EUGENIO MONTALE- I LIMONI

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Giuseppe Ungaretti- Selezione di poesie

STASERA

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

ALLEGRIA DI NAUFRAGI

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare.

Giorgio Caproni

Maggio

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all'odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall'osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall'erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

Versi quasi ecologici

Non uccidete il mare, 
la libellula, il vento. 
Non soffocate il lamento 
(il canto!) del lamantino. 
Il galagone, il pino: 
anche di questo è fatto 
l’uomo. E chi per profitto vile 
fulmina un pesce, un fiume, 
non fatelo cavaliere 
del lavoro. L’amore finisce dove finisce l’erba 
e l’acqua muore. Dove 
sparendo la foresta 
e l’aria verde, chi resta 
sospira nel sempre più vasto 
paese guasto: Come 
potrebbe tornare a essere bella, 
scomparso l’uomo, la terra»


Montale e il male di vivere

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Carver e la scrittura essenziale

«È difficile essere semplici. La lingua dei miei racconti è quella di cui la gente fa comunemente uso, ma al tempo stesso è una prosa che va sottoposta a un duro lavoro prima che risulti trasparente, cristallina. Questa non è una contraddizione in termini. Arrivo a sottoporre un racconto persino a quindici revisioni. A ogni revisione il racconto cambia. Ma non c’è nulla di automatico; si tratta piuttosto di un processo. Scrivere è un processo di rivelazione.»

Questa affermazione che Carver fa in un intervista del 1987 racchiude l’essenza stessa della sua scrittura, risultato finale di un lungo processo di revisione che hanno contribuito a renderlo un autore di culto.

Infatti la particolarità di Carver è quella di raccontare la quotidianità dell’America del suo tempo con uno stile privo di fronzoli ma molto curato.

Carver viene da una famiglia della working class e per molti anni lui stesso ha svolto lavori umili per mantenere la moglie e i figli. Nella sua scrittura fa rivivere questo mondo dove i protagonisti affrontano molteplici difficoltà per sbarcare il lunario e spesso annegano le angosce di tutti i giorni nell’alcol. Non ci sono grandi avvenimenti nei suoi racconti, ma la semplicità della vita di tutti i giorni, talvolta drammatica, talvolta semplicemente priva di senso se si scava sotto una superficie che può apparire anche bella e patinata in certi casi.

Spesso lo scrittore non spiega tutto al lettore, ma tratteggia delle situazioni a cui quest’ultimo con la sua immaginazione deve trovare un senso che quasi sempre è drammatico e senza speranze.

La raccolta “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, pubblicata nel 1981, aveva la sua peculiarità proprio nel fatto di avere uno stile molto lineare e scarno.

Ad onor del vero bisogna dire che la versione originale, che troviamo sotto il titolo di “Principianti”, era molto più ampia di questa. Tale testo è stato tagliato e sistemato dal famoso editor Gordon Lish che lo ha reso molto più snello e essenziale, contribuendo al suo enorme successo.
Carver probabilmente non era del tutto d’accordo con questo ampio lavoro di sfrondamento e alla fine della carriera rivendica l’importanza del testo originario come più vicino al suo modo di scrivere.

Nel corso della sua carriera Carver cercherà di allontanarsi dallo stile di questa raccolta e, dopo un lavoro incessante, approderà alla conquista di una sua originalità. Dal realismo rarefatto della prime raccolte raggiungerà il realismo visionario delle ultime, consegnandosi alla storia della letteratura del Novecento.