luoghi e le persone che vi abitano.

Accompagnato da una fotografa che gli fa anche da traduttrice, Rumiz compie un viaggio verticale saltando dentro e fuori dal confine tra Unione Europea e Russia, tenendosi lontano dagli itinerari turistici e portandosi dietro il minimo indispensabile.

Egli scrive:

In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa”

E ancora:

Dalla Norvegia in giù non ho trovato nazioni, solo un lento trascolorare che ignorava le frontiere e le loro ridicolo sbarre. Polacchi in Ucraina, ebrei in Bielorussia […]. Sulla frontiera la gente mi spiazzava sempre, non confermava mai i cliché.”

È a est della frontiera, tra i popoli slavi, che Rumiz trova un senso di fratellanza più profondo, accoglienza a voglia di comunicare. Paesaggi primordiali e più luoghi dell’anima. Chilometro dopo chilometro, popolo dopo popolo ha la sensazione sempre più forte di non trovarsi alla periferia dell’Europa, ma nel cuore stesso di un Europa non ancora contaminato.

In questo viaggio l’autore del libro ritrova il piacere autentico di viaggiare, senza itinerari prestabiliti e guide turistiche a seguito.

…forse i viaggi che riescono meglio sono quelli che non si fanno in tempo a preparare. Quelli che si affrontano senza una zavorra di libri. In leggerezza. Portandosi dietro nient’altro che l’esperienza dei nomadismi precedenti”

E giunto alla fine del viaggio è così saturo di esperienze e arricchito da incontri umani e luoghi che non sa se sarà in grado di riprodurlo completamente in un libro.

Non sappiamo se è riuscito a restituirci tutto, ma sicuramente ha restituito molto.

Marco Balzano- “Resto qui”

“Resto qui” è un romanzo pubblicato nel 2018 dallo scrittore milanese Marco Balzano, secondo classificato con quest’opera al Premio Strega e vincitore di altri riconoscimenti.

Il romanzo è stato tradotto in numerosi stati esteri sia europei che extraeuropei.

“Resto qui” è un romanzo sul senso di radicamento, sull’idea di identità legata all’appartenenza ad un luogo preciso dove si è nati e dove la propria famiglia vive da sempre. Un luogo che sembra ai margini del mondo ma che, suo malgrado, viene investito dagli avvenimenti del XX secolo che lo travolgono e trasfigurano. Prima l’arrivo del fascismo, poi quello dei nazisti cambiano completamente il modo di vivere degli abitanti di Curon, un piccolo centro dell’Alto Adige, che si trovano a dover scegliere tra restare e andarsene e iniziare una nuova vita altrove.
Sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, pur con ferite e divisioni che non verranno più meno, complice anche il trauma privato dell’allontanamento della figlia piccola, la famiglia di Trina si accinge a riprendere la vita di un tempo. Ma ciò che non è stata in grado di fare la guerra, riesce il progresso e l’industrializzazione dello stato italiano che, senza curarsi minimamente delle esigenze del territorio dei suoi abitanti, fa costruire una grande diga che sommergerà tutto l’abitato, lasciando scoperto solo il campanile della chiesa. Anche in questo caso, anche se straziati da quest’ennesimo sopruso, Trina e il marito decidono di rimanere, accettando il piccolo prefabbricato messo a disposizione dalla ditta di costruzione nel nuovo abitato fatto costruire a monte del precedente, senza la possibilità di tenere più gli animali e fare la vita da contadini, visto che pascoli e campi da quelle parti non ce ne sono più.
Scritto con un linguaggio piano, fatto di brevi ma incisive frasi, il libro di Balzano è un’intensa pagina di storia italiana e, allo stesso tempo, un riuscito tentativo di elevare una storia privata a modello universale, valida al di là del contesto da cui trae ispirazione.

Maurizio Barbarisi – “Scrittura creativa. Istruzioni per l’uso”

Maurizio Barbarisi gestisce il blog letterario “Briciolanellatte Weblog” che raccoglie, oltre a moltissimi articoli che riguardano la scrittura, più di ottocento storie minime, diverse delle quali vincitrici di concorsi.

