Massimo Recalcati- L’ora di lezione

In questo testo pubblicato nel 2014 il noto psicoanalista Massimo Recalcati riflette su cosa significa essere insegnanti oggi in una società in cui la scuola sembra aver perso il suo ruolo di guida e la sua autorevolezza.

La tesi dell’autore è che l’insegnante è una figura insostituibile a patto che non si limiti a trasmettere nozioni e far apprendere competenze ma che sappia rendere vivo quello che insegna creando ore di lezioni appassionate ed emozionanti che sappiano aprire mondi nuovi.

Il problema della scuola oggi, dice Recalcati, non è la sua faccia feroce che la assimila a un carcere, ma il fatto che non appare più decisiva nella formazione degli individui.

Ma come si è arrivati a questa crisi profonda che ha colpito la scuola? Per rispondere possiamo chiamare i causa il concetto di “complesso”.

Riguardo la scuola possiamo isolare tre complessi che fanno riferimento a tre figure della mitologia: il complesso di Edipo, il complesso di Narciso e il complesso di Telemaco.

La Scuola- Edipo si fonda sulla potenza della tradizione e sull’autorità del padre. Il sapere che viene trasmesso esprime una fedeltà cieca nei confronti dell’autorità del passato.

Le contestazioni del ’68 e del ’77 rispondono a tutti questi criteri chiaramente edipici: i figli contro i genitori, gli allievi contro gli insegnanti, il desiderio contro la Legge.

Ma l’errore di queste contestazioni, pur feconde di idee innovative, fu quello di sostenere una versione solo puberale della libertà. Senza la Legge il desiderio si frammenta e diventa puro caos.

La scuola che viene fuori dal tale periodo è quella che possiamo definire Scuola-Narciso.

Quella di Narciso è la tragedia del perdersi nella propria immagine, del mondo ridotto a immagine del proprio Io.

In questo contesto è sempre più difficile reperire la differenziazione simbolica dei ruoli. I genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine e spesso, oltre alla loro funzione, devono ricoprire anche quella di genitore degli allievi.

Inoltre l’indebolimento dei legami sociali rafforza un rapporto simbiotico con l’oggetto tecnologico e con la connessione perpetua alla rete.

Dalla scuola ideologica precedente al ’68, siamo passati negli ultimi decenni alla Scuola-azienda in cui il modello sottostante è ipercognitivista. Il suo scopo è quello del riempimento delle teste, della computerizzazione delle conoscenze.

La rete sembra avere una risposta a tutto e chiunque può avervi accesso. Ma si tratta di una massa di informazioni senza profondità e spesso i singoli individui non sembrano avere le capacità critiche per orientarsi in questo sconfinato mare.

Ma si tratta di una condizione che provoca disagio negli adolescenti, un disagio non più centrato sull’antagonismo tra generazioni, ma sulla perdita della differenza, sull’assenza di adulti in grado di esercitare funzioni educative.

Le nuove generazioni sono abitate da una domanda di padre, come accade proprio a Telemaco.

Diversamente da Edipo, Telemaco riconosce il debito verso il padre, non lo vive come un nemico nel crocevia del suo desiderio.

Nel caso degli insegnanti non si tratta più di perseguire l’ideale dell’insegnante-padrone che sa dire l’ultima parola sul senso della vita, ma quello dell’insegnante-testimone che sa aprire mondi attraverso la potenza erotica della parola.

L’acceso alla cultura apre ad una vita più soddisfatta in grado di allargare il proprio orizzonte.

Ma perché vi sia desiderio di sapere è necessario un contagio. Ma come si può far sorgere il desiderio dei sapere quando l’apprendimento del sapere deve essere obbligatorio?

L’obbligo della Scuola segna l’uscita necessaria del soggetto dalla famiglia e il suo possibile incontro con altri mondi: è l’obbligo dell’esilio, del passaggio dalla lingua madre alla lingua dell’alfabeto.

Ma come fa l’insegnante a far nascere il desiderio di imparare? Esiste solo una condizione e riguarda il modo in cui un insegnante entra lui stesso in rapporto con ciò che insegna.

Come dice Pennac nel suo Diario di scuola:

la presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all’intera classe, e a ogni individuo in particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale, per i cinquantacinque minuti in cui durerà la mia lezione

L’ora di lezione in questo senso può davvero cambiare la vita di chi ci sta di fronte: quello che conta davvero è la trasmissione dell’amore del sapere.

L’insegnante indica la strada ma è il singolo alunno che deve imparare a percorrerla, senza recidere le proprie radici o annullare la propria individualità.

Non esiste un sapere che va bene per tutti, ma una soggettivazione del sapere che ognuno deve raggiungere.

Montale e il male di vivere

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Ungaretti: dichiarazione di poetica.

Giuseppe Ungaretti- Commiato

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

Locvizza, il 2 ottobre 1916
(da l’allegria – Il porto sepolto)

“Ho sempre distinto tra vocabolo e parola e credo che la distinzione sia del Leopardi. Trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto”. Giuseppe Ungaretti