La casa al mare

L’oscurità era calata e un vento fresco cominciava a soffiare dall’immensa distesa appena increspata. Nel piccolo borgo gremito di case per le vacanze si accendevano le fioche luci dei lampioni.

L’estate era finita da un po’ ma la famiglia di Luca, un ragazzino di undici anni gracile e pacato, approfittando delle tiepide giornate di ottobre, tornava quasi tutti i fine settimane nel paese dove trascorreva la bella stagione.

La vista era suggestiva e le acque cristalline invitavano ad azzardare ancora qualche bagno nelle ore centrali della giornata.

La famiglia di Luca spesso ospitava anche una coppia di amici che aveva un figlio tredicenne, Nico. I due con il tempo erano diventati amici e trascorrevano volentieri il tempo insieme quando si trovavano in vacanza.

Nico conosceva bene la zona in quanto da bambino vi aveva vissuto per qualche anno. Poi i suoi genitori avevano deciso di trasferirsi in città per esigenze di lavoro, ma a lui era sempre rimasta la nostalgia degli spazi aperti dove scorrazzare in piena libertà. Dalle finestre delle case di pietra poi si poteva vedere luccicare il mare e inebriarsi del suo profumo.

Quella sera il paese era frequentato, oltre che da nostalgici turisti, solo dai pochi residenti che vi abitavano tutto l’anno. Dopo cena i genitori di Luca e Nico si erano seduti intorno al tavolino di una gelateria e loro potevano muoversi tranquillamente per il paese. Era un luogo familiare dove non sembrava esserci alcun pericolo

Dopo essersi aggirati per vicoli e piazze parlando della giornata appena trascorsa, visto che era ancora presto, Nico propose all’amico di allontanarsi dal centro ed esplorare i dintorni del paese.

“Ma non ci sono le luci” obiettò perplesso Luca.

“Come no? Ci sono le luci del campetto da calcio che sono ancora accese” rispose Nico

“Non dovremmo avvertire i nostri genitori?”

“Ci allontaniamo solo un po’ e poi ci farebbero problemi”

“Allora arriviamo solo fino a dove vediamo, poi torniamo indietro” propose Luca.

“D’accordo! Ma non avrai paura, vero? In fondo sarà una delle ultime volte che verremo qui, prima che torni la primavera. Approfittiamone”

I due ragazzi arrivarono fino alle ultime abitazioni del paese, le oltrepassarono e presero una strada sterrata che portava al campo sportivo e proseguiva verso il centro dell’isola. Si fermarono davanti al reticolato che circondava il campo, sul quale due squadre rincorrevano il pallone gridando e incitandosi. Ma nessuno dei due era davvero appassionato di calcio.

Dopo qualche minuto, Nico mosse alcuni passi verso il sentiero che si inoltrava verso l’interno.

“Dove stai andando?“ chiese allarmato Luca

“Dài, ci allontaniamo solo di qualche passo. Cosa vuoi che succeda? Di giorno questa strada l’abbiamo fatta milioni di volte”

Luca voleva tornare indietro ma allo stesso tempo aspirava ad immergersi in una nuova avventura.

Si decise a seguire l’amico che ormai era avanti almeno cinque sei metri rispetto a lui e lo raggiunse rapidamente. Nico non sembrava avere paura o forse voleva solo dimostrare che era più grande e andava avanti a testa alta, senza esitazioni.

Il campo di calcio con i suoi schiamazzi si allontanava sempre di più e le luci diventavano sempre più fioche.

Nel cielo splendeva la luna che mostrava la strada da percorrere, ma i rumori della vegetazione e degli animali notturni cominciavano ad assumere connotati meno familiari.

Luca con il fiato sospeso camminava tallonando Nico che continuava ad avanzare deciso. Avrebbe voluto chiedergli di tornare indietro, ma non ne aveva il coraggio. Voleva dimostrare di essere cresciuto, di non avere paura di una passeggiata notturna in un luogo noto.

Ad un certo punto, il vento che si era fatto più impetuoso, fece oscillare in modo deciso la chioma degli alberi sotto cui stavano passando, la luna scomparì dietro le nuvole e il buio intorno a loro si fece quasi completo.

Luca si attaccò al braccio dell’amico e, mettendo da parte l’orgoglio, quasi lo supplicò di tornare indietro.

“Non vedi che è solo il vento?” Gli rispose Nico, in modo brusco.

Un’altra folata attraversò l’aria e fece cadere qualcosa dall’alto, forse dei piccoli ramoscelli o delle foglie dall’albero sovrastante. Luca fece un salto ma non osò dire niente. Continuavano ad andare avanti fino a quando Nico si arrestò e di colpo perse il suo fare baldanzoso, irrigidendo ogni muscolo del corpo.

Davanti a loro, al di là dei cespugli della macchia mediterranea, videro accendersi due occhi giallastri che li fissavano dall’oscurità. Non vedevano altro che quelle due luci intense che perforavano il buio, come se fossero sospese nel nulla. Nello stesso istante un verso stridulo squarciò la notte facendo accapponare la pelle ai due amici.