Dalla sua esperienza come scrittore che negli anni ha perfezionato sempre di più arrivando ad una notevole perfezione formale, nasce questo manuale molto utile sia per chi si sta accostando alla scrittura sia per chi già scrive e vuole migliorare la sua tecnica.

Barbarisi, per costruire il suo edificio, parte dalle fondamenta, mettendo in rilievo che lo scrittore non possa prescindere da alcuni elementi basilari come:

-avere un buon patrimonio di libri letti alle spalle e continuare a leggerli, anche libri su come scrivere, soprattutto se di grandi autori;

– possedere un’appropriata conoscenza della grammatica e sintassi;

– saper ascoltare, osservare, essere curiosi

– esercitarsi a scrivere quanto più è possibile

– avere passione e una discreta fantasia

Il talento è sicuramente importante, afferma, ma sono pochi quelli che davvero lo posseggono. Il vero motore della scrittura è la passione che ci spinge a conoscere a fondo gli autori che leggiamo e ad esercitarsi a scrivere possibilmente tutti i giorni. Raccomanda di non perdersi d’animo: con il duro lavoro e la ricerca continua si riescono a raggiungere buoni risultati.

Molto importante anche consultare un buon vocabolario, non dando per scontato di conoscere il significato delle parole. A volte il controllo sul dizionario può riservare delle sorprese.

Bisogna diventare pienamente consapevoli del valore della parola usata.

Barbarisi si sofferma su numerose questioni: da considerazioni generali sulla scrittura alla spiegazione di come nasce il pensiero creativo, da quelle squisitamente tecniche a veri e propri suggerimenti su come creare storie o superare il blocco dello scrittore, con semplici esercizi pratici che ognuno può mettere in pratica.

Riguardo la punteggiatura, per esempio, afferma che dovrà essere leggera, morbida, così rispettosa del ritmo della frase da risultare praticamente invisibile. Chi legge deve scorrere il testo con naturalezza.

Se in un testo stai mettendo la quarta virgola nella stessa frase significa o che la frase è troppo lunga o che stai esagerando con le virgole.

Il testo risponde a diversi dubbi che possono venire a chi scrive: da come si usano le virgolette alla differenza tra il trattino breve o lungo, dall’opportunità di utilizzare i puntini di sospensione a quello delle parentesi (per fare alcuni esempi), in un impianto che prevede capitoli brevi e facilmente consultabili ogni volta che lo desideriamo.

Lo scrittore si deve creare una sua officina delle idee. Spesso il processo creativo è dovuto al caso. Ma non bisogna aspettare l’ispirazione, ma mettersi nella condizione di essere ricettivi.

E’ necessario dedicare alla scrittura tempo e spazio appositi quasi come dei burocrati della penna, magari iniziando alla stessa ora, nello stesso ambiente, ecc.

Simenon, per esempio,scriveva tra le nove alle tredici ore al giorno.

Infatti più si scrive più si stimola la fantasia, creando una certa abitudine alla scrittura.

Una semplice idea per farsi venire delle buone idee può essere quella di rileggere ciò che già si è scritto. Potrebbe venirti in mente uno spin-off, una costola del racconto che sviluppa un personaggio o una certa situazione

Conserva gli spunti non finiti in un luogo sicuro, assegnando un nome creativo alla cartella, come ad esempio “pensatoio” o “Officina delle idee”.

Inoltre sarà utile scegliersi un luogo tranquillo, un luogo dell’anima in cui ti senti rilassato ma anche pieno di stimoli, es. la musica o il cinguettio degli uccelli. Può essere anche un luogo immaginario se in casa non è possibile trovare quello adatto. Anche camminare può servire per trovare nuovi stimoli e idee.

Fondamentale è mettersi in ascolto della propria emotività e creatività. Azzerare la razionalità. Importanza della predisposizione mentale, oltre all’ambiente.

