I compiti per le vacanze

Sui compiti da assegnare per le vacanze esistono tra i docenti opinioni discordanti.

Ci sono insegnanti convinti che l’estate sia sacra e che quindi non bisogna gravare i ragazzi e i genitori con tediose richieste di compiti a casa; quelli che chiedono soprattutto di leggere libri e, eventualmente, compilare una scheda di lettura; oppure docenti che sono dell’idea che tre mesi senza aprire un libro siano decisamente troppi e hanno cura di scegliere e caldamente consigliare un testo per le vacanze dove i ragazzi possano ripassare e consolidare gli argomenti principali svolti nel corso dell’anno.

Se prevale quest’ultima opzione, in ogni classe in genere sono presenti almeno tre o quattro ragazzi coscienziosi che completeranno, lavorando regolarmente per tutto l’arco dell’estate, il testo assegnato e arriveranno a settembre pronti per affrontare il nuovo anno scolastico. Forse altri sette o otto alunni cercheranno di svolgere il lavoro assegnato con alterna fortuna, costretti a tralasciare una parte consistente del libro in quanto, a loro dire, troppo difficile.

Infine, se vi troverete a fine agosto in una località di mare, sarà possibile assistere a dialoghi di questo tipo tra le madri presenti:

Mamma poco abbronzata: “Ma a te quante te ne mancano?”

Mamma molto abbronzata: “Io ne ho ancora metà. E a te?”

Mamma poco abbronzata: “Io mi ci sono messa nelle ultime settimane e l’ho quasi finito”

Mamma molto abbronzata:“Brava! Quest’anno hai lavorato bene! Io mi sono scocciata con questa storia. Ora lo faccio finire a lui. Io a scuola ci sono già stata…”

Ray Bradbury- “Fahrenheit 451”

Fahrenheit 451 è un romanzo di fantascienza del 1953, scritto da Ray Bradbury

Ambientato in un imprecisato futuro, vi si descrive una società distopica in cui è considerato reato leggere o possedere libri, visti come strumenti che potrebbero spingere gli uomini a pensare e maturare una coscienza critica verso la società in cui vivono.

Per contrastare questo fenomeno, i vigili del fuoco (firemen in inglese) avranno il compito non di spegnere gli incendi, ma di appiccarli dove si trovano libri e bruciare le case di coloro che li posseggano.

Il titolo del romanzo si riferisce a quella che Bradbury riteneva essere la temperatura di accensione della carta.

Il protagonista, Guy Montag, fa il pompiere, come un tempo suo padre e suo nonno. Inizialmente sembra convinto della bontà del suo lavoro ma l’incontro con una ragazza, sua vicina di casa, gli fa prendere consapevolezza dell’esistenza alienata che conduce.

La moglie sembra trovare la vitalità solo in mezzo a schermi televisivi giganti con i quali può interagire in un perenne talk show dove tutti gridano frasi superficiali e stereotipate. Per il resto il loro rapporto sembra essere quasi inesistente.

La ragazza ad un certo punto scompare ma Montag inizia a chiedersi cosa contengano i libri e perché le persone rischino la libertà e la loro vita: l’incontro con un’anziana donna che preferisce bruciare nella sua casa anziché abbandonare i libri lo sconvolge completamente.

Comincia a portarsi dei libri a casa, ne legge alcuni e vi trova una ricchezza insospettabile. Ma il capitano della sua squadra si rende conto che qualcosa non va in lui e, prima cerca di convincerlo a cambiare idea, poi una notte lo porta proprio davanti a casa sua ad appiccare un incendio. Infatti la moglie, spaventata dal ritrovamento dei libri nell’abitazione, lo ha denunciato.

La situazione precipita e alla fine Montag riesce a rifugiarsi lontano dalla città in un posto vicino al fiume dove si è formata una comunità di uomini che custodiscono nella loro memoria ognuno un libro. Sono la vera memoria culturale dell’umanità che sta per sprofondare nel baratro di una guerra catastrofica. Gli uomini-libro saranno la base da cui ripartire perché la società ciclicamente si inabissa ma poi trova sempre il modo di riemergere.

Un libro visionario e sempre attuale. Assolutamente da leggere, anche per i meno appassionati del genere. L’unico appunto che mi sento di fare è sul linguaggio che a tratti mi sembra ridondante e non particolarmente asciutto. Ma forse è solo un gusto personale.

Riguardo l’idea che ha dato inizio al romanzo, sicuramente Bradbury da adolescente fu inorridito dal rogo dei libri del regime nazista e, in seguito, dalla feroce repressione di Stalin che coinvolse anche numerosi poeti e scrittori, ritenuti pericolosi per la sopravvivenza del regime.

Ma Fahrenheit 451, a differenza di 1984 di Orwell, è una critica soprattutto nei confronti dei regimi democratici, basato su un sempre più invadente consumo di massa e sulla dittatura dei mass media. Bisogna considerare anche che negli anni Cinquanta negli Stati Uniti dominava il maccartismo, un clima di caccia alle streghe in cui chiunque fosse sospettato di avere anche solo simpatie comuniste spesso veniva messo sotto processo, perdendo lavoro e dignità.

Italo Calvino- “Perché leggere i classici”

Perché leggere i classici” è una raccolta di saggi su grandi autori del passato e del presente pubblicata postuma nel 1991.

Questo testo contiene 36 scritti, principalmente risalenti agli anni Settanta e Ottanta su vari autori, da Omero a Queneau, che sono stati importanti per Calvino.

Nel saggio che dà il nome alla raccolta l’autore prova a dare varie definizioni di che cosa sia un classico. Ne riporto alcune.

