Raymond Carver- Cattedrale

Che cosa hanno di particolare i racconti di Carver?

In genere nei suoi racconti non succede nulla, perché le cose sono già accadute o stanno per accadere.

Prima di Raymond Carver, la letteratura si occupava sostanzialmente dei momenti topici della vita delle persone.

Ma, secondo lo scrittore americano, quando i fatti esplodono non sono poi così interessanti.

Non è l’esplosione a essere decisiva, ma il momento in cui è stata accesa la miccia. E questo momento può essere anche molto lontano nel tempo e forse, mentre accade, non sospettiamo che quell’avvenimento, apparentemente leggero e insignificante, potrà cambiare completamente la nostra vita.

Cattedrale, pubblicato nel 1983, è il suo libro più importante. In questi racconti è concentrata tutta l’energia che Carver aveva accumulato e dalla quale è scaturita ogni parola successiva.

Dopo aver consegnato il libro, Carver non ha lavorato per un bel po’ di tempo. E’ come se avesse detto tutto quello che aveva da dire in quel momento.

Carver applica la letteratura a quella parte quasi inconsistente che è la vita; e così davanti a noi, mentre leggiamo, c’è proprio la vita così com’è.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta è uno dei più significativi. All’inizio ci sono due personaggi che non sembrano avere molto in comune. Uno dei due deve accogliere in casa uno sconosciuto, per giunta cieco, ed entrambi sono insofferenti a questa situazione.

Ma nel racconto avviene un profondo cambiamento e nel breve arco della narrazione vediamo un sentimento di poca umanità trasformarsi in un sentimento profondamente umano, in modo semplice e sorprendente allo stesso tempo.

Un testo da leggere, come la raccolta a cui dà il nome.

Maurizio Barbarisi – “Scrittura creativa. Istruzioni per l’uso”

Maurizio Barbarisi gestisce il blog letterario “Briciolanellatte Weblog” che raccoglie, oltre a moltissimi articoli che riguardano la scrittura, più di ottocento storie minime, diverse delle quali vincitrici di concorsi.

Dalla sua esperienza come scrittore che negli anni ha perfezionato sempre di più arrivando ad una notevole perfezione formale, nasce questo manuale molto utile sia per chi si sta accostando alla scrittura sia per chi già scrive e vuole migliorare la sua tecnica.

Barbarisi, per costruire il suo edificio, parte dalle fondamenta, mettendo in rilievo che lo scrittore non possa prescindere da alcuni elementi basilari come:

-avere un buon patrimonio di libri letti alle spalle e continuare a leggerli, anche libri su come scrivere, soprattutto se di grandi autori;

– possedere un’appropriata conoscenza della grammatica e sintassi;

– saper ascoltare, osservare, essere curiosi

– esercitarsi a scrivere quanto più è possibile

– avere passione e una discreta fantasia

Il talento è sicuramente importante, afferma, ma sono pochi quelli che davvero lo posseggono. Il vero motore della scrittura è la passione che ci spinge a conoscere a fondo gli autori che leggiamo e ad esercitarsi a scrivere possibilmente tutti i giorni. Raccomanda di non perdersi d’animo: con il duro lavoro e la ricerca continua si riescono a raggiungere buoni risultati.

Molto importante anche consultare un buon vocabolario, non dando per scontato di conoscere il significato delle parole. A volte il controllo sul dizionario può riservare delle sorprese.

Bisogna diventare pienamente consapevoli del valore della parola usata.

Barbarisi si sofferma su numerose questioni: da considerazioni generali sulla scrittura alla spiegazione di come nasce il pensiero creativo, da quelle squisitamente tecniche a veri e propri suggerimenti su come creare storie o superare il blocco dello scrittore, con semplici esercizi pratici che ognuno può mettere in pratica.

Riguardo la punteggiatura, per esempio, afferma che dovrà essere leggera, morbida, così rispettosa del ritmo della frase da risultare praticamente invisibile. Chi legge deve scorrere il testo con naturalezza.

Se in un testo stai mettendo la quarta virgola nella stessa frase significa o che la frase è troppo lunga o che stai esagerando con le virgole.

Il testo risponde a diversi dubbi che possono venire a chi scrive: da come si usano le virgolette alla differenza tra il trattino breve o lungo, dall’opportunità di utilizzare i puntini di sospensione a quello delle parentesi (per fare alcuni esempi), in un impianto che prevede capitoli brevi e facilmente consultabili ogni volta che lo desideriamo.

Lo scrittore si deve creare una sua officina delle idee. Spesso il processo creativo è dovuto al caso. Ma non bisogna aspettare l’ispirazione, ma mettersi nella condizione di essere ricettivi.

E’ necessario dedicare alla scrittura tempo e spazio appositi quasi come dei burocrati della penna, magari iniziando alla stessa ora, nello stesso ambiente, ecc.

Simenon, per esempio,scriveva tra le nove alle tredici ore al giorno.

Infatti più si scrive più si stimola la fantasia, creando una certa abitudine alla scrittura.

Una semplice idea per farsi venire delle buone idee può essere quella di rileggere ciò che già si è scritto. Potrebbe venirti in mente uno spin-off, una costola del racconto che sviluppa un personaggio o una certa situazione

Conserva gli spunti non finiti in un luogo sicuro, assegnando un nome creativo alla cartella, come ad esempio “pensatoio” o “Officina delle idee”.