Pensarci prima di andare a dormire. Il cervello potrebbe rielaborare nei sogni questa idea. Sarebbe importante annotarsi i sogni la mattina. Se ci alleniamo a farlo, ce li ricorderemo sempre meglio e potrebbero costituire un serbatoio infinito di materiale utile. Accostamenti curiosi, stimolanti dal punto di vista ideativo.

Utilizzare le letture altrui non per copiarle ma per farsi stimolare intellettualmente.

Scorrendo nella lettura troverete suggerimenti sulla costruzione del personaggio, dei dialoghi, la spiegazione delle tecniche narrative e sull’importanza del ritmo per tenere incollato il lettore alla vostra storia. Sono presenti indicazioni su come iniziare o concludere il vostro racconto e su come correggerlo, oltre ad esercizi per sviluppare la propria creatività.

Questi sono solo alcune delle tematiche affrontate in questo testo che non ha niente da invidiare, per ricchezza e competenza dell’autore, ai manuali di scrittura più quotati. Un manuale molto chiaro e alla portata di tutti ma da leggere e rileggere per comprendere fino in fondo tutti le questioni concernenti la scrittura, che non è una attività semplice ma che può dare grande soddisfazione a chi vi si dedica con passione e abnegazione.

Nell’ultima parte è riportata una selezione di racconti pubblicati dall’autore. Una lettura molto piacevole.

“Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari

Le meraviglie del duemila è un romanzo pubblicato nel 1907 da Emilio Salgari, considerato il testo più importante della protofantascienza italiana. Salgari è noto soprattutto come scrittore di avventure, ambientate generalmente nell’epoca a lui contemporanea. Le meraviglie del duemila rappresenta una significativa eccezione con cui lo scrittore veronese da una parte si rifà alla tradizione dei viaggi fantastici, dall’altra risente dell’interesse del Futurismo per le macchine e le nuove invenzioni di quegli anni.

È la storia di due uomini che, grazie alla scoperta di un principio attivo di una strana pianta esotica che sospende le funzioni vitali, riescono a fare un lungo sonno che li condurrà dal 1903 al 2003, ritrovandosi a vivere in una società profondamente cambiata

Potranno così conoscere un mondo popolato da macchine volanti, treni sotterranei e velocissimi, città sottomarine e molte altre invenzioni che destano in loro meraviglia e ammirazione. Gli uomini del futuro sono in contatto con i marziani, con i quali hanno buoni rapporti, ed entrambi i popoli conoscono il volo interplanetario.

Salgari immagina un mondo interconnesso dove le distanze sono ridotte grazie all’efficienza dei nuovi mezzi di comunicazione e le nuove invenzioni apparentemente sembrano aver migliorato la qualità della vita degli esseri umani. Ma per i due “uomini del novecento”, Brandok e il dottor Toby, i ritmi sono troppo frenetici e l’elettricità che permea in continuazione l’aria provoca loro tremori e malesseri che diventeranno sempre meno sopportabili.

L’autore indugia anche sulle descrizioni di fenomeni naturali come eruzioni vulcaniche, tornadi e mari in tempesta che sembrano richiamare una sensibilità romantica per la loro grandiosità e potenza distruttiva. Ma i due protagonisti hanno l’impressione che la violenza di tali eventi naturali non siano paragonabili a quelli conosciuti nella loro epoca, come se l’azione dell’uomo avesse reso le furie della natura ancora più devastanti.

Chi si oppone alla società contemporanea che sembra così perfetta, viene considerato un pericoloso terrorista e deportato in isole in mezzo all’oceano che vengono autogestite dai criminali stessi. Se questi non dovessero seguire le regole, la loro terra verrebbe affondata in modo rapido grazie alle potenti armi sviluppate dagli uomini nel corso degli anni.