La prima è abbastanza ovvia ma fondamentale:

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati”

Calvino sostiene che le letture giovanili possono essere poco proficue per impazienza e inesperienza della vita. Ma allo stesso tempo, possono essere formative nel senso che danno forma ad un’esperienza futura, fornendo modelli, termini di paragone e scale di valore.

Rileggendo il libro in età matura, può accadere di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte di meccanismi interiori consolidati.

Per questo motivo, afferma Calvino, ci dovrebbe essere un tempo nella vita dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi, noi siamo certamente cambiati, e l’incontro sarà un avvenimento completamente nuovo.

Quindi:

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”

e, inoltre,

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

Un classico porta dietro di sé anche le tracce che hanno lasciato nelle culture che hanno attraversato. Così, se leggo l’Odissea, non posso dimenticare tutto ciò che questo testo ha significato nel corso dei secoli e non posso non chiedermi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni che si sono accumulate nel tempo.

Per questo motivo è fondamentale la lettura diretta dei testi originali, evitando critica, commenti e interpretazioni.

La scuola dovrebbe veicolare il messaggio che nessun libro che parla di un libro dice più del libro stesso. Invece fa di tutto per far credere il contrario.

Quindi:

Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”

Non dobbiamo leggere un classico per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Se la scintilla non scocca, non c’è niente da fare.

Tranne che a scuola. La scuola deve farti conoscere un certo numero di classici tra i quali ognuno potrà riconoscere i suoi classici. Deve darti degli strumenti per scegliere. Ma le scelte che contano davvero sono quelle che avvengono fuori dalla scuola.

Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”

Importante è anche avere ben presente da dove stai leggendo un classico. L’attualità può essere banale e mortificante ma è un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Bisogna quindi alternare ai classici le letture d’attualità.

Da questo si deduce che:

E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”

Calvino conclude il saggio affermando che ognuno dovrebbe inventarsi una biblioteca ideale dei propri classici: la metà dovrebbe comprendere libri che abbiamo letto e siano stati importanti per noi; l’altra metà da libri che ci proponiamo di leggere e pensiamo possano contare. Lasciando qualche posto vuoto per le scoperte occasionali e le sorprese.

Sono molti gli articoli e i saggi di notevole importanza contenuti in questa raccolta che consiglio a tutti di leggere. Calvino spazia da Ovidio a Gadda, da Senofonte a Borges, dall’Ariosto a Pasternak.

Per ragioni di spazio qui mi concentrerò sull’Odissea.

All’inizio del poema, la Telemachia è la ricerca d’un racconto che ancora non c’è. Ulisse non è ancora tornato e Telemaco parte alla ricerca di notizie del padre ( e del racconto) andando presso i veterani della guerra di Troia. Se troverà il racconto, Itaca uscirà dall’informe situazione senza tempo e senza legge in cui si trova da tanti anni.

Dopo aver ascoltato tante storie che non servono al suo scopo, Telemaco incontra Menelao che gli narra una fantastica avventura. Egli è riuscito a catturare il “vecchio del mare”, Proteo, e lo costringe a raccontargli il passato e il futuro.

Proteo conosceva sicuramente tutta l’Odissea; comincia a raccontare le vicende di Ulisse dallo stesso punto in cui attacca Omero, con l’eroe che si trova da Calipso.

Si interrompe e a questo punto Omero gli dà il cambio e seguita il racconto.

Quindi questo ritorno-racconto esiste prima di essere compiuto, preesiste alla propria attuazione. Ma il ritorno deve esser pensato e ricordato, altrimenti può essere smarrito prima che sia avvenuto.

Ulisse-Omero raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo e grande che sia, è sempre l’Odissea.

Il libro di matematica

Al giorno d’oggi si parla molto delle frizioni che nascono tra i docenti e i genitori degli alunni per questioni che riguardano l’apprendimento e il comportamento dei ragazzi.

Tralasciando i casi (estremi) in cui esasperati genitori sono costretti ad andare a scuola a sbattere i pugni sul tavolo o, addirittura, ad alzare le mani, sfiniti dalle continue convocazioni da parte degli insegnanti che hanno sempre qualcosa da ridire sui loro candidi figli, riporterò qui un avvenimento che si è verificato in una scuola dove ho lavorato qualche anno fa.

Eravamo nel mese di settembre, le giornate erano ancora lunghe e la scuola era appena cominciata.

Matteo era un ragazzo simpatico ma un po’ nervosetto. Ogni tanto reagiva in malo modo nei confronti dei compagni perché, a suo dire, non lo consideravano in modo adeguato e lui era molto permaloso.

All’inizio di quell’anno era arrivata una nuova insegnante di matematica che, pensando di fare un ripasso prima di cominciare il programma vero e proprio, aveva avuto l’ardire di chiedere ai ragazzi di portare per qualche tempo il testo di matematica di prima media.

Matteo aveva risposto subito che lui non ce lo aveva più e, di fronte alle continue insistenze della docente, si era fatto sempre più irritabile. La madre, venuta a sapere dell’incresciosa situazione che si era venuta a creare, aveva contattato la professoressa Paolotti, coordinatrice della scuola, chiedendo il motivo della condotta persecutoria dell’insegnante.

La Paolotti le aveva spiegato l’importanza del ripasso inteso come raccordo con l’anno passato per comprendere meglio gli argomenti della seconda media, facendo presente in modo diplomatico che quasi tutti gli insegnanti lavoravano seguendo questa modalità.

La signora a quel punto si era calmata e, con il cuore in mano e leggermente contrita, aveva spiegato alla docente che non era più possibile reperire il vecchio libro di matematica per il semplice motivo che, insieme al marito, avevano ammucchiato nel giardino gli oggetti che non servivano più e li avevano bruciati.

Probabilmente anche il libro di matematica era stato ridotto ad un mucchietto di cenere.