Inoltre sarà utile scegliersi un luogo tranquillo, un luogo dell’anima in cui ti senti rilassato ma anche pieno di stimoli, es. la musica o il cinguettio degli uccelli. Può essere anche un luogo immaginario se in casa non è possibile trovare quello adatto. Anche camminare può servire per trovare nuovi stimoli e idee.

Fondamentale è mettersi in ascolto della propria emotività e creatività. Azzerare la razionalità. Importanza della predisposizione mentale, oltre all’ambiente.

Pensarci prima di andare a dormire. Il cervello potrebbe rielaborare nei sogni questa idea. Sarebbe importante annotarsi i sogni la mattina. Se ci alleniamo a farlo, ce li ricorderemo sempre meglio e potrebbero costituire un serbatoio infinito di materiale utile. Accostamenti curiosi, stimolanti dal punto di vista ideativo.

Utilizzare le letture altrui non per copiarle ma per farsi stimolare intellettualmente.

Scorrendo nella lettura troverete suggerimenti sulla costruzione del personaggio, dei dialoghi, la spiegazione delle tecniche narrative e sull’importanza del ritmo per tenere incollato il lettore alla vostra storia. Sono presenti indicazioni su come iniziare o concludere il vostro racconto e su come correggerlo, oltre ad esercizi per sviluppare la propria creatività.

Questi sono solo alcune delle tematiche affrontate in questo testo che non ha niente da invidiare, per ricchezza e competenza dell’autore, ai manuali di scrittura più quotati. Un manuale molto chiaro e alla portata di tutti ma da leggere e rileggere per comprendere fino in fondo tutti le questioni concernenti la scrittura, che non è una attività semplice ma che può dare grande soddisfazione a chi vi si dedica con passione e abnegazione.

Nell’ultima parte è riportata una selezione di racconti pubblicati dall’autore. Una lettura molto piacevole.

“Il dottor Živago” di Boris Pasternak

Leggendo un saggio di Calvino sul Dottor Živago, mi sono tornate in mente le sensazioni di meraviglia che avevano accompagnato la mia lettura di questo grande romanzo.

Riporto una sintesi di tale articolo che fa comprendere l’importanza e la bellezza di questo capolavoro della letteratura mondiale.

La prima impressione che suscitò la lettura del Dottor Živago, uscito in Italia nel 1956, fu quello di trovarsi davanti al ritorno del grande romanzo russo dell’Ottocento. Ma questa sensazione non durerà a lungo.

L’assunto principale del pensiero di Pasternak è che la natura e la storia non appartengono a due ordini diversi ma formino un continuo in cui le esperienze umane sono immerse e dal quale sono determinate. Questo idea viene resa meglio attraverso la narrazione che mediante riflessioni teoriche, come avveniva spesso nei romanzi del secolo precedente.

Il significato del libro quindi è da ricercare non nella somma delle idee enunciate ma in quella delle immagini, delle sensazioni e dei silenzi.

Del resto non è nemmeno sensato collocare il Dottor Živago prima della dissoluzione novecentesca del romanzo.

Infatti le vie di tale dissoluzione sono presenti entrambe in questo romanzo. Da una parte il frantumarsi dell’oggettività realistica nell’immediatezza delle sensazioni. Dall’altra, l’oggettivarsi della tecnica dell’intreccio che viene considerato in sé, portando alla parodia e al gioco di un romanzo costruito “romanzescamente”.

Pastenak porta questo gioco alle estreme conseguenze, costruendo una trama di coincidenze continue, attraverso tutta la Russia, in cui una quindicina di personaggi non fanno altro che incontrarsi per combinazione, come se ci fossero solo loro.

Nel romanzo è di fondamentale importanza il ruolo della natura che non è più il romantico repertorio dei simboli del mondo interiore del poeta ma è qualcosa che è prima e dopo e dappertutto, che l’uomo non può modificare ma solo cercare di capire.

Il muoversi nella natura contiene e informa ogni altro avvenimento o sentimento umano: uno slancio epico nel descrivere lo scroscio degli acquazzoni e lo sciogliersi delle nevi.

Il poeta cerca di inglobare in un unico discorso natura e storia umana per una definizione totale della vita: il profumo dei tigli e il rumore della folla rivoluzionaria mentre Živago nel ’17 va verso Mosca.

La maestra Candida e la migliore delle scuole possibili (Seconda parte)

Le maestre si erano fatte l’idea che i professori avessero paura di mettersi in gioco e volessero mantenere sempre la loro puzza sotto il naso. Ma alla fine, dicevano, anche loro farebbero meglio a scendere dal piedistallo. A questo proposito, la maestra Maria, una delle veterane della scuola, nonché tra le più fedeli seguaci del Senza Soma, raccontò un episodio che era accaduto l’anno precedente:

“Un bambino di nome Carlo aveva finito la quinta elementare e aveva cominciato la scuola media. Come molti altri, i suoi genitori si erano separati e lui soffriva molto di questa separazione, anche perché sia la madre che il padre si erano rifatti una nuova vita e lui aveva la sensazione di essere messo in secondo piano rispetto ai fratelli più piccoli. A volte in classe faceva commenti inopportuni verso i compagni ma tutto sommato, almeno alla primaria, ci sembravano comportamenti che rientravano nella normalità. Verso la metà dello scorso anno, parlando con alcuni insegnanti delle medie, venne fuori che Carlo aveva cominciato a prendere in giro pesantemente un nuovo compagno che era stato inserito da poco nella classe, in quanto proveniente da un’altra provincia. Questi era un po’ grassottello e goffo e pare che Carlo avesse trascinato con sé anche diversi bambini della classe per cui si era creata una situazione quasi di persecuzione nei confronti del nuovo arrivato.