Salgari in questo romanzo mette in guardia sui rischi nascosti nel progresso scientifico incontrollato e critica l’eccessivo ottimismo dell’uomo nelle sue capacità di migliorare il mondo. Per questi motivi Le meraviglie del duemila si può collocare più nel filone distopico che utopico in quanto narra un mondo apparentemente perfetto ma che nasconde contraddizioni e molti rischi per la salute e la sopravvivenza stessa dell’uomo stesso, soprattutto per la presenza di armi talmente potenti da causarne la sua estinzione.

Un romanzo di una certa attualità.

“Lo studio della morte” di Riccardo Murari

“Lo studio dela morte”, pubblicato dalla casa editrice Bookabook, è il romanzo di esordio di Riccardo Murari, autore romano che mostra già di aver raggiunto una certa maturità sia stilistica che dei contenuti.

La storia conquista subito il lettore e con un ritmo incalzante quasi lo trascina lungo le 160 pagine lungo cui si dispiega quest’opera.

Le frasi brevi con una prevalenza di coordinate, accostate una all’altra, contribuiscono a velocizzare la narrazione. Ma le parole non scivolano addosso senza lasciare tracce, come accade in certi romanzi di scarso profilo; rimangono nella nostra mente e compongono una storia di spessore che cattura e allo stesso tempo lascia spazio all’immaginazione.

Lo stile è molto curato, sicuramente frutto di un assiduo lavoro di riscrittura e correzione, che alla fine raggiunge un livello discreto, privo com’è di elementi e orpelli inutili.

I personaggi e gli ambienti vengono tratteggiati in maniera efficace, funzionale alla storia, ma senza dilungarsi troppo in descrizioni fini a sé stesse. Sembrerebbe quasi che l’autore non voglia sprecare nemmeno una parola, concentrato a distillare la sua storia per renderla più pura e perfetta possibile.

E sono molti gli avvenimenti che accadono in questo libro. Numerose le suggestioni che attirano un gruppo di amici, tra cui il protagonista che racconta in prima persona, dentro la casa misteriosa che diventerà sempre più inquietante e portatrice di eventi drammatici.

Con l’andare del tempo, cresce in loro la consapevolezza di come la casa sconvolgerà le loro vite ma, nonostante le immagini di morte che vi albergano, vi faranno sempre ritorno.

Infatti ogni notte il sonno li ristora e la mattina sono animati da un’energia nuova che li spinge ad andare avanti perché capiscono che quello è un rito di iniziazione, un passaggio obbligato che li porterà nel mondo degli adulti.

E anche per mantenere in vita il ricordo di chi non c’è più, che pare essere scomparso nella mente di tutti, a parte la loro.

Un romanzo da leggere, valido dal punto di vista letterario e con un forte potenziale visivo che potrebbe renderlo adatto anche ad una trasposizione cinematografica.

Italo Calvino- “Perché leggere i classici”

Perché leggere i classici” è una raccolta di saggi su grandi autori del passato e del presente pubblicata postuma nel 1991.

Questo testo contiene 36 scritti, principalmente risalenti agli anni Settanta e Ottanta su vari autori, da Omero a Queneau, che sono stati importanti per Calvino.

Nel saggio che dà il nome alla raccolta l’autore prova a dare varie definizioni di che cosa sia un classico. Ne riporto alcune.

La prima è abbastanza ovvia ma fondamentale:

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati”

Calvino sostiene che le letture giovanili possono essere poco proficue per impazienza e inesperienza della vita. Ma allo stesso tempo, possono essere formative nel senso che danno forma ad un’esperienza futura, fornendo modelli, termini di paragone e scale di valore.

Rileggendo il libro in età matura, può accadere di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte di meccanismi interiori consolidati.

Per questo motivo, afferma Calvino, ci dovrebbe essere un tempo nella vita dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi, noi siamo certamente cambiati, e l’incontro sarà un avvenimento completamente nuovo.

Quindi:

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”

e, inoltre,

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

Un classico porta dietro di sé anche le tracce che hanno lasciato nelle culture che hanno attraversato. Così, se leggo l’Odissea, non posso dimenticare tutto ciò che questo testo ha significato nel corso dei secoli e non posso non chiedermi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni che si sono accumulate nel tempo.

