Le custodi egemoni

Nel corso delle mie varie peregrinazioni di scuola in scuola quando ero precaria, ho avuto modo di sperimentare diverse categorie umane. Per quanto concerne il variegato mondo dei bidelli che con il potere che deriva dal fatto di possedere le chiavi, aprono e chiudono gli edifici scolastici, mi sono imbattuta anche nel sotto-gruppo delle custodi egemoni.

Tali signore, in genere di una certa età ma non piegate dagli anni, si impongono con la loro mole considerevole e la voce stentorea a tutti i frequentatori della scuola, alunni, genitori e anche insegnanti.

Può capitare infatti che un gruppo di docenti, che si diriga candidamente per una riunione pomeridiana verso un’aula vuota, venga redarguito in maniera brusca perché nella stanza prescelta è stato appena lavato il pavimento.

Oppure un insegnante venga preso a male parole perché, secondo la matrona scolastica di turno, la classe che lui e gli alunni hanno appena lasciato era in condizioni troppo penose per essere pulita.

E se per caso qualcuno dei docenti si azzarda a far presente che la custode che presidia la portineria non ha ancora suonato la campanella, quando magari sono già le nove e cinque, costei comincia ad inveire contro il malcapitato dicendo che non stava lì a girarsi i pollici ed era in procinto di svolgere anche questa sopravalutata mansione.

Estratti dal libro 3

Buongiorno a tutti,

nel mese di marzo, per alcune settimane, troverete il libro che ho scritto sulla mia esperienza di insegnante precaria a meno di due euro.

Intanto vi lascio qualche altro estratto, stavolta sulla surreale esperienza della scuola di specializzazione.

Buona lettura!

Il mega-direttore

All’improvviso il vociare si spense e, preceduto da un portaborse, fece il suo ingresso il Mega-direttore della SSIS della regione, nonché prestigioso docente di Letteratura italiana dall’università della città, il professor Urtis.

Questi, con voce tonante, cominciò ad illustrare l’organizzazione del corso biennale di specializzazione, facendo riferimento a questioni pratiche, come il massimo delle assenze consentite, e a questioni formative minacciandoci di bocciarci all’esame se non avessimo conosciuto a puntino tutta la storia della letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri, con particolare attenzione ad alcuni autori che riteneva fondamentali, come Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso, Leopardi, Foscolo, Pascoli, Gadda e Carducci. Sì, Carducci era annoverato tra gli autori fondamentali della nostra letteratura e, a chi interveniva dicendo che i ragazzi di oggi non sentivano come vicino il pensiero di Carducci, rispondeva che allora essi dovevano cambiare modo di pensare.

Ad un certo punto, mentre rispondeva alle varie domande che gli studenti gli sottoponevano, Urtis si fermò e gridò con voce autoritaria: “Lei, venga qua!” Tutta l’aula si voltò indietro per guardare dove si erano rivolti gli occhi fiammeggiante di Urtis e videro un ragazzo magro che con aria incerta aveva varcato in quel momento la soglia della SSIS. “Lei è arrivato in ritardo “continuò il Mega-direttore “Venga a firmare qui e indichi esattamente l’ora del suo arrivo”. Il neo-sissino si avvicinò umilmente al pulpito dell’orante, chiedendo venia per il colpevole ritardo ma Urtis aveva già ripreso le sue argomentazioni e rispondeva alla domanda successiva.

Il tirocinio

Ora passerò a parlare di una delle novità più significative apportate dalla SSIS rispetto al concorso per reclutare i docenti: l’introduzione del tirocinio nelle scuole, sia medie che superiori. Lo scopo di tale attività era quello di calarsi nelle concrete realtà scolastiche, fare esperienze direttamente sul campo scambiando opinioni e ricevendo suggerimenti da docenti con una certa esperienza. Il tirocinio formativo era strutturato in due momenti distinti: la parte passiva e quella attiva.