Ora, a parte che non mi capacito di come un bambino tutto sommato corretto come Carlo possa arrivare a tanto, ma penso che il motivo sia da ricercare nell’ impostazione rigida dei professori, i quali non hanno saputo creare il clima giusto per una corretta convivenza.

Tra l’altro io sono rimasta in buoni rapporti con Carlo. Pensa che un giorno mi ha mandato una foto di una nota che gli aveva fatto uno degli insegnanti meno sensibili e, pensa un po’, la nota conteneva un errore ortografico!

Durante una riunione con i docenti delle medie, non ho potuto fare a meno di farlo notare e loro si sono scandalizzati del comportamento del loro alunno, affermando tra l’altro, che non era possibile che il loro collega avesse fatto un errore di ortografia. Secondo qualcuno era più probabile che fosse stato Carlo a modificare il testo della nota per mettere in cattiva luce il troppo punitivo docente. Ma vi rendete conto? A che punto può arrivare la presunzione di questi professori?”

Candida aveva ascoltato con attenzione questo resoconto dell’accaduto. Si fidava di quello che diceva la maestra ma rimase un po’ perplessa sulla modalità con cui la foto era arrivata a lei. Questo episodio comunque non scalfì minimamente il suo ottimismo e si preparò a cominciare il nuovo anno scolastico, armata dei nuovi strumenti che gli aveva fornito il Senza Soma.

Il primo giorno di scuola della nuova era del suo insegnamento, entrò nell’ampio ingresso di una scuola di recente costruzione. La luce entrava copiosa dalle grandi vetrate, gli arredi e i colori creavano una sensazione di rilassamento e armonia. Fuori, un giardino ben curato rendeva gradevole la vista dalle finestre delle aule, oltre che piacevole giocare in mezzo al verde.

Le scuole scalcinate e spesso antiestetiche dove era stata fino ad ora, erano lontane anni luce.

A Carla era stata assegnata una seconda e una quinta, quindi due classi che già conoscevano il Senza Soma e per questo avrebbe e avuto il lavoro semplificato, pensando che si sarebbe dovuto inserire in un meccanismo già oliato.

Alla sua domanda se fossero presenti casi particolari, le colleghe risposero in maniera piuttosto evasiva, accennando solo ad alcuni bambini un po’ difficili, ma come ce ne erano in tutte le classi. Si soffermarono solo su due fratelli, di cui il maschio frequentava la seconda, che venivano da una famiglia molto numerosa e un po’ disagiata, non solo economicamente. Non avevano avuto una vera e propria educazione e talvolta erano difficili da gestire.

Ma con il metodo Senza Soma, le dissero, si poteva trovare una soluzione a questi problemi. Per esempio mettendolo a fare lavori o giochi alternativi alla didattica della classe. Entrambi i due fratelli comunque erano seguiti da un insegnante di sostegno molto esperta che le avrebbe fornito tutti i particolari e eventualmente dato qualche consiglio.

Ma era il momento di cominciare. La mattinata cominciava con un’adunata di tutti i bambini all’ ingresso della scuola, nello spazio chiamato Agorà, dove ogni mattina venivano lette alcune pagine di un libro che i bambini ascoltavano in religioso silenzio. Questo momento funzionava come camera di decompressione tra l’esterno e l’ingresso vero e proprio nella classe, dove molto gradualmente sarebbero cominciate le attività didattiche.

I primi giorni Candida lo dedicò alla conoscenza dei bambini e a creare un ambiente il più rilassato possibile, quindi senza troppe forzature, permettendo loro di sedersi dove preferivano. Dopo qualche settimana, cominciò a disporre i bambini intorno ai tavoli cercando di formare dei gruppi più o meno omogenei per poter lavorare per livelli, come veniva raccomandato dalle linee-guida del Senza Soma. Tutto sembrava svolgere in modo tranquillo ma notò che, quando voleva spostare gli alunni, qualcuno protestava e obbediva solo dopo che lei aveva insistito parecchio. Candida cercava di motivare sempre i suoi cambiamenti come si conviene ad un metodo che mette al centro il dialogo con i bambini e la collaborazione, ma non sempre le argomentazioni risultavano efficaci.

Ma Candida era convinta della bontà del modello che aveva svelto e pensava che con il tempo sarebbe stata in grado di comunicare in modo più efficace, applicando al meglio il Senza Soma per il bene dei bambini.

Dopo alcune settimane ebbe anche la sensazione che gli alunni che si trovava davanti fossero meno empatici rispetto ad altri avuti nel passato, nonostante il metodo di insegnamento fosse più tradizionale e quindi più gravoso per loro. Ma cercò di cacciare subito questa impressione, attribuendola al fatto che ancora non la conoscevano bene e magari si erano affezionati alla maestra dello scorso anno che si era trasferita altrove.

Del resto si trovava nella migliore delle scuole possibili.

Con il passare del tempo, cominciarono ad emergere alcuni casi particolari. Il primo a farsi notare fu Marco, il bambino appartenente alla famiglia disagiata, il quale era molto affettuoso e anche voglioso di fare bella figura con le maestre, ma aveva evidenti difficoltà di apprendimento, che frustravano i suoi tentativi. Inoltre, aveva anche momenti in cui diventava poco gestibile in classe e chiedeva in continuazione di uscire.