Per questo motivo è fondamentale la lettura diretta dei testi originali, evitando critica, commenti e interpretazioni.

La scuola dovrebbe veicolare il messaggio che nessun libro che parla di un libro dice più del libro stesso. Invece fa di tutto per far credere il contrario.

Quindi:

Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”

Non dobbiamo leggere un classico per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Se la scintilla non scocca, non c’è niente da fare.

Tranne che a scuola. La scuola deve farti conoscere un certo numero di classici tra i quali ognuno potrà riconoscere i suoi classici. Deve darti degli strumenti per scegliere. Ma le scelte che contano davvero sono quelle che avvengono fuori dalla scuola.

Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”

Importante è anche avere ben presente da dove stai leggendo un classico. L’attualità può essere banale e mortificante ma è un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Bisogna quindi alternare ai classici le letture d’attualità.

Da questo si deduce che:

E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”

Calvino conclude il saggio affermando che ognuno dovrebbe inventarsi una biblioteca ideale dei propri classici: la metà dovrebbe comprendere libri che abbiamo letto e siano stati importanti per noi; l’altra metà da libri che ci proponiamo di leggere e pensiamo possano contare. Lasciando qualche posto vuoto per le scoperte occasionali e le sorprese.

Sono molti gli articoli e i saggi di notevole importanza contenuti in questa raccolta che consiglio a tutti di leggere. Calvino spazia da Ovidio a Gadda, da Senofonte a Borges, dall’Ariosto a Pasternak.

Per ragioni di spazio qui mi concentrerò sull’Odissea.

All’inizio del poema, la Telemachia è la ricerca d’un racconto che ancora non c’è. Ulisse non è ancora tornato e Telemaco parte alla ricerca di notizie del padre ( e del racconto) andando presso i veterani della guerra di Troia. Se troverà il racconto, Itaca uscirà dall’informe situazione senza tempo e senza legge in cui si trova da tanti anni.

Dopo aver ascoltato tante storie che non servono al suo scopo, Telemaco incontra Menelao che gli narra una fantastica avventura. Egli è riuscito a catturare il “vecchio del mare”, Proteo, e lo costringe a raccontargli il passato e il futuro.

Proteo conosceva sicuramente tutta l’Odissea; comincia a raccontare le vicende di Ulisse dallo stesso punto in cui attacca Omero, con l’eroe che si trova da Calipso.

Si interrompe e a questo punto Omero gli dà il cambio e seguita il racconto.

Quindi questo ritorno-racconto esiste prima di essere compiuto, preesiste alla propria attuazione. Ma il ritorno deve esser pensato e ricordato, altrimenti può essere smarrito prima che sia avvenuto.

Ulisse-Omero raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo e grande che sia, è sempre l’Odissea.

J. Swift- “I viaggi di Gulliver”

I viaggi di Gulliver” è un romanzo pubblicato da Jonathan Swift nel 1726.

Inizialmente ritenuto un libro per ragazzi, a causa della presenza di avventure e invenzioni fantasiose, ben presto fu chiaro che l’intento dell’autore era quello di fare una feroce satira della società contemporanea inglese e francese.

Infatti Swift narra le vicende del chirurgo di bordo Gulliver con un occhio che si rivolge costantemente alla realtà storica del Settececento e della condizione dell’uomo in generale.

L’autore fa il resoconto dei viaggi presso popoli singolari e ognuno dei viaggi diventa il pretesto per irridere i meccanismi della politica, l’avidità dell’uomo, l’assurdità del sistema giudiziario e dei pretesti per scatenare le guerre.

I viaggi per mare portano Gulliver prima nel regno di Lilliput, rispetto ai cui abitanti lui è un gigante; poi in quello degli uomini giganti, dove è un essere piccolo e indifeso, in un continuo cambio di prospettiva e del punto di vista che mettono in rilievo la precarietà della condizione dell’uomo.

