Pubblicazione dell’antologia “Bullismo. Non restare in silenzio”

Oggi verrà presentata a Roma l’antologia del premio letterario indetto dalla Pav Edizioni a cui ho partecipato e mi sono posizionata al secondo posto.

Incollo qui il link alla pubblicazione dell’evento da parte del PuntoNews.net e la prima parte dell’articolo.

Si terrà a Roma, il prossimo 5 ottobre 2019 alle ore 19,30 la presentazione dell’antologia dal titolo “Bullismo? Non restare il silenzio”.

Il volume è il risultato finale di un concorso indetto dalla PAV Edizioni, giovane casa editrice con Pietro Molinaro alla presidenza, Aurora di Giuseppe e Vincenzo Mazza rispettivamente coordinatrice e direttore editoriale, proprio sul fenomeno del bullismo e contiene 12 racconti a tema creati da altrettanti autori, selezionati attraverso una valutazione dei loro elaborati da parte di un’apposita giuria. Gli autori prescelti, i cui racconti sono stati inseriti nell’antologia sono: Roberta Venturini, Annamaria Arvia e Patrizia Macario, vincitrici del concorso e posizionatesi rispettivamente ai primi tre posti. Seguono Maria Bruzzese, Consuelo Consoli,  Franca D’Accriscio, Alessandro Guani, Anna Paola Pascali, Francesca De Angelis, Diana Sinigaglia e infine Emma Allamandri e  Barbara Gabriella Renzi.

Questo invece è il link al volume

Italo Calvino- “Perché leggere i classici”

Perché leggere i classici” è una raccolta di saggi su grandi autori del passato e del presente pubblicata postuma nel 1991.

Questo testo contiene 36 scritti, principalmente risalenti agli anni Settanta e Ottanta su vari autori, da Omero a Queneau, che sono stati importanti per Calvino.

Nel saggio che dà il nome alla raccolta l’autore prova a dare varie definizioni di che cosa sia un classico. Ne riporto alcune.

La prima è abbastanza ovvia ma fondamentale:

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati”

Calvino sostiene che le letture giovanili possono essere poco proficue per impazienza e inesperienza della vita. Ma allo stesso tempo, possono essere formative nel senso che danno forma ad un’esperienza futura, fornendo modelli, termini di paragone e scale di valore.

Rileggendo il libro in età matura, può accadere di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte di meccanismi interiori consolidati.

Per questo motivo, afferma Calvino, ci dovrebbe essere un tempo nella vita dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi, noi siamo certamente cambiati, e l’incontro sarà un avvenimento completamente nuovo.

Quindi:

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”

e, inoltre,

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

Un classico porta dietro di sé anche le tracce che hanno lasciato nelle culture che hanno attraversato. Così, se leggo l’Odissea, non posso dimenticare tutto ciò che questo testo ha significato nel corso dei secoli e non posso non chiedermi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni che si sono accumulate nel tempo.

Per questo motivo è fondamentale la lettura diretta dei testi originali, evitando critica, commenti e interpretazioni.

La scuola dovrebbe veicolare il messaggio che nessun libro che parla di un libro dice più del libro stesso. Invece fa di tutto per far credere il contrario.

Quindi:

Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”

Non dobbiamo leggere un classico per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Se la scintilla non scocca, non c’è niente da fare.

Tranne che a scuola. La scuola deve farti conoscere un certo numero di classici tra i quali ognuno potrà riconoscere i suoi classici. Deve darti degli strumenti per scegliere. Ma le scelte che contano davvero sono quelle che avvengono fuori dalla scuola.

Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”

Importante è anche avere ben presente da dove stai leggendo un classico. L’attualità può essere banale e mortificante ma è un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Bisogna quindi alternare ai classici le letture d’attualità.

Da questo si deduce che:

E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”

Calvino conclude il saggio affermando che ognuno dovrebbe inventarsi una biblioteca ideale dei propri classici: la metà dovrebbe comprendere libri che abbiamo letto e siano stati importanti per noi; l’altra metà da libri che ci proponiamo di leggere e pensiamo possano contare. Lasciando qualche posto vuoto per le scoperte occasionali e le sorprese.

Sono molti gli articoli e i saggi di notevole importanza contenuti in questa raccolta che consiglio a tutti di leggere. Calvino spazia da Ovidio a Gadda, da Senofonte a Borges, dall’Ariosto a Pasternak.