Candida si era consultata con l’insegnante di sostegno, una signora molto disponibile e con un grande bagaglio di esperienze, con cui avevano studiato alcune strategie per permettere a Marco di rimanere in classe, magari svolgendo attività alternative. Quindi, aiutato a turno anche da qualche suo compagno, gli venivano proposti alcuni giochi presenti negli angoli della classe, in cui doveva fare più un’attività manipolativa, che lo stancata meno rispetto a quello della classe. Se seguito da un insegnante, Matteo svolgeva con piacere queste attività e dimostrava di ricercare sempre il rapporto con l’adulto.

Ma quando non era possibile seguirlo individualmente perché non era presente la maestra di sostegno e la maestra della classe doveva seguire gli altri, dopo poco smetteva di fare ogni attività anche la più semplice. Anche quando venivano svolte attività comuni a tutta la classe più laboratoriali, come semplici attività musicali o artistiche o di movimento, Marco non riusciva ad interagire correttamente con i compagni e prima o poi finiva col dire o fare qualcosa che urtava la sensibilità degli altri e talvolta finivano a male parole, se non a botte.

Ma nonostante questi problemi, Marco dimostrava di essere un bambino buono che, con l’intervento dell’ adulto, riusciva a ragionare e a comportarsi meglio. Almeno fino all’ episodio successivo.

Non era però l’unico caso particolare.

Nella classe di Matteo, la più problematica, c’era anche Sara, una bambina che aveva sempre l’aria un po’ insofferente e sembrava non trovarsi a suo agio in classe. Sara aveva espressivi occhi neri che distoglieva non appena cercavi di entrare in relazione con lei. Non aveva alcuna problematica particolare ma sembrava vivere un disagio che forse le veniva dalla famiglia, anche nel suo caso numerosa. Al contrario di Marco, lei era sempre pulita e vestita nel migliore dei modi, talvolta addirittura era venuta a scuola con un po’ di trucco sugli occhi.

La madre, interrogata al riguardo, si era giustificata dicendo che una mattina Sara si era introdotta in camera sua e aveva usato i suoi trucchi. Era quasi l’ora del pulmino e non aveva fatto in tempo a ripulirle il viso. Probabilmente era piuttosto abile a scivolare in camera della madre proprio a ridosso dell’ ora di partenza, visto che il trucco sul viso era comparso più di una volta.

Rimase invece sorpresa della presunta irrequietezza della figlia, affermando che a casa era sempre serena e tranquilla e non aveva mai riscontrato problemi con le sorelle più grandi né con il fratello più piccolo.

La maestra di sostegno della classe disse invece a Candida che qualche volta Sara si era lamentata del fatto che a casa non la considerasse nessuno e spesso litigasse con le sorelle. Era difficile sapere a che punto si trovasse la verità ma spesso i bambini si esprimono senza troppi filtri. Probabilmente Sara aveva un carattere molto forte e mal tollerava questa situazione domestica che comunque era comune a molte famiglie numerose.

Durante l’anno, la bambina talvolta discuteva con le compagne e ogni tanto rispondeva male anche alle maestre. Candida sperava con il tempo di riuscire ad entrare in sintonia con lei, magari lasciandole più spazio, rispetto agli altri. Ma più spazio le veniva concesso, più se ne prendeva. Verso metà anno cominciò ad uscire dalla classe sempre più spesso, senza controllare se il semaforo fosse verde e cominciò a trattenersi in bagno sempre di più a lungo, al punto che ogni tanto la maestra la doveva andare a cercare. A volte trovava qualche altro bambino problematico di altre classi e si intratteneva con loro, ritardando sempre di più il momento di tornare in classe. Era diventato difficile gestirla e, quando non c’era la compresenza della insegnante di sostegno, Candida aveva difficoltà a gestire la situazione, dovendo anche seguire gli altri bambini. Tra l’altro c’era sempre Marco che, se preso da solo, si riusciva a trovare il modo di ammansirlo ma se trovava una sponda diventava molto difficile addomesticarlo.

Ma non era finita qui. Un altro bambino aveva attirato l’attenzione della maestra fin dall’ inizio a causa del suo sguardo triste e duro insieme. Si trattava di Gabriele, un bambino adottato che sembrava portare su di sé tutte le ferite del periodo trascorso nella casa famiglia. Per tutto il primo mese, non creò grossi problemi, anzi sembrava fare un grosso sforzo per impegnarsi e lavorare come tutti gli altri. Ma, nonostante le maestre cercassero di aiutarlo e sostenerlo quando si trovava in difficoltà, ad un certo punto cominciò a vivere il fatto di non riuscire a stare al passo con gli altri come un fallimento e manifestò segni di irrequietezza sempre maggiori.

Non riusciva ad interagire bene con i suoi compagni con i quali aveva un rapporto conflittuale, a parte con un bambino più debole caratterialmente che sembrava subire la sua personalità e che acconsentiva a tutte le sue richieste, costringendolo ad avere a che fare solo con lui, escludendo completamente gli altri.

Con il tempo anche lui tendeva ad uscire sempre più spesso e, approfittando dei momenti meno strutturati, che erano numerosi nella scuola Senza Soma, tendeva ad allontanarsi dalla sua classe e a vagare per la scuola, portandosi dietro anche Sara e Marco che non aspettavano altro.