Nel corso del primo anno il tirocinio era soprattutto passivo, consisteva quindi nel sedersi accanto all’insegnante della classe e annotare nel modo più dettagliato possibile come veniva condotta la lezione, le metodologie didattiche, gli argomenti trattati, la tipologia degli studenti presenti e quanti più dettagli significativi si riuscivano a cogliere. Il tutor di classe in genere era un insegnante che veniva assegnato dalla SSIS e che ovviamente svolgeva tale lavoro in modo gratuito. In genere i tutor della SSIS (Rombo di Tuono, Blue Hair, ecc.) si mettevano in contatto con i tutor della scuola dicendo loro, per convincerli, che mandavano un corsista per 20-30 ore all’anno. Inutile dire che le ore che i sissini dovevano svolgere nelle scuole erano di almeno 120 all’anno tra medie e superiori e, quando andavamo nelle scuole, eravamo noi che dovevamo informare chi ci accoglieva che i numeri erano un po’ diversi rispetto a quelli che si aspettavano.

I tutor a questo punto potevano reagire in modo diversi:

a) esprimevano il loro forte fastidio nei confronti dell’istituzione SSIS che li aveva raggirati e dichiaravano che non avrebbero fatto nemmeno un’ora in più rispetto a quelle concordate;

b) cercavano di volgere la situazione a loro vantaggio, cercando di sfruttare il tirocinante lasciandogli la classe per lunghi periodi di tempo o facendo svolgere loro varie mansioni di supporto;

c) si rassegnavano alla situazione e cercavano di svolgere al meglio il proprio lavoro di tutor.

Anche quando trovavamo un tutor disponibile e preparato devo dire che l’attività di tirocinio soprattutto il primo anno era piuttosto noiosa. Infatti, dopo aver più o meno annotato ciò che succedeva in classe nel corso delle prime dieci- dodici ore, il resto delle sessanta ore per ordine di scuola era un continuo ripetersi delle stesse situazioni. Quindi poteva capitare, un po’ per stanchezza un po’ per noia, che quasi mi appisolassi accanto alla tutor che conduceva la lezione, per poi svegliarmi di soprassalto quando lei richiamava la mia attenzione per chiedermi un’opinione su un certo argomento.

Dove trovare il libro:

https://www.ibs.it/meravigliose-avventure-di-insegnante-precaria…/9788828359197

https://www.ibs.it/meravigliose-avventure-di-insegnante-precaria…/9788828359197

La maestra Candida e la migliore delle scuole possibili (Prima parte)

Candida era una giovane maestra che, dopo aver concluso il suo percorso di studi, aveva cominciato a fare le prime supplenze nella scuola primaria.

Il suo sogno fin da bambina era sempre stato quello di insegnare e, mentre faceva l’università, il suo proponimento si era rafforzato sempre di più soprattutto perché aveva appreso teorie pedagogiche e didattiche che mettevano il bambino al centro dell’ apprendimento e avevano come scopo la sua crescita personale, cercando di fare emergere e valorizzare le sue potenzialità. Secondo queste idee illuministe, se il bambino fosse stato approcciato in modo positivo, rispettando il suo modo di essere e cercando di creare sempre un canale comunicativo, il lavoro dell’insegnante non poteva che avere un esito positivo. Sembrava che il modello dominante fosse quello ritratto dal filosofo Rousseau che dipingeva il fanciullo come “buono per natura”, che solo l’educazione poteva modellare in modo più o meno positivo.

Quando fu chiamata a fare le prime supplenze, Candida si trovò però davanti ad una realtà molto diversa da come l’aveva immaginata. Da una parte i bambini sembravano più che buoni, anarchici per natura e, quando entrò in classe per la prima volta, fece molta fatica per riportare un livello appena accettabile di ordine e disciplina.

Confrontandosi con le altre maestre, che avevano dietro di sé qualche anno in più di esperienza, venne a sapere che l’unico modo per farsi rispettare era quello di presentarsi in modo autorevole e distaccato, senza dare alcuna confidenza agli agitati pargoletti.

Candida non era convinta di queste conclusioni e fece presente alle colleghe che le nuove teorie pedagogiche andavano in un’altra direzione, e che ci si poteva porre in maniera diversa nei confronti della classe che doveva essere intesa come un insieme di individui, ognuno con la sua personalità e le sue esigenze.

