Ritorno in Capraia

Quando andai in Capraia la prima volta, oltre vent’anni fa, l’isola era stata da poco aperta ai turisti, dopo aver ospitato per quasi un secolo una colonia penale.

Pochissime strutture accoglievano il visitatore e l’unica strada asfaltata si spengeva dopo poche centinaia di metri dal porto per trasformarsi nella polverosa striscia di terra che si arrampicava fino al paese.

Poi, solo sentieri attraverso i quali a piedi si potevano raggiungere l’interno e le calette rocciose che caraterizzavano l’isola.

Dopo oltre due decenni, la presenza di un albergo e diversi affittacamere sono la spia di un maggior afflusso di turisti ma sia la distanza dalla terraferma sia l’inospitalità delle sue coste, praticamente prive di spiagge, hanno preservato l’integrità di questa perla dell’arcipelago toscano, circondata da acque cristalline.

Così l’essere umano che rifugge i lidi troppo affollati e i molesti schiamazzi tipici delle estive località di mare, qui può trovare ritmi più lenti, scanditi dall’arrivo dell’unico traghetto giornaliero; arrivare in calette dove poche persone, rispettose dell’ambiente circostante, si avventurano e si siedono su spartane lastre di roccia o aguzzi scogli; farsi inebriare dal profumo dell’elicrisio, particolarmente intenso in primavera; dall’alto affacciarsi sul golfo dove placide imbarcazioni si muovono lente intorno al porto; percorrere sentieri nell’interno e immergersi nella natura più selvaggia dove, ad un certo punto, quasi per magia, tutti i rumori scompaiono, anche quello lieve del vento e si può fare l’esperienza del Silenzio, quello vero, quasi stordente per le nostre orecchie, totalmente disabituate alla completa assenza di ogni suono.

La scrittura dilatata

Ho cominciato a scrivere il mio libro a settembre dello scorso anno e, tra prima stesura, aggiustamenti e revisione finale, ho deciso di mettere la parola fine a giugno di quest’anno.

Ho scritto nei ritagli di tempo, quando ero libera dal lavoro e da altre incombenze della quotidianità, ma mi sono imposta di mettere insieme almeno 2-3 pagine alla settimana perché considero necessario mantenere un ritmo costante, anche se non sempre sostenuto, ad ogni attività che si vuole svolgere seriamente.

La lentezza con cui riempivo le pagine è stato anche molto utile alla vitalità e alla ricchezza dei contenuti, in quanto mi permetteva di riflettere su quello che avevo scritto, decantarlo come si fa con un vino invecchiato, e di apportare cambiamnenti che, almeno nelle intenzioni, dovevano essere migliorativi.

La dilatazione del tempo mi ha permesso anche di richiamare alla mente episodi accaduti ormai oltre dieci anni fa, alcuni dei quali pensavo fossero ormai sepolti nelle pieghe della memoria e che, soprendentemente, sono riemersi in modo anche vivido e ricchi di particolari.

Mentre scrivevo ho anche scelto alcune letture che mi sembravano potessero aiutarmi nella stesura del mio scritto.

A questo scopo, ho letto alcuni testi più tecnici su come pubblicare in self publishing, come il libro “Professione scrittore” di Giuseppe Amico da cui ho trattato utili suggerimenti; oppure il testo di Gianrico Carofiglio “Con parole precise” che rispondeva alla mia esigenza di avere uno stile di scrittura che fosse il più chiaro preciso.

Per quanto riguarda la ricerca sul linguaggio umoristico, che caraterizza almeno a tratti il mio scritto, ho preso come riferimento, tra gli altri, alcuni libri di Stefano Benni e soprattutto i romanzi di Jerome, di cui “Tre uomini in barca” è sicuramente quello più riuscito per la sua misurata comicità british e la ricchezza di spassosi aneddoti.