Candida sentì che la situazione le stava sfuggendo di mano e non capiva come mai in altre scuole non si fosse mai trovata ad avere a che fare con casi così poco gestibili. Tra l’altro il modello Senza Soma doveva garantire una situazione di benessere per tutti i bambini, grazie alla personalizzazione degli apprendimenti, all’accoglienza, al dialogo. Forse non aveva recepito bene le indicazioni del Senza Soma, oppure era stata solo sfortunata ed aveva trovato elementi particolarmente difficili? Non riusciva a darsi una spiegazione.

Quando aveva consultato la collega di matematica che condivideva con lei le due classi, si era sentita ribadire i principi che già conosceva. Le aveva chiesto se anche lei avesse riscontrato gli stessi problemi e la risposta era stata negativa: erano bambini con qualche difficoltà ma si potevano gestire, nessuna situazione veramente difficile.

Giunse allora alla conclusione che il problema era lei è la sua scarsa esperienza o incapacità di entrare nei meccanismi del Senza Soma.

La collega di sostegno vedendola che si stava abbattendo sempre di più cercò di sostenerla e darle una mano:

“È vero che queste situazioni sono esplose quest’anno, ma erano presenti tutte le condizioni perché questo accadesse. I bambini in questione hanno sicuramente dei problemi, chi più chi meno, ma in questo caso il fatto di non avere delle regole ferme ha fatto sì che diventassero sempre più privi di controllo con il risultato che abbiamo oggi”

In realtà le norme di comportamento venivano fornite ai bambini, anzi venivano scritte con loro in modo che fossero maggiormente condivise, ma non esistevano vere e proprie sanzioni se qualcuno non le rispettava, a parte punizioni molto blande ed evidentemente non adeguate in questi casi limite.

Intanto il malessere di Candida aumentava sempre di più. Da qualche tempo dormiva male la notte, svegliandosi spesso in preda all’ansia di doversi recare sul posto di lavoro la mattina successiva. Ad un certo punto cominciò ad avere giramenti di testa che si manifestavano quando la giornata a scuola era stata particolarmente difficile. Prima di andare a casa doveva sedersi su una sedia e cercare di riprendersi perché il rischio di cadere era molto concreto.

Un giorno in cui la situazione era stata particolarmente esasperante, tornò a casa e andò a controllare se i termini per la richiesta di trasferimento fossero scaduti.

Per fortuna mancava ancora qualche giorno ma doveva affrettarsi. Si sedette davanti al computer e non si alzò fino al quando la richiesta non ebbe esito positivo.

Aveva indicato molte scuole, anche distanti, pur di essere sicura che glielo avrebbero concesso.

Il concetto di smarginatura ne “L’amica geniale”

Non è mia intenzione tediarvi con una nuova recensione de L’Amica geniale, opera della ormai affermatissima scrittrice Elena Ferrante. Ormai tutti conoscono la storia, anche i meno avvezzi alla lettura di romanzi, visto il successo della fiction televisiva che ne è stata tratta.

Premetto che ho trovato il romanzo di piacevole lettura e molto accurato nel descrivere il mondo visto dagli occhi di due bambine, i rapporti con i loro coetanei e gli adulti, i grandi cambiamenti dell’Italia che si affaccia al boom economico, i sospetti e le tensioni che si vanno a creare nel quartiere di Napoli dove si svolgono le vicende.

Non vado oltre, visto che le recensione del romanzo in generale si sprecano.

Volevo invece soffermarmi sul concetto di smarginatura, uno stato d’animo che ad un certo punto si impossessa di Lila, la bambina con la personalità più forte, che si manifesta con un sentimento di straniamento rispetto alla realtà circostante.

Le persone che la circondano, che fino ad un attimo prima, apparivano familiari e amichevoli, all’improvviso, senza che niente sembra essere accaduto, diventano estranee, come se uscissero dai margini che le hanno sempre contenute.

E’ come se Lila avesse una rivelazione, un’epifania sull’essenza della realtà che la circonda il cui velo viene squarciato per mostrarsi come è veramente.

La ragazza ha per la prima volta questa sensazione, mentre si trova sul balcone di casa insieme ad alcuni amici che si adoperano in modo quasi compulsivo a fare esplodere fuochi d’artificio per un ultimo dell’anno.

I suoi occhi ad un certo punto vedono oltre la superficie e Lila raggiunge una consapevolezza delle cose che prima non aveva. Così si rende conto del cambiamento che sta travolgendo l’adorato fratello il quale con il passare del tempo sembra essere preda di una brama di successo, soprattutto economico, che gli ha fatto perdere di vista l’importanza dei valori della vita.

Questo senso di straniamento che insieme la spaventa e le provoca repulsione continueranno a presentarsi nella ragazza e sempre di più la aiuteranno a capire la realtà circostante, ormai lontana da quella difficile ma incontaminata della sua infanzia.

E l’elemento della smarginatura contribuisce a dare profondità e spessore ai romanzi della Ferrante, che non sono solo un narrare consapevole di eventi, ma assumono anche la capacità di andare oltre la superficie delle cose e capirne l’essenza.

“Il primo viaggio”

Eravamo ormai quasi a fine luglio e il caldo si era fatto opprimente. Marco aveva sostenuto l’ultimo esame prima delle vacanze estive e ora, con un misto di ansia e eccitazione, aspettava il momento di partire per il suo primo viaggio all’estero.