Per ragioni di spazio qui mi concentrerò sull’Odissea.

All’inizio del poema, la Telemachia è la ricerca d’un racconto che ancora non c’è. Ulisse non è ancora tornato e Telemaco parte alla ricerca di notizie del padre ( e del racconto) andando presso i veterani della guerra di Troia. Se troverà il racconto, Itaca uscirà dall’informe situazione senza tempo e senza legge in cui si trova da tanti anni.

Dopo aver ascoltato tante storie che non servono al suo scopo, Telemaco incontra Menelao che gli narra una fantastica avventura. Egli è riuscito a catturare il “vecchio del mare”, Proteo, e lo costringe a raccontargli il passato e il futuro.

Proteo conosceva sicuramente tutta l’Odissea; comincia a raccontare le vicende di Ulisse dallo stesso punto in cui attacca Omero, con l’eroe che si trova da Calipso.

Si interrompe e a questo punto Omero gli dà il cambio e seguita il racconto.

Quindi questo ritorno-racconto esiste prima di essere compiuto, preesiste alla propria attuazione. Ma il ritorno deve esser pensato e ricordato, altrimenti può essere smarrito prima che sia avvenuto.

Ulisse-Omero raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo e grande che sia, è sempre l’Odissea.

La maestra Candida e la migliore delle scuole possibili (Seconda parte)

Le maestre si erano fatte l’idea che i professori avessero paura di mettersi in gioco e volessero mantenere sempre la loro puzza sotto il naso. Ma alla fine, dicevano, anche loro farebbero meglio a scendere dal piedistallo. A questo proposito, la maestra Maria, una delle veterane della scuola, nonché tra le più fedeli seguaci del Senza Soma, raccontò un episodio che era accaduto l’anno precedente:

“Un bambino di nome Carlo aveva finito la quinta elementare e aveva cominciato la scuola media. Come molti altri, i suoi genitori si erano separati e lui soffriva molto di questa separazione, anche perché sia la madre che il padre si erano rifatti una nuova vita e lui aveva la sensazione di essere messo in secondo piano rispetto ai fratelli più piccoli. A volte in classe faceva commenti inopportuni verso i compagni ma tutto sommato, almeno alla primaria, ci sembravano comportamenti che rientravano nella normalità. Verso la metà dello scorso anno, parlando con alcuni insegnanti delle medie, venne fuori che Carlo aveva cominciato a prendere in giro pesantemente un nuovo compagno che era stato inserito da poco nella classe, in quanto proveniente da un’altra provincia. Questi era un po’ grassottello e goffo e pare che Carlo avesse trascinato con sé anche diversi bambini della classe per cui si era creata una situazione quasi di persecuzione nei confronti del nuovo arrivato.

Ora, a parte che non mi capacito di come un bambino tutto sommato corretto come Carlo possa arrivare a tanto, ma penso che il motivo sia da ricercare nell’ impostazione rigida dei professori, i quali non hanno saputo creare il clima giusto per una corretta convivenza.

Tra l’altro io sono rimasta in buoni rapporti con Carlo. Pensa che un giorno mi ha mandato una foto di una nota che gli aveva fatto uno degli insegnanti meno sensibili e, pensa un po’, la nota conteneva un errore ortografico!

Durante una riunione con i docenti delle medie, non ho potuto fare a meno di farlo notare e loro si sono scandalizzati del comportamento del loro alunno, affermando tra l’altro, che non era possibile che il loro collega avesse fatto un errore di ortografia. Secondo qualcuno era più probabile che fosse stato Carlo a modificare il testo della nota per mettere in cattiva luce il troppo punitivo docente. Ma vi rendete conto? A che punto può arrivare la presunzione di questi professori?”

Candida aveva ascoltato con attenzione questo resoconto dell’accaduto. Si fidava di quello che diceva la maestra ma rimase un po’ perplessa sulla modalità con cui la foto era arrivata a lei. Questo episodio comunque non scalfì minimamente il suo ottimismo e si preparò a cominciare il nuovo anno scolastico, armata dei nuovi strumenti che gli aveva fornito il Senza Soma.

Il primo giorno di scuola della nuova era del suo insegnamento, entrò nell’ampio ingresso di una scuola di recente costruzione. La luce entrava copiosa dalle grandi vetrate, gli arredi e i colori creavano una sensazione di rilassamento e armonia. Fuori, un giardino ben curato rendeva gradevole la vista dalle finestre delle aule, oltre che piacevole giocare in mezzo al verde.