Quando sentirono queste considerazioni della giovane supplente, alcune maestre risero di gusto, mentre altre, più diplomatiche, spiegarono che era capitato anche a loro di sperimentare delle strategie di insegnamento che dessero più spazio ai singoli bambini, come lavori di gruppo, attività alternative ma alla fine erano tornati alla didattica tradizionale perché la situazione era diventata in breve tempo ingestibile. Secondo loro si potevano e si dovevano sperimentare forme di democrazia all’interno della classe ma tutto doveva rimanere sotto il fermo controllo dell’insegnante, altrimenti si finiva con il degenerare in situazioni caotiche o di conflitto.

Ovviamente, le situazioni difficili rimanevano anche utilizzando la didattica tradizionale ma, secondo l’opinione delle veterane della scuola, con forme più moderne di insegnamento la situazione peggiorava in modo evidente.

Ma la maestra Candida continuava ad essere perplessa: non poteva accettare che tutto quello che aveva studiato nel suo corso di laurea fosse da ricondurre al mondo delle idee di platonica memoria, confinato oltre la volta celeste e irraggiungibile. In cuor suo era convinta che un’applicazione pratica ci dovesse essere.

Le supplenze si susseguivano, le scuole cambiavano ma la situazione, a parte lievi cambiamenti, nella sostanza non mutava.

Un pomeriggio Candida partecipò insieme ad altre colleghe ad un incontro con volontari dell’Unicef, che ogni anno proponevano delle attività da svolgere in collaborazione con le scuole, per sensibilizzare i bambini sui problemi dei loro coetanei in difficoltà.

Erano presenti anche insegnanti di altre scuole e, ad un certo punto, fu presentata un Istituto Comprensivo dove si adottava il progetto Senza Soma, che aveva ricevuto l’attestazione di scuola “Amica dei bambini” in quanto era stato creato un ambiente in cui tutti collaborano e tutti si rispettano.

La maestra Candida si riscosse dal torpore che la stava prendendo, come spesso accade durante queste riunioni, e subito si appuntò il nome di tale scuola, riproponendosi di cercare informazioni a riguardo.

Una volta a casa, andò a cercare in sito della scuola Senza Soma e trovò delle belle immagini di classi ampie e luminose, arredate in modo piacevole alla vista e ricche di materiale didattico di tutti i tipi come cartine, giochi, semplici strumenti musicali, angoli per disegnare o rilassarsi, ecc.

Non erano presenti dei banchi, ma dei grandi tavoli di legno di colore chiaro intorno a cui erano disposte sedie che avevano in fondo alle gambe delle palline da tennis bucate in modo tale che non facessero rumore quando le spostavano.

In mezzo ad ogni tavolo c’era del materiale come pennarelli, matite, fogli, penne, forbici che erano in comune per tutti, mentre su una parete erano inseriti degli spazi dove gli alunni mettevano la loro cartella e potevano lasciare il loro materiale, senza doverlo portare a casa tutti i giorni. Il nome Senza Soma veniva proprio da questo: i bambini non dovevano sentire il peso della scuola che vivevano non come oppressione ma come qualcosa di piacevole e questo si traduceva anche nel portare a e da casa solo il materiale necessario. Il resto rimaneva a scuola e veniva usato solo in classe.

Le fondamenta su cui si reggeva questa idea di scuola erano l’ospitalità, la responsabilità e la comunità che si traduceva nell’idea di accoglienza e di rispetto nei confronti di tutti, nell’essere protagonisti e quindi responsabili del proprio processo di apprendimento e nell’ essere parte di una comunità più grande, che comprende anche altre scuole con gli stessi valori, oltre ai genitori e ad attività da svolgere all’ esterno.

Inutile dire che Candida fu veramente affascinata da questa presentazione. Finalmente sembrava aver trovato il modello di scuola a cui aspirava e subito si mise a cercare se ci fosse qualche istituto nella sua provincia che aderisse al modello Senza Soma.