Con i suoi genitori non si era mai allontanato troppo da casa, a parte qualche incursione nel paese nativo dei suoi per andare a trovare nonni e zii. Il padre lavorava molto e, quando finalmente riusciva a raggiungere le sospirate ferie, preferiva starsene a casa a rilassarsi e a godersi la tranquillità della casa di campagna dove viveva.

Quando era bambino, anche Marco apprezzava gli spazi aperti della natura che si aprivano intorno alla sua abitazione. Poteva girare in bicicletta in lungo e in largo, passeggiare lungo il fiume, costruire, insieme ai cugini, carretti, zattere e ponti di canne che adagiavano sulle rive del corso d’acqua.

Da piccolo, vivere in campagna può essere pieno di opportunità ma, quando cominci a crescere, e vorresti allargare i tuoi orizzonti e le tue conoscenze, non è più così piacevole e in certi momenti ti senti come in una prigione da cui vorresti evadere.

Marco era un ragazzo piuttosto silenzioso e non aveva mai avuto molti amici ma, approdato all’università, era riuscito ad inserirsi in un gruppo che organizzava qualche uscita e, finalmente, qualche viaggio che lo portasse lontano dai luoghi e dalle occupazioni della quotidianità.

Quell’estate la meta prescelta era stata la Scozia. Aveva visto foto bellissime sui paesaggi e i castelli scozzesi e, quando qualcuno degli amici aveva proposto questa destinazione, aveva aderito con entusiasmo.

Ora l’attesa era finita e, dopo un viaggio in aereo di qualche ora, atterrarono all’aeroporto di Londra; da qui avrebbero proseguito in autobus fino ad Edimburgo.

Viaggiarono di notte, quasi senza riuscire a dormire e, scesi dal pullman, percepirono subito l’aria frizzante del paese nordico che li fece rabbrividire. Ma l’entusiasmo prese rapidamente il sopravvento e, dopo aver indossato qualcosa di più caldo, cominciarono ad aggirarsi per la città, cullati dal suono delle cornamuse che riecheggiava praticamente ovunque, percorrendo strade dove si affacciavano edifici storici.

Edimburgo gli piaceva molto ma sentiva che l’anima più profonda della Scozia era altrove e cominciò a desiderare di iniziare il tour che lo avrebbe portato in luoghi remoti e quasi disabitati.

Dopo alcuni giorni andarono a ritirare la macchina a noleggio che avevano prenotato e, dopo alcune difficoltà legate alla guida a destra, cominciarono l’itinerario che avevano progettato a tavolino, quando si erano trovati per organizzare il viaggio.

Trascorsero solo poche decine di minuti prima che si aprissero davanti a loro paesaggi sconfinati dove castelli che si specchiavano sui laghi si alternavano a colline verdeggianti. Sopra di loro, le nuvole, mosse dal vento che non si arrestava quasi mai, mettevano in scena uno spettacolo di luci e ombre che si riverberava sulla terra e sulle acque sottostanti creando sempre nuove sfumature e combinazioni di colori.

Marco era incantato da questo caleidoscopio naturale e sentiva che quella terra si accordava al suo animo un po’ malinconico ma, allo stesso tempo, voglioso di immergersi nella vita e di viverla intensamente. Era come se si fosse liberato da un suo modo di essere che ormai da qualche anno gli stava un po’ stretto, fatto di troppe esitazioni e permeato dalla storica timidezza; solo ora sentiva che poteva cominciare a cogliere i frutti che la vita gli avrebbe riservato.

Tutto quel viaggio rimase impresso nella mente di Marco per lungo tempo ma ci furono alcuni momenti che furono scolpiti in modo indelebile dentro di lui.

Il primo fu la ricerca, nelle propaggini più settentrionali della Scozia, dove si poteva guidare per ore senza trovare tracce di esseri umani, di un castello costruito a picco su una scogliera.

Quando scesero dalla macchina cominciarono a dirigersi verso la costa, addentrandosi in una nebbia che diventava sempre più fitta. Camminarono  per almeno mezz’ora, cambiando più volte direzione, non avendo punti di riferimento concreti; ma ad un certo punto avvertirono il suono del mare che, a mano a mano che si avvicinavano, si faceva sempre più intenso per il ritmico impatto con la scogliera.

Guardando con attenzione, cominciarono a scorgere i tratti di una costruzione che sembrava emergere dal nulla: erano i resti del castello che stavano cercando. Si aggirarono per un po’ di tempo tra le stanze e i muri in rovina, immersi nella nebbia lattiginosa, quasi intontiti dal rumore assordante delle onde.

Poi tornarono sui loro passi e Marco si girò più volte a rimirare i contorni  del castello che diventavano sempre più tenui fino a scomparire.

L’altro momento significativo fu ad Oban, sulla costa occidentale, quasi alla fine del viaggio. Erano giunti in questo paese di pescatori dopo la spettacolare incursione sull’isola di Sky, dove cielo e acque sembravano confondersi, rispecchiandosi reciprocamente.

La sera uscirono sotto la tipica pioggerellina britannica, così lieve che sembrava rimanere a mezz’aria. Entrarono dentro un locale e socializzarono con la gente del luogo che anche in quell’occasione si mostrò allegra e ospitale.

La mattina, dopo la colazione e in attesa di rimettersi in marcia per l’ultima tappa, Marco si sedette davanti alle grandi vetrate che davano direttamente sul mare, contemplando l’azzurra immensità, e pensò che non avrebbe mai voluto andarsene da lì.

Ma sapeva che fuori la vita lo stava aspettando.