Passando dall’isola volante di Laputa e dalla terra di Lagado, giunge nel luogo dove cavalli intelligenti regnano su omuncoli ripugnanti sia fisicamente che moralmente ai quali, suo malgrado, il protagonista si accorge di assomigliare.

Il soggiorno tra questi nobili e saggi esseri gli permette di migliorare costantemente e di capire che per vivere bene non è necessario avere più del necessario. Ma la sua imperfetta condizione lo costringerà ad allontanarsi anche da questa terra di pace, in quanto non ritenuto degno, e a tornare in patria dove per molti anni dovrà combattere con il disgusto che i suoi simili gli provocano, ora che riesce a vederli con la luce della verità, cioè come essere egoisti, viscidi, litigiosi e dalle continue brame inappagabili.
Un romanzo sempre attuale nonostante sia stato scritto all’inizio del Settecento in cui si parla di avventure per mare ma allo stesso si fa una spietata satira della società che lascia poco spazio ad una possibile redenzione.

“Elementi di stile nella scrittura” di William Strunk

La prima edizione di questo libro risale al 1918 quando un professore universitario di nome Strunk lo pubblicò a sue spese per gli studenti del corso di inglese che teneva alla Cornell University.

Il suo intento era quello di sintetizzare in poche decine di pagine le più importanti regole grammaticali e sintattiche della lingua inglese.

Ma questo libro ben presto si diffuse ben oltre l’ambito accademico fino a diventare una vera e propria bibbia per quattro generazioni di scrittori americani.

Ma qual è il segreto del suo successo? Il punto fondamentale è che il libro non solo dice ciò che si dovrebbe sapere sulla scrittura, ma non dice niente di più. Dentro vi è condensato l’essenziale.

Strunk sembra suggerire che allo scrittore sono necessarie poche ma molto chiare norme sintattiche e compositive. Tutto il resto è talento e applicazione.

L’edizione italiana è stata curata dall’editor e redattore Mirko Sabatino che ha anche aggiunto alcuni paragrafi e inserito note esplicative per renderlo fruibile al pubblico italiano.

Il primo capitolo tratta di regole d’uso elementari della lingua, come ad esempio l’utilizzo della punteggiatura, che dovrebbero essere scontate ma non sempre lo sono.

Nel secondo capitolo si passa all’esame delle norme compositive partendo con una riflessione sulla costruzione del capoverso che dovrebbe essere l’unità minima di composizione. Questa struttura dovrebbe cominciare con una frase-chiave e concludersi con un richiamo alla frase di partenza.

Strunk raccomanda poi di privilegiare la forma attiva perché più diretta e incisiva di quella passiva.

Fondamentale è anche usare un linguaggio chiaro, specifico e concreto. Infatti lo specifico è più efficace del generale, il chiaro del vago, il concreto dell’astratto.

Tutti gli studiosi concordano nel dire che tale tipo di linguaggio contribuisce a suscitare e a tenere desta l’attenzione del lettore. La grandezza di scrittori come Omero, Dante e Shakespeare dipende soprattutto dalla loro costante ricerca di chiarezza e concretezza.

L’autore sconsiglia per esempio di utilizzare l’avverbio non in modo elusivo.

Infatti:

Non era mai puntuale

è meno efficace di

Era sempre in ritardo

Quindi meglio usare Disonesto che Non onesto, Futile che Non importante.

Strunk dice anche di evitare le parole inutili in quanto una frase non dovrebbe contenere più parole del necessario, né un capoverso più frasi del dovuto, per la stessa ragione per cui un disegno non dovrebbe contenere linee inutili.

Ovviamente questo non significa trattare l’argomento in maniera generica e superficiale ma ogni parola deve essere significativa.

Ad esempio, è meglio:

Questo argomento

di

Questo argomento che.

La sua storia è strana

di

La sua storia è di quelle strane

L’espressione “il fatto che” in particolare dovrebbe essere eliminata ovunque:

A causa del fatto che

meglio sostituirlo con

Poiché

Malgrado il fatto che

con

Benché.

