Dante Alighieri- Inferno- Canto VII- Pluto, vv. 1-12

«Papé Satàn, papé Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,


disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».


Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.


Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».


Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.

Parafrasi

“Oh Satan, oh Satan aleph (prima lettera dell’alfabeto ebraico ed esclamazione di dolore)“

cominciò Pluto con la voce rauca;

e quel nobile sapiente (Virgilio), che conosceva tutto,

disse per confortarmi: “Non ti danneggi

la tua paura; perché, per quanto potere egli abbia,

non ci potrà impedire lo scendere dal terzo al quarto cerchio”.

Poi si rivolse a quel volto (labbia) tumido per l’ira,

e disse: “Taci, maledetto lupo (perché demone dell’avarizia);

logarati dentro di te con la tua rabbia.

Non è senza motivo l’andare nelle profondità infernali (al cupo):

lo si vuole in cielo, dove l’arcangelo Michele

punì la superba ribellione (degli angeli che si rivoltarono contro Dio)”.

Come le vele gonfiate dal vento

cadono avviluppate, dopo che l’albero si spezza,

così cadde a terra la bestia crudele.

Piccolo commento

Dante e Virgilio si trovano sulla soglia del quarto cerchio dove trovano Pluto, simbolo di quella brama di ricchezza che è la maggior nemica della felicità umana e dell’ordine sociale.

Nel quarto cerchio infatti si puniscono gli avari e i prodighi la cui pena è quella di rotolare enormi pesi che simboleggia lo sforzo dei peccatori di raggiungere un oggetto, come la ricchezza, di per sé vano. Tra gli avari compaiono molti chierici, papi e cardinali che la cupidigia condusse alla dannazione.

Il canto si apre con la famosa frase pronunciata da Pluto, apparentemente priva di senso. In realtà il “maladetto lupo” esprime con queste parole la sua meraviglia (papé) e il dolore (aleppe) che gli procura la vista dei due pellegrini che stanno scendendo nell’Inferno, offendendo le sue rigide leggi, e invoca per questo l’intervento di Satana.

L’intervento di Virgilio riaffermano con calme parole, opposte alla rabbia diabolica, la volontà divina che ha voluto e autorizzato il loro viaggio

L’utilizzo del termine “chioccia” è una spia dello stile aspro che caratterizza tutta la prima parte del canto, attraverso la ricerca di rime difficili e quindi intensamente espressive.

Dante Alighieri- Inferno. Canto I – Le tre fiere (vv. 31-60)

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Parafrasi

Ed ecco, quasi all’inizio della salita,

una lonza (bestia simile ad un leopardo) agile e veloce,

coperta di pelo macchiato; (allegoria della lussuria)

e non si allontanava davanti al viso,

anzi impediva tanto il mio cammino,

che più volte mi rivolsi per tornare indietro.

Era la prima ora del mattino,

e il sole saliva su insieme a quelle stelle

che si trovavano con lui (il sole) quando Dio

mosse per la prima volta gli astri del cielo (al momento della creazione);

in modo tale che mi era motivo di ben sperare

riguardo il pericolo di quella fiera dalla pelle leggiadra (piacevole a vedersi)

l’ora del giorno e la dolcezza della stagione;

ma non al punto che non mi desse paura

l’apparizione della vista di un leone (la superbia).

Questa sembrava che venisse contro di me

con la testa alta e con la volontà di nuocere,

in modo tale che sembrava l’aria ne tremasse.

Ed una lupa, che di tutte le voglie

sembrava carica nella sua magrezza,

e molte persone fece già vivere afflitte, (l’avarizia)

questa mi provocò tanta angoscia

con la paura che si sprigionò dal suo aspetto

che io perdei la speranza di raggiungere la sommità del colle.

E come colui che accumula volentieri (come l’avaro o il giocatore),

e arriva il momento che gli fa perdere tutto,

che in tutti i suoi pensieri si addolora profondamente;

allo stesso modo mi fece diventare la bestia insaziabile,

che, venendomi incontro lentamente,

mi sospingeva dove il sole non arriva (nella selva).

Piccolo commento

Dante comincia l’ascesa al colle quando, quasi all’inizio della salita incontra le tre bestie feroci, allegorie di tre peccati capitali: la lussuria, la superbia e l’avarizia.

Le tre fiere ostacolano la conversione dell’uomo singolo e distruggono i fondamenti dell’ordine politico e morale della società. L’allegoria della lupa è da intendersi in senso ampio, come cupidigia che secondo Dante rappresentava la causa più profonda della corruzione della società. Infatti il personaggio Dante è ostacolato dalle prime due bestie ma solo la terza lo costringe a scendere di nuovo verso la selva oscura.