Il refuso infestante

Una delle preoccupazioni maggiori dello scrittore autopubblicato è il proliferare, nella sua opera appena sbocciata, di molteplici e multiformi imperfezioni dovute a distrazioni, errori di battitura, e talvolta addirittura, Dio ce ne scampi, a errori ortografici.

Tali mostruose manifestazioni permangono anche dopo aver trascorso ore e ore nella lettura e rilettura del prezioso scritto per il semplice fatto che l’occhio dello scrivente non è mai abbastanza distaccato e, specialmente se pretendiamo di fare le nostre correzioni sul testo digitale, sarà sempre possibile, anzi probabile che qualcosa sfugga.

Sarebbe opportuno trovare un essere caritatevole disposto a sacrificarsi per la nostra causa e che si accolli l’onere di leggere il nostro “capolavoro” per scovare le imperfezioni che si celano tra le pieghe delle pagine scritte, ma raramente troviamo qualcuno che non fugga a gambe levata davanti a tale richiesta.

E purtroppo, nonostante tutti i nostri sforzi, talvolta i refusi superano di slancio il fossato della pubblicazione ed approdano nell’opera depositata nei maggiori book store, con il risultato di andare a deliziare i malcapitati lettori che coraggiosamente si sono presi la briga di acquistare e leggere il frutto del nostro ingegno.

Per fortuna, la maggior parte delle piattaforme di Self Publishing permettono di correggere il proprio manoscritto, anche dopo la pubblicazione, e mettere una toppa sui tanti errori scovati magari rileggendo, armati di penna rossa, il libro in versione cartacea.

Anche il mio scritto ha avuto un percorso simile e ora, ripulito (spero) adeguatamente lo potete trovare in una versione più presentabile. 

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“Blog e autore. La mia verità sul mondo social” di Tiziana Cazziero

L’autrice, con alle spalle numerose pubblicazioni e blogger di lungo corso, con questo manuale si rivolge a tutti gli autori emergenti che sono alle prese con la promozione del proprio libro.

A tale scopo, mette a disposizione l’esperienza accumulata in questo settore sia dal punto di vista tecnico sia sotto forma delle molte iniziative messe in campo sui social e come blogger per promuovere le sue opere.

Si tratta di attività indispensabili visto che quando, dopo un lungo lavoro, riusciamo a pubblicare un libro che magari sarà reperibile su numerosi store online, in realtà questo non si può considerare un punto di arrivo ma di partenza. Infatti, anche se non abbiamo pubblicato in self, difficilmente una piccola casa editrice si farà carico della promozione del nostro libro che dovremo gestire personalmente, dedicandogli energie e molto tempo.

Per trovare una casa casa editrice che faccia al caso nostro, una volta evitate in modo deciso quelle a pagamento, bisogna dedicarsi ad una ricerca sul web per individuarne qualcuna seria, e che pubblichi il genere del libro in questione. Una volta fatta una selezione, bisogna mandare il manoscritto o parte di esso ad una decina di queste e attende le risposte.

Ricevere dei no è sempre possibile, ma questo non ci deve fermare.

È importante visionare in modo costante il sito della casa editrice per verificare che seguono gli autori pubblicati, se i loro libri siano presenti nei principali store online e nelle librerie fisiche.

Sarebbe anche utile dare un’occhiata a testi già pubblicati per verificare la presenza di refusi, sinonimo di sciatteria e poca professionalità.

Per trovare case editrici è importante anche partecipare a concorsi letterari con in palio pubblicazioni.

Nel testo viene messo in rilievo anche l’importanza dell’autopromozione. Infatti non solo è necessario promuovere il libro ma anche sé stessi, farsi conoscere, operare sul web.

A questo scopo l’autrice consiglia di aprire un blog, un sito, di fare recensioni, creare pagine di incontro online. Aprire diversi profili social, essere presenti nelle discussioni con interventi che suscitino interesse.

Ma anche contattare persone, farsi fare recensioni, farsi intervistare, darsi molto da fare, mettendo in campo anche un pizzico di creatività.

Nella seconda parte, l’autrice racconta l’esperienza del gruppo Facebook “I nostri ebook- parliamone” che ha aperto nel 2014 per parlare dei suoi scritti, di come sia cresciuto, facendo fare presentazioni in diretta di autori tramite interviste.

Infine parla del blog per promuovere il libro che aveva pubblicato. Comincia a leggere e recensire autori emergenti, li promuove anche tramite interviste. Sottolinea l’importanza di avere un blog che in pratica è un diario pubblico a cui tutti possono accedere e scoprire qualcosa di te. Richiede tempo perché bisogna aggiornarlo, ma se siamo motivati lo consiglia a tutti.

Questo e molto altro troviamo in questo testo breve ma farcito di numerosi consigli pratici su come promuoversi sul web e anche fuori da esso.

La conclusione dell’autrice è che la promozione vada fatta in modo serio e costante e che, per ottenere risultati, ci vuole tempo e grande pazienza.

“L’anima non si arrende” di Marco Conti

Presentazione dell’autore

Mi chiamo Marco Conti e sono nato a Romano di Lombardia (BG) il 5-8-1973. Abito a Treviglio (BG) dove lavoro come progettista. La scrittura è una passione che mi accompagna da sempre e che mi ha portato a creare anche un blog: marcoscrive.wordpress.com uno spazio personale su cui scrivere e condividere le mie passioni, le mie idee e dove potete trovare le recensioni ricevute dai miei romanzi, le interviste e tutti i miei racconti. Ad uno in particolare sono molto legato. Si tratta di “Semplicemente vivendo” in cui parlo del mio rapporto con una persona speciale che purtroppo non c’è più: mio padre. Questo racconto è arrivato fra i finalisti del Premio Letterario Emozioni 2017 ed ha ricevuto una Menzione d’Onore.