Le scuole scalcinate e spesso antiestetiche dove era stata fino ad ora, erano lontane anni luce.

A Carla era stata assegnata una seconda e una quinta, quindi due classi che già conoscevano il Senza Soma e per questo avrebbe e avuto il lavoro semplificato, pensando che si sarebbe dovuto inserire in un meccanismo già oliato.

Alla sua domanda se fossero presenti casi particolari, le colleghe risposero in maniera piuttosto evasiva, accennando solo ad alcuni bambini un po’ difficili, ma come ce ne erano in tutte le classi. Si soffermarono solo su due fratelli, di cui il maschio frequentava la seconda, che venivano da una famiglia molto numerosa e un po’ disagiata, non solo economicamente. Non avevano avuto una vera e propria educazione e talvolta erano difficili da gestire.

Ma con il metodo Senza Soma, le dissero, si poteva trovare una soluzione a questi problemi. Per esempio mettendolo a fare lavori o giochi alternativi alla didattica della classe. Entrambi i due fratelli comunque erano seguiti da un insegnante di sostegno molto esperta che le avrebbe fornito tutti i particolari e eventualmente dato qualche consiglio.

Ma era il momento di cominciare. La mattinata cominciava con un’adunata di tutti i bambini all’ ingresso della scuola, nello spazio chiamato Agorà, dove ogni mattina venivano lette alcune pagine di un libro che i bambini ascoltavano in religioso silenzio. Questo momento funzionava come camera di decompressione tra l’esterno e l’ingresso vero e proprio nella classe, dove molto gradualmente sarebbero cominciate le attività didattiche.

I primi giorni Candida lo dedicò alla conoscenza dei bambini e a creare un ambiente il più rilassato possibile, quindi senza troppe forzature, permettendo loro di sedersi dove preferivano. Dopo qualche settimana, cominciò a disporre i bambini intorno ai tavoli cercando di formare dei gruppi più o meno omogenei per poter lavorare per livelli, come veniva raccomandato dalle linee-guida del Senza Soma. Tutto sembrava svolgere in modo tranquillo ma notò che, quando voleva spostare gli alunni, qualcuno protestava e obbediva solo dopo che lei aveva insistito parecchio. Candida cercava di motivare sempre i suoi cambiamenti come si conviene ad un metodo che mette al centro il dialogo con i bambini e la collaborazione, ma non sempre le argomentazioni risultavano efficaci.

Ma Candida era convinta della bontà del modello che aveva svelto e pensava che con il tempo sarebbe stata in grado di comunicare in modo più efficace, applicando al meglio il Senza Soma per il bene dei bambini.

Dopo alcune settimane ebbe anche la sensazione che gli alunni che si trovava davanti fossero meno empatici rispetto ad altri avuti nel passato, nonostante il metodo di insegnamento fosse più tradizionale e quindi più gravoso per loro. Ma cercò di cacciare subito questa impressione, attribuendola al fatto che ancora non la conoscevano bene e magari si erano affezionati alla maestra dello scorso anno che si era trasferita altrove.

Del resto si trovava nella migliore delle scuole possibili.

Con il passare del tempo, cominciarono ad emergere alcuni casi particolari. Il primo a farsi notare fu Marco, il bambino appartenente alla famiglia disagiata, il quale era molto affettuoso e anche voglioso di fare bella figura con le maestre, ma aveva evidenti difficoltà di apprendimento, che frustravano i suoi tentativi. Inoltre, aveva anche momenti in cui diventava poco gestibile in classe e chiedeva in continuazione di uscire.

Candida si era consultata con l’insegnante di sostegno, una signora molto disponibile e con un grande bagaglio di esperienze, con cui avevano studiato alcune strategie per permettere a Marco di rimanere in classe, magari svolgendo attività alternative. Quindi, aiutato a turno anche da qualche suo compagno, gli venivano proposti alcuni giochi presenti negli angoli della classe, in cui doveva fare più un’attività manipolativa, che lo stancata meno rispetto a quello della classe. Se seguito da un insegnante, Matteo svolgeva con piacere queste attività e dimostrava di ricercare sempre il rapporto con l’adulto.

