L’alunno indistinto

Con la chiusura delle scuole e l’introduzione della didattica a distanza, il concetto di alunno nell’immaginario del docente si è arricchito di nuove tonalità.

Abituati alla dicotomia presente-assente della scuola in carne ed ossa, gli insegnanti si sono trovati più di una volta davanti a situazioni un po’ più sfumate che hanno dato vita a una serie di stadi intermedi che non avevano mai sperimentato prima.

Così, specialmente nei primi tempi, ma anche dopo a dir la verità, c’era sempre qualcuno che, nonostante le indicazioni tecniche, i video-tutorial, le spiegazioni personalizzate, smarrivano il codice per accedere alla lezione e vagavano tra le stanze della scuola virtuale senza riuscire ad imboccare la porta della propria classe.

Ogni tanto qualche compagno caritatevole andava loro in soccorso facendogli pervenire l’imperscrutabile stringa alfanumerica che rappresentava la chiave di accesso all’aula. Quando lo veniva a sapere era l’insegnante che provvedeva a raccogliere la smarrita pecorella e riportarla all’ovile, fornendogli nuovamente il link di accesso tramite un nuovo invito.

A volte poteva verificarsi la contingenza dell’aspirante discente che era presente nella lista dei collegati alla riunione-lezione ma che non rispondeva a nessuna sollecitazione uditiva, né tanto meno si faceva vedere. Dopo molti tentativi e suggerimenti, tra cui quello classico di entrare e uscire dall’incontro o di concedere alla piattaforma il permesso di usare il microfono e la telecamera, si riusciva a risolvere non tutti ma buona parte dei problemi di questo tipo.

Poteva anche accadere che fosse l’insegnante ad essere poco raggiungibile o visivamente o a livello uditivo, oppure il precario collegamento lo costringeva ad uscire involontariamente dalla lezione lasciando i ragazzi a chiedersi cosa fosse successo.

Infine c’erano le difficoltà non riconducibili direttamente a problemi tecnici ma frutto di strategie di evitamento che gli alunni sono sempre pronti a mettere in campo per sfuggire a interrogazioni o a controlli dei compiti a casa. Così alcuni che, fino alla lezione precedente, parlavano e rispondevano senza problemi, quando venivano interpellati dal docente inquisitore si chiudevano in un mutismo selettivo, facendo sapere dopo qualche minuto attraverso la chat che avevano provato a parlare ma che probabilmente nessuno li aveva sentiti.

L’ultima casistica che riporto, ma l’elenco è lungi dall’essere completo, riguarda gli alunni che riescono a collegarsi alla lezione, rispondono presente all’appello ma poi si imboscano dietro la telecamera spenta. Facendo controlli a campione tra questi, ogni tanto si riscontrano casi di ragazzi che vengono richiamati sia in chat che a voce ma che a più riprese non rispondono.

A questo punto il dubbio che non si trovino più davanti al computer ma in altre aree della loro abitazione diventa una certezza e vengono messi assenti.

La didattica distante

Volenti o nolenti tutti gli insegnanti di Italia hanno dovuto fare i conti con la didattica a distanza, persino quelli che avevano sempre alzato le barricate davanti alle dilaganti innovazioni tecnologiche e quelli che accendevano un computer solo se minacciati di morte.

Anche gli alunni dovevano subire la stessa sorte dei docenti e la maggior parte di loro si è adattata alla nuova modalità mostrando curiosità per l’inaspettata novità ma anche serietà nel continuare a seguire i dettami dell’insegnante, anche se arrivavano attraverso un’immagine malferma e non sempre in modo intellegibile.

Una parte dei ragazzi, invece, che a scuola frequentavano in modo non esattamente assiduo ma neanche troppo irregolare, si sono persi nei meandri delle difficoltà di collegamento e l’inadeguatezza dei device, che talvolta dovevano condividere con altri fratelli in età scolare o genitori costretti a lavorare da casa.

Le scuole, attraverso la figura-tuttofare dell’insegnante ha cercato di far fronte a questi impedimenti, perseguitando telefonicamente sia i genitori non particolarmente presenti sia i figli non eccessivamente reattivi, fornendo assistenza tecnica e, all’occorrenza, portatili e tablet fatti arrivare dal ministero.

Colmate anche queste lacune, rimanevano alla fine pochi irriducibili casi di famiglie che si opponevano con tutte le loro forze alla modalità online, illudendosi, per il fatto di non poter mandare i figli a scuola, che l’obbligo educativo fosse un po’ annacquato e ci fosse qualche scappatoia per eluderlo.

Alcuni genitori quindi si sono sentiti in diritto di dare incarichi ai figli più grandi, come badare ai fratellini quando avevano altro da fare, anche negli orari che avrebbero dovuto collegarsi per assistere alle lezioni.

Anche in questo caso, l’intervento dell’insegnante-tuttofare in versione carabiniere ha cercato di far comprendere ai tali genitori che la scuola, anche se a distanza, era da considerarsi sempre scuola, quindi era obbligatoria. Dopo numerose convocazioni on-line andate a vuoto, subendo poi le scuse più bislacche che arrivavano da parte dei cosiddetti adulti, anche queste situazioni sono state non dico risolte ma almeno ridotte a sparuti episodi.

C’è stato anche qualche genitore il quale, facendosi coraggio, ha ammesso candidamente che, avendo sentito la ministra dell’istruzione dire a marzo di non preoccuparsi visto che tutti gli alunni sarebbero stati ammessi alla classe successiva, aveva pensato che fosse inutile far frequentare le lezioni ai figli e aveva deciso che l’anno scolastico poteva dichiararsi concluso anzitempo.

Il docente tecnologico

Con l’avvento e la diffusione del registro on-line, anche i docenti più recalcitranti si sono dovuti rassegnare ad avere a che fare quotidianamente con computer, tablet, programmi, applicazioni, collegamenti a wi-fi, cambio e recupero password e altre diavolerie di questo genere.

Per semplificare l’uso di tali strumenti, in ogni scuola si tengono generalmente nei primi giorni di settembre dei corsi di formazione mirati soprattutto al corretto uso dell’imprescindibile registro elettronico.

E anche se la maggior parte dei docenti è ormai abituata all’uso del computer e li possiamo vedere vagare tra i corridoi e nelle aule con l’immancabile tablet sotto braccio, c’è ancora una ostinata minoranza che vive questo cambiamento come un terribile sopruso.

Così, poco prima dell’inizio dei corsi dedicati si possono sentire levare alti sospiri e nostalgici lamenti per la scuola di una volta, quando con una lavagna, un gesso e dei libri si poteva svolgere la propria onesta lezione senza dover apprendere altre fastidiose competenze che ad una certa età risultano di difficile acquisizione, quasi si chiedesse ad un distinto signore ultrasessantenne che non ha mai posseduto delle scarpe da trekking di arrampicarsi per un erto sentiero di montagna.

Questi docenti ostili all’innovazione vedono le nuove tecnologie non come qualcosa che faciliti la didattica ma, dal loro punto di vista, come un ostacolo al normale svolgimento del loro lavoro e spesso passano le giornate a perseguitare parenti o a rivolgersi a colleghi più esperti per sottoporgli problemi che non li fanno dormire la notte come cercare di mettere le assenze sul registro online o recuperare una password dimenticata.