Cominciarono a correre a perdifiato nella direzione opposta, incespicando sul terreno che pochi minuti prima sembrava privo di ostacoli. Non sapevano bene dove stavano andando, né se la direzione era quella giusta ma continuavano a filare con il cuore in gola.

Mentre correvano avevano l’impressione che esseri invisibili li sfiorassero e a tratti cercassero di trattenerli ingigantendo la loro paura.

Ma dopo un tempo che era sembrato infinito e quasi senza più fiato, si resero conto di essere ancora immersi nel buio più profondo. Non c’era traccia né delle luci del campo di calcio né tanto meno di quelle del paese.

Fu allora che davanti a loro si spalancarono di nuovo quegli orribili occhi gialli che ora sembravano più vicini e minacciosi. Ormai in preda al panico, senza via di uscita, si addossarono contro l’enorme tronco di un albero mentre la creatura spaventosa si avvicinava emettendo latrati terrificanti.

Vinti dalla disperazione, si rannicchiarono verso il basso, aspettando la fine.

Luca si svegliò di soprassalto, completamente sudato. Il cuore gli batteva all’impazzata ma, pur con una certa fatica, si rese conto di essere al sicuro nella sua stanza.

Resistette all’impulso di rifugiarsi nel letto dei suoi genitori, come quando era piccolo, ma decise con una certa fermezza che non avrebbe tentato imprese notturne, almeno per il momento.

Aveva ancora bisogno del caldo e rassicurante nido domestico.

I custodi variegati

I custodi o, come vengono chiamati oggi, collaboratori scolastici sono una popolazione molto variegata, sia a livello di competenze che di disponibilità a collaborare in modo effettivo. Nel corso degli anni anche loro, come tutto il personale della scuola, ha subito una bella sforbiciata; quindi appartiene ormai al passato l’immagine di quattro-cinque custodi seduti intorno ad un tavolo all’ingresso della scuola che parlano del più e del meno e si scambiano opinioni sulle ricette. A quei tempi poteva capitare che, se tu avessi avuto bisogno di un’informazione e ti avvicinavi a tale adunanza, i presenti ti guardassero con aria interrogativa fino a che qualcuno di loro decideva che forse era il caso di rispondere.

Anche recentemente comunque ho riscontrato casi di scarsa reattività quando interveniva uno stimolo esterno e di strane lamentele di tali lavoratori della scuola. Senza considerare i casi limite, per fortuna ormai scomparsi, di bidelli che si addormentano sul posto di lavoro o che escono fuori per recarsi al bar a farsi un bicchierino, ogni tanto emergono ancora situazioni bislacche.

Una volta che seguivo un’alunna la quale aveva bisogno nel corso della mattinata di stare qualche minuto nel giardino della scuola, fui avvicinata da una collaboratrice scolastica perché aveva bisogno di dirmi qualcosa. Chiesi che problema ci fosse e lei, tra l’imbarazzato e il seccato, mi fece presente che vicino al banco della ragazza aveva trovato della terra che probabilmente lei aveva portato da fuori. Mi chiedeva dunque di far pulire bene le scarpe alla mia assistita prima di rientrare in classe, altrimenti avrebbe sporcato sul pavimento e poi avrebbe dovuto pulire lei.

Io ero un po’ perplessa visto che erano diversi giorni che non pioveva e quindi non capivo quale sporco avesse potuto portare in classe la bimba. Andai ad esaminare la zona intorno al suo banco e, solo dopo un’attenta ricognizione, scorsi delle micro-particelle di terra che non mi sembrava contribuissero molto a rendere l’aula meno pulita.

Nel mio lungo peregrinare tra le varie scuole, trovai anche custodi tuttofare che non si fermavano un secondo da quando arrivavano la mattina a quando, pulite tutte le aule, chiudevano la scuola. Se l’edificio aveva un solo piano ed erano presenti al massimo sei classi, in genere c’era una sola custode che doveva rispondere al telefono, aprire la porta di ingresso il cui campanello suonava in continuazione, fare le fotocopie che spesso venivano richieste, sorvegliare i ragazzi quando uscivano dall’aula, scaricare la posta dal computer, far passare le circolari nelle classi e via dicendo. Durante la ricreazione, nel momento più caotico, poteva capitare anche che arrivasse la coordinatrice di plesso, sempre vogliosa di offrire qualcosa ai colleghi, e le ordinasse cinque-sei caffè da fare e portare ai vari insegnanti della scuola.

Quando poi c’erano le riunioni pomeridiane, se per caso mancava la bidella che doveva venire nella seconda parte della giornata, quella della mattina magari doveva farsi quasi 12 ore di lavoro consecutive ed era inutile chiedere in Direzione se potessero chiamare qualcun altro: non c’erano mai disponibilità o soldi per chiamare supplenti se non per assenze molto lunghe.