Ma quando non era possibile seguirlo individualmente perché non era presente la maestra di sostegno e la maestra della classe doveva seguire gli altri, dopo poco smetteva di fare ogni attività anche la più semplice. Anche quando venivano svolte attività comuni a tutta la classe più laboratoriali, come semplici attività musicali o artistiche o di movimento, Marco non riusciva ad interagire correttamente con i compagni e prima o poi finiva col dire o fare qualcosa che urtava la sensibilità degli altri e talvolta finivano a male parole, se non a botte.

Ma nonostante questi problemi, Marco dimostrava di essere un bambino buono che, con l’intervento dell’ adulto, riusciva a ragionare e a comportarsi meglio. Almeno fino all’ episodio successivo.

Non era però l’unico caso particolare.

Nella classe di Matteo, la più problematica, c’era anche Sara, una bambina che aveva sempre l’aria un po’ insofferente e sembrava non trovarsi a suo agio in classe. Sara aveva espressivi occhi neri che distoglieva non appena cercavi di entrare in relazione con lei. Non aveva alcuna problematica particolare ma sembrava vivere un disagio che forse le veniva dalla famiglia, anche nel suo caso numerosa. Al contrario di Marco, lei era sempre pulita e vestita nel migliore dei modi, talvolta addirittura era venuta a scuola con un po’ di trucco sugli occhi.

La madre, interrogata al riguardo, si era giustificata dicendo che una mattina Sara si era introdotta in camera sua e aveva usato i suoi trucchi. Era quasi l’ora del pulmino e non aveva fatto in tempo a ripulirle il viso. Probabilmente era piuttosto abile a scivolare in camera della madre proprio a ridosso dell’ ora di partenza, visto che il trucco sul viso era comparso più di una volta.

Rimase invece sorpresa della presunta irrequietezza della figlia, affermando che a casa era sempre serena e tranquilla e non aveva mai riscontrato problemi con le sorelle più grandi né con il fratello più piccolo.

La maestra di sostegno della classe disse invece a Candida che qualche volta Sara si era lamentata del fatto che a casa non la considerasse nessuno e spesso litigasse con le sorelle. Era difficile sapere a che punto si trovasse la verità ma spesso i bambini si esprimono senza troppi filtri. Probabilmente Sara aveva un carattere molto forte e mal tollerava questa situazione domestica che comunque era comune a molte famiglie numerose.

Durante l’anno, la bambina talvolta discuteva con le compagne e ogni tanto rispondeva male anche alle maestre. Candida sperava con il tempo di riuscire ad entrare in sintonia con lei, magari lasciandole più spazio, rispetto agli altri. Ma più spazio le veniva concesso, più se ne prendeva. Verso metà anno cominciò ad uscire dalla classe sempre più spesso, senza controllare se il semaforo fosse verde e cominciò a trattenersi in bagno sempre di più a lungo, al punto che ogni tanto la maestra la doveva andare a cercare. A volte trovava qualche altro bambino problematico di altre classi e si intratteneva con loro, ritardando sempre di più il momento di tornare in classe. Era diventato difficile gestirla e, quando non c’era la compresenza della insegnante di sostegno, Candida aveva difficoltà a gestire la situazione, dovendo anche seguire gli altri bambini. Tra l’altro c’era sempre Marco che, se preso da solo, si riusciva a trovare il modo di ammansirlo ma se trovava una sponda diventava molto difficile addomesticarlo.

Ma non era finita qui. Un altro bambino aveva attirato l’attenzione della maestra fin dall’ inizio a causa del suo sguardo triste e duro insieme. Si trattava di Gabriele, un bambino adottato che sembrava portare su di sé tutte le ferite del periodo trascorso nella casa famiglia. Per tutto il primo mese, non creò grossi problemi, anzi sembrava fare un grosso sforzo per impegnarsi e lavorare come tutti gli altri. Ma, nonostante le maestre cercassero di aiutarlo e sostenerlo quando si trovava in difficoltà, ad un certo punto cominciò a vivere il fatto di non riuscire a stare al passo con gli altri come un fallimento e manifestò segni di irrequietezza sempre maggiori.

Non riusciva ad interagire bene con i suoi compagni con i quali aveva un rapporto conflittuale, a parte con un bambino più debole caratterialmente che sembrava subire la sua personalità e che acconsentiva a tutte le sue richieste, costringendolo ad avere a che fare solo con lui, escludendo completamente gli altri.