Con sua grande piacere e anche sorpresa, non solo trovò una scuola con queste caratteristiche non lontana da casa sua, ma le giunse notizia che c’erano anche posti disponibili per eventuali supplenze annuali. Pensò che fosse strano che, una volta approdati ad un Istituto dalle idee così innovative, un insegnante pensasse di andare da un’altra parte l’anno successivo, ma sapeva che ogni scelta fosse personale e non dipendeva solo dal trovarsi più o meno bene in una scuola.

A settembre del nuovo anno scolastico, la maestra Candida approdò dunque alla scuola Senza Soma e non vedeva l’ora di conoscere la dirigenza, i nuovi colleghi e i fortunati alunni che potevano beneficiare di questo metodo di insegnamento così attento alla loro crescita personale e rispettoso dei loro bisogni.

Il primo giorno si teneva l’incontro con la Dirigente del Comprensivo, una signora energica e sorridente, che cominciò a spiegare ai nuovi arrivati le linee guida della scuola che erano improntate prima di tutto all’accoglienza dei nuovi insegnanti.

Il nucleo della didattica del Senza Soma era costituito dalla divisione della classe in gruppi di apprendimento di livello diverso, ognuno del quale si sarebbe raccolto intorno ad un tavolo che veniva chiamato isola.

L’insegnante avrebbe preparato per ogni argomento quattro o cinque lezioni diverse a seconda delle capacità di ogni gruppo, in modo tale che poi ognuno di questi avrebbe potuto lavorare in modo autonomo. Una volta avviato il lavoro, la docente poteva dedicarsi a quei bambini che trovavano comunque difficoltà, sedendosi con loro nelle isole o facendo loro svolgere attività alternative nei diversi angoli attrezzati della classe, come un disegno o un gioco.

La cattedra era stata abolita anche materialmente, visto che la maestra non faceva calare dall’alto gli argomenti da imparare, ma accompagnava l’apprendimento delle conoscenze che gli alunni avrebbero appreso in maniera autonoma, al limite facendosi aiutare dai compagni che sedevano accanto a lui.

Anche per le uscite in bagno, i bambini dovevano imparare a gestirsi da soli, senza bisogno di chiedere il permesso all’ insegnante. Infatti accanto alla porta dell’ aula c’era una sorta di semaforo dove i bambini dovevano inserire il colore rosso quando uscivano. Se vedevano che il colore era verde, il fanciullo che aveva bisogno di uscire, in maniera autonoma si alzava e andava in bagno senza chiedere niente a nessuno.

La maestra Candida fu veramente colpita da questa presentazione e fece anche molte domande alla preside perché voleva avere ancora più informazioni. La dirigente approvò questo entusiasmo e disse che lo spirito era quello giusto. Poi se ne andò rassicurando i nuovi arrivati: nei primi mesi di scuola ci sarebbe stato un corso di formazione sul nuovo tipo di didattica a cui tutti i nuovi arrivati avrebbero dovuto partecipare. Così avrebbero appreso meglio le tecniche di questo tipo di lavoro.

Nei giorni successivi, Candida conobbe le nuove colleghe che la accolsero calorosamente sfoggiando per l’occasione i loro sorrisi migliori. Le spiegarono che la preside era molto contenta, a parte qualche rara eccezione, del lavoro che facevano alla primaria ma aveva frequenti discussioni con i docenti della scuola media. Infatti questi, nonostante gli indubbi vantaggi del metodo Senza Soma, si rifiutavano di recepire tale modello di insegnamento nel loro ordine di scuola, affermando tra l’altro, che i ragazzi non imparavano nulla.

Lo scorso anno, tra l’altro, la preside aveva fatto irruzione durante una riunione pomeridiana nel plesso di una scuola media e, visto che i vetusti professori si ostinavano a tenere la cattedra davanti alle file dei banchi, invece che spostarla da una parte e usarla solo come piano di appoggio, aveva chiamato gli operai del comune ordinandogli di far rimuovere tutte le cattedre dalla scuola. Il giorno dopo i reazionari docenti si trovarono davanti gli alunni a far lezione solo con una sedia, senza saper nemmeno dove mettere i libri e la borsa. Ben gli stava.

(Fine parte prima)