Recentemente ho creato sul mio blog uno spazio chiamato Emergenti in Vetrina, in cui chiunque si può presentare (ogni mercoledì) come meglio crede, mettendo in mostra i propri romanzi i propri progetti, le proprie ambizioni.

Sono sposato, ho due figli e amo trascorrere il tempo libero con la famiglia e gli amici. Amo il mare, amo viaggiare, leggere e ascoltare la musica.

Recensione

L’anima non si arrende” è un romanzo pubblicato da Marco Conti il 18 dicembre 2017.

La storia, narrata in prima persona, è quella di Marco, un ragazzo che arriva a realizzare il suo sogno: quello di diventare uno scrittore ricco e famoso; ma che poi non è in grado di gestire il successo.

Si ritrova quindi ad essere trascinato in un vortice di feste mondane a base di droghe e alcool, circondato da persone che, come avvoltoi, gli stanno vicino solo per convenienza.

Nel frattempo il protagonista perde di vista i veri valori della vita e soprattutto vede sgretolarsi l’amore che nutriva per Sabrina, la ragazza che amava alla follia e che ora percepisce quasi come un intralcio alle attività della sua nuova vita.

Anche l’ispirazione viene meno e, quando Sabrina si fa coraggio e decide di lasciarlo, Marco si sente crollare il mondo addosso perché si rende conto di aver perso tutto e che solo lui è il responsabile della sua rovina.

A questo punto viene colto da una vera e propria disperazione che lo trascina sempre più in basso, quasi a sfiorare la follia. Ma la vita riserva sempre delle sorprese e una lettera che arriva da Parigi dallo zio Nicola, che da vent’anni non ha fatto sapere più nulla di sé, apre un nuovo scenario che lo strappa ad una quotidianità divenuta insopportabile.

Parte per la Francia con il fratello Francesco, ma poi rimane da solo alle prese con il mistero della scomparsa dello zio. Qui la ricerca della verità diventa anche una riflessione sulla sua vita che tenta di rimettere in carreggiata, dopo aver sbandato pericolosamente negli ultimi tempi.

Inoltre la magica atmosfera di Parigi, con le sue strade brulicanti di vita, i suoi bistrot, le sue opere d’arte, danno nuova linfa alla sua ispirazione e la conoscenza di una ragazza italiana gli offre una nuova possibilità.

L’anima non si arrende” è un romanzo scritto in maniera coinvolgente, dove le emozioni del protagonista sono espresse con grande intensità. La lettura è scorrevole e i capitoli si susseguono in modo da tenere il lettore sempre incollato alla storia che sta leggendo.

L’immedesimazione è tale che anche a noi, insieme al protagonista, sembra di fare un viaggio, fisico ma soprattutto interiore, in cui sentiamo lievitare la nostra presunzione, arrivati all’apice del successo, e poi precipitiamo di nuovo nella polvere e nella disperazione che ne consegue.

Ma, come dice il titolo del libro, l’anima non si arrende e, dopo un percorso difficile e tortuoso, riusciamo a ritrovare il senso autentico delle cose e a ricominciare a vivere davvero.

La scrittura dilatata

Ho cominciato a scrivere il mio libro a settembre dello scorso anno e, tra prima stesura, aggiustamenti e revisione finale, ho deciso di mettere la parola fine a giugno di quest’anno.

Ho scritto nei ritagli di tempo, quando ero libera dal lavoro e da altre incombenze della quotidianità, ma mi sono imposta di mettere insieme almeno 2-3 pagine alla settimana perché considero necessario mantenere un ritmo costante, anche se non sempre sostenuto, ad ogni attività che si vuole svolgere seriamente.

La lentezza con cui riempivo le pagine è stato anche molto utile alla vitalità e alla ricchezza dei contenuti, in quanto mi permetteva di riflettere su quello che avevo scritto, decantarlo come si fa con un vino invecchiato, e di apportare cambiamnenti che, almeno nelle intenzioni, dovevano essere migliorativi.

La dilatazione del tempo mi ha permesso anche di richiamare alla mente episodi accaduti ormai oltre dieci anni fa, alcuni dei quali pensavo fossero ormai sepolti nelle pieghe della memoria e che, soprendentemente, sono riemersi in modo anche vivido e ricchi di particolari.

Mentre scrivevo ho anche scelto alcune letture che mi sembravano potessero aiutarmi nella stesura del mio scritto.

A questo scopo, ho letto alcuni testi più tecnici su come pubblicare in self publishing, come il libro “Professione scrittore” di Giuseppe Amico da cui ho trattato utili suggerimenti; oppure il testo di Gianrico Carofiglio “Con parole precise” che rispondeva alla mia esigenza di avere uno stile di scrittura che fosse il più chiaro preciso.

Per quanto riguarda la ricerca sul linguaggio umoristico, che caraterizza almeno a tratti il mio scritto, ho preso come riferimento, tra gli altri, alcuni libri di Stefano Benni e soprattutto i romanzi di Jerome, di cui “Tre uomini in barca” è sicuramente quello più riuscito per la sua misurata comicità british e la ricchezza di spassosi aneddoti.