Con il tempo anche lui tendeva ad uscire sempre più spesso e, approfittando dei momenti meno strutturati, che erano numerosi nella scuola Senza Soma, tendeva ad allontanarsi dalla sua classe e a vagare per la scuola, portandosi dietro anche Sara e Marco che non aspettavano altro.

Candida sentì che la situazione le stava sfuggendo di mano e non capiva come mai in altre scuole non si fosse mai trovata ad avere a che fare con casi così poco gestibili. Tra l’altro il modello Senza Soma doveva garantire una situazione di benessere per tutti i bambini, grazie alla personalizzazione degli apprendimenti, all’accoglienza, al dialogo. Forse non aveva recepito bene le indicazioni del Senza Soma, oppure era stata solo sfortunata ed aveva trovato elementi particolarmente difficili? Non riusciva a darsi una spiegazione.

Quando aveva consultato la collega di matematica che condivideva con lei le due classi, si era sentita ribadire i principi che già conosceva. Le aveva chiesto se anche lei avesse riscontrato gli stessi problemi e la risposta era stata negativa: erano bambini con qualche difficoltà ma si potevano gestire, nessuna situazione veramente difficile.

Giunse allora alla conclusione che il problema era lei è la sua scarsa esperienza o incapacità di entrare nei meccanismi del Senza Soma.

La collega di sostegno vedendola che si stava abbattendo sempre di più cercò di sostenerla e darle una mano:

“È vero che queste situazioni sono esplose quest’anno, ma erano presenti tutte le condizioni perché questo accadesse. I bambini in questione hanno sicuramente dei problemi, chi più chi meno, ma in questo caso il fatto di non avere delle regole ferme ha fatto sì che diventassero sempre più privi di controllo con il risultato che abbiamo oggi”

In realtà le norme di comportamento venivano fornite ai bambini, anzi venivano scritte con loro in modo che fossero maggiormente condivise, ma non esistevano vere e proprie sanzioni se qualcuno non le rispettava, a parte punizioni molto blande ed evidentemente non adeguate in questi casi limite.

Intanto il malessere di Candida aumentava sempre di più. Da qualche tempo dormiva male la notte, svegliandosi spesso in preda all’ansia di doversi recare sul posto di lavoro la mattina successiva. Ad un certo punto cominciò ad avere giramenti di testa che si manifestavano quando la giornata a scuola era stata particolarmente difficile. Prima di andare a casa doveva sedersi su una sedia e cercare di riprendersi perché il rischio di cadere era molto concreto.

Un giorno in cui la situazione era stata particolarmente esasperante, tornò a casa e andò a controllare se i termini per la richiesta di trasferimento fossero scaduti.

Per fortuna mancava ancora qualche giorno ma doveva affrettarsi. Si sedette davanti al computer e non si alzò fino al quando la richiesta non ebbe esito positivo.

Aveva indicato molte scuole, anche distanti, pur di essere sicura che glielo avrebbero concesso.

“Il primo viaggio”

Eravamo ormai quasi a fine luglio e il caldo si era fatto opprimente. Marco aveva sostenuto l’ultimo esame prima delle vacanze estive e ora, con un misto di ansia e eccitazione, aspettava il momento di partire per il suo primo viaggio all’estero.

Con i suoi genitori non si era mai allontanato troppo da casa, a parte qualche incursione nel paese nativo dei suoi per andare a trovare nonni e zii. Il padre lavorava molto e, quando finalmente riusciva a raggiungere le sospirate ferie, preferiva starsene a casa a rilassarsi e a godersi la tranquillità della casa di campagna dove viveva.

Quando era bambino, anche Marco apprezzava gli spazi aperti della natura che si aprivano intorno alla sua abitazione. Poteva girare in bicicletta in lungo e in largo, passeggiare lungo il fiume, costruire, insieme ai cugini, carretti, zattere e ponti di canne che adagiavano sulle rive del corso d’acqua.

Da piccolo, vivere in campagna può essere pieno di opportunità ma, quando cominci a crescere, e vorresti allargare i tuoi orizzonti e le tue conoscenze, non è più così piacevole e in certi momenti ti senti come in una prigione da cui vorresti evadere.

Marco era un ragazzo piuttosto silenzioso e non aveva mai avuto molti amici ma, approdato all’università, era riuscito ad inserirsi in un gruppo che organizzava qualche uscita e, finalmente, qualche viaggio che lo portasse lontano dai luoghi e dalle occupazioni della quotidianità.