Nel terzo capitolo sono analizzate alcune questioni di forma come l’uso delle parentesi, degli accenti, delle maiuscole. Questa parte può essere utilizzata in caso di dubbi che sorgano nel corso della scrittura.

Nel capitolo successivo invece l’autore si sofferma su alcune espressioni che vengono usate in modo improprio. Termini come aspetto, carattere, caso, fattore, utilizzate in contesti dove non hanno alcuna ragione d’essere, hanno un effetto ridondante e prolisso:

Atti di carattere ostile

si può sostituire con

Atti ostili

Nell’appendice vengono trattate alcune questioni di stile che riguardano più da vicino la scrittura creativa.

Una dei difetti più diffusi tra gli scrittori principianti è quello di attirare l’attenzione su se stessi. La buona scrittura dovrebbe essere sempre al servizio della storia e lo scrittore dovrebbe stare dietro la sua opera, non davanti.

Il nucleo fondante di ogni frase è costituito da nomi e verbi, quindi bisognerebbe concentrarsi su quelli e poi eventualmente aggiungere avverbi o aggettivi, usandoli sono se funzionali a quello che si vuole esprimere.

Ogni scrittore fa le sue scelte. Hemingway, nei racconti, utilizza frasi semplici con pochi aggettivi e avverbi. Eppure la sua scrittura è estremamente precisa.

Lo scrittore prima di cominciare deve scegliere se utilizzare la prima persona, la terza o lo stile indiretto libero. Nel primo caso il narratore è il protagonista del racconto e potrà raccontare solo quello che ha vissuto e visto personalmente. La sua visione del mondo sarà inevitabilmente soggettiva e faziosa.

Se si sceglie la terza persona, invece, la voce che racconta è quella di un narratore esterno, che riporta fatti accaduti ad altri. Può riferire solo fatti esterni, cioè visibili, come azioni, dialoghi, senza dare alcun giudizio oppure entrare anche nei pensieri dei personaggi o dare informazioni che nessuno dei personaggi conosce.

Lo stile indiretto libero invece è una narrazione per metà soggettiva e per metà oggettiva. Il narratore racconta la storia in terza persona, ma decide di non abbandonare mai il personaggio principale. Il punto di vista sembra obiettivo ma in realtà è interno alla narrazione, è quello del personaggio scelto.

In questa parte del libro ci si sofferma inoltre sull’importanza del ritmo che viene dato dal taglio delle frasi, dalla sintassi, dalla scelta dei vocaboli, dei tempi verbali e dalla punteggiatura.

Riguardo la sintassi si può privilegiare l’uso di frasi subordinate (ipotassi) che danno al testo un andamento riflessivo e lento, oppure utilizzare soprattutto frasi coordinate (paratassi) che accelerano il ritmo del racconto e lo rendono più concitato.

Molto importante anche la scelta dei tempi verbali. Il presente velocizza il racconto e si adatta bene alle storie di azione. Il passato è più indicato per le storie di atmosfera.

L’imperfetto è un tempo ambiguo, nebuloso e per questo motivo è il tempo in cui si raccontano i sogni e le fiabe.

Il dialogo è lo strumento con cui il personaggio prende vita. Il carattere del personaggio si può anche descrivere, ma è solo nell’incontro con gli altri che viene tratteggiato nella sua essenza e nelle sue contraddizioni. Dal suo modo di parlare capiamo tratti del suo carattere e della sua condizione sociale che lo scrittore non ha detto esplicitamente.

Nell’appendice vengono trattati anche altri aspetti molto importanti della scrittura come l’importanza dell’incipit e del finale, della suspence e del linguaggio figurato, l’utilizzo della narrazione non lineare.

Non potendo condensare tutto il materiale presente in un post, ho dovuto fare alcune scelte per dare un’idea di quello che si può trovare in questo fondamentale libretto la cui lettura consiglio caldamente a tutti, sia agli appassionati di scrittura che di lettura.