Quell’estate la meta prescelta era stata la Scozia. Aveva visto foto bellissime sui paesaggi e i castelli scozzesi e, quando qualcuno degli amici aveva proposto questa destinazione, aveva aderito con entusiasmo.

Ora l’attesa era finita e, dopo un viaggio in aereo di qualche ora, atterrarono all’aeroporto di Londra; da qui avrebbero proseguito in autobus fino ad Edimburgo.

Viaggiarono di notte, quasi senza riuscire a dormire e, scesi dal pullman, percepirono subito l’aria frizzante del paese nordico che li fece rabbrividire. Ma l’entusiasmo prese rapidamente il sopravvento e, dopo aver indossato qualcosa di più caldo, cominciarono ad aggirarsi per la città, cullati dal suono delle cornamuse che riecheggiava praticamente ovunque, percorrendo strade dove si affacciavano edifici storici.

Edimburgo gli piaceva molto ma sentiva che l’anima più profonda della Scozia era altrove e cominciò a desiderare di iniziare il tour che lo avrebbe portato in luoghi remoti e quasi disabitati.

Dopo alcuni giorni andarono a ritirare la macchina a noleggio che avevano prenotato e, dopo alcune difficoltà legate alla guida a destra, cominciarono l’itinerario che avevano progettato a tavolino, quando si erano trovati per organizzare il viaggio.

Trascorsero solo poche decine di minuti prima che si aprissero davanti a loro paesaggi sconfinati dove castelli che si specchiavano sui laghi si alternavano a colline verdeggianti. Sopra di loro, le nuvole, mosse dal vento che non si arrestava quasi mai, mettevano in scena uno spettacolo di luci e ombre che si riverberava sulla terra e sulle acque sottostanti creando sempre nuove sfumature e combinazioni di colori.

Marco era incantato da questo caleidoscopio naturale e sentiva che quella terra si accordava al suo animo un po’ malinconico ma, allo stesso tempo, voglioso di immergersi nella vita e di viverla intensamente. Era come se si fosse liberato da un suo modo di essere che ormai da qualche anno gli stava un po’ stretto, fatto di troppe esitazioni e permeato dalla storica timidezza; solo ora sentiva che poteva cominciare a cogliere i frutti che la vita gli avrebbe riservato.

Tutto quel viaggio rimase impresso nella mente di Marco per lungo tempo ma ci furono alcuni momenti che furono scolpiti in modo indelebile dentro di lui.

Il primo fu la ricerca, nelle propaggini più settentrionali della Scozia, dove si poteva guidare per ore senza trovare tracce di esseri umani, di un castello costruito a picco su una scogliera.

Quando scesero dalla macchina cominciarono a dirigersi verso la costa, addentrandosi in una nebbia che diventava sempre più fitta. Camminarono  per almeno mezz’ora, cambiando più volte direzione, non avendo punti di riferimento concreti; ma ad un certo punto avvertirono il suono del mare che, a mano a mano che si avvicinavano, si faceva sempre più intenso per il ritmico impatto con la scogliera.

Guardando con attenzione, cominciarono a scorgere i tratti di una costruzione che sembrava emergere dal nulla: erano i resti del castello che stavano cercando. Si aggirarono per un po’ di tempo tra le stanze e i muri in rovina, immersi nella nebbia lattiginosa, quasi intontiti dal rumore assordante delle onde.

Poi tornarono sui loro passi e Marco si girò più volte a rimirare i contorni  del castello che diventavano sempre più tenui fino a scomparire.

L’altro momento significativo fu ad Oban, sulla costa occidentale, quasi alla fine del viaggio. Erano giunti in questo paese di pescatori dopo la spettacolare incursione sull’isola di Sky, dove cielo e acque sembravano confondersi, rispecchiandosi reciprocamente.

La sera uscirono sotto la tipica pioggerellina britannica, così lieve che sembrava rimanere a mezz’aria. Entrarono dentro un locale e socializzarono con la gente del luogo che anche in quell’occasione si mostrò allegra e ospitale.

La mattina, dopo la colazione e in attesa di rimettersi in marcia per l’ultima tappa, Marco si sedette davanti alle grandi vetrate che davano direttamente sul mare, contemplando l’azzurra immensità, e pensò che non avrebbe mai voluto andarsene da lì.

Ma sapeva che fuori la vita lo stava aspettando.