Francesco Petrarca – L’ascesa a le Mont Ventoux

Petrarca, in una famosa lettera del suo epistolario, racconta l’ascesa che fece con il fratello al Monte Ventoso, una delle cime più difficili da scalare della zona della Provenza a causa della sua ripidezza. Era una zona nota al poeta italiano, che trascorse l’infanzia in quei luoghi e la sagoma del Monte era visibile da ogni direzione.

L’ascesa è molto impegnativa soprattutto per Petrarca che interpreta le sue difficoltà come allegoria del suo essere appesantito dalle lusinghe del mondo. Così, mentre il fratello Gherardo che è diventato monaco sale facilmente per i sentieri più erti e diretti verso la cima, Francesco si attarda cercando una via più lunga ma meno faticosa che rallenta parecchio la sua ascesa.

Durante la salita, riflette anche sulla vanità del suo amore per Laura e della necessità di distaccarsi da questa passione terrena, ma nonostante questa consapevolezza non riesce a liberarsene del tutto.

Quando finalmente giunge a destinazione, apre a caso una pagina delle Confessioni di Sant’ Agostino che porta sempre con sé e legge le seguenti parole: “e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”.

Questo passo fa vergognare Petrarca per il fatto che ancora ammiri le cose terrene, quando niente è importante contemplare quanto l’anima.

Dante Alighieri- Inferno. Canto I – Le tre fiere (vv. 31-60)

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Parafrasi

Ed ecco, quasi all’inizio della salita,

una lonza (bestia simile ad un leopardo) agile e veloce,

coperta di pelo macchiato; (allegoria della lussuria)

e non si allontanava davanti al viso,

anzi impediva tanto il mio cammino,

che più volte mi rivolsi per tornare indietro.

Era la prima ora del mattino,

e il sole saliva su insieme a quelle stelle

che si trovavano con lui (il sole) quando Dio

mosse per la prima volta gli astri del cielo (al momento della creazione);

in modo tale che mi era motivo di ben sperare

riguardo il pericolo di quella fiera dalla pelle leggiadra (piacevole a vedersi)

l’ora del giorno e la dolcezza della stagione;

ma non al punto che non mi desse paura

l’apparizione della vista di un leone (la superbia).

Questa sembrava che venisse contro di me

con la testa alta e con la volontà di nuocere,

in modo tale che sembrava l’aria ne tremasse.

Ed una lupa, che di tutte le voglie

sembrava carica nella sua magrezza,

e molte persone fece già vivere afflitte, (l’avarizia)

questa mi provocò tanta angoscia

con la paura che si sprigionò dal suo aspetto

che io perdei la speranza di raggiungere la sommità del colle.

E come colui che accumula volentieri (come l’avaro o il giocatore),

e arriva il momento che gli fa perdere tutto,

che in tutti i suoi pensieri si addolora profondamente;

allo stesso modo mi fece diventare la bestia insaziabile,

che, venendomi incontro lentamente,

mi sospingeva dove il sole non arriva (nella selva).

Piccolo commento

Dante comincia l’ascesa al colle quando, quasi all’inizio della salita incontra le tre bestie feroci, allegorie di tre peccati capitali: la lussuria, la superbia e l’avarizia.

Le tre fiere ostacolano la conversione dell’uomo singolo e distruggono i fondamenti dell’ordine politico e morale della società. L’allegoria della lupa è da intendersi in senso ampio, come cupidigia che secondo Dante rappresentava la causa più profonda della corruzione della società. Infatti il personaggio Dante è ostacolato dalle prime due bestie ma solo la terza lo costringe a scendere di nuovo verso la selva oscura.

Dante Alighieri- Inferno. Canto I -Il colle illuminato dal sole (vv. 13-30)

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Parafrasi

Ma dopo che arrivai ai piedi di un colle (rappresenta la vita virtuosa),

là dove terminava quella valle (la selva)

che mi aveva trafitto il cuore di paura,

guardai verso l’alto e vidi i suoi pendii

inondati già dai raggi del pianeta (il sole, allegoria della Grazia divina)

che guida sempre l’uomo per la retta via.

Allora la paura fu un po’ acquetata

che nella cavità interna del cuore mi era perdurata

la notte che trascorsi con tanta angoscia.

E come colui che con respiro affannoso

uscito fuori dal mare (dove stava affogando) e sulla riva

si volta verso l’acqua pericolosa e guarda con intensità,

così il mio animo, che ancora rifuggiva (dal pensiero della selva oscura),

si rivolge ancora indietro a contemplare ancora il passaggio (la selva)

che non lasciò mai una persona viva. (perché passaggio dalla vita alla morte dell’anima).

Dopo che ebbi fatto riposare un po’ il corpo stanco,

ripresi il cammino per il pendio deserto (tra la valle e il colle),

in modo tale che il piede fermo era sempre il più basso (perché sta salendo)

Piccolo commento

Dante, profondamente turbato dal pericolo mortale che lo sovrasta, si rasserena alla vista del monte illuminato dai raggi del sole, allegoria della Grazia divina che mostra e indirizza verso la vita virtuosa. Il sole è chiamato pianeta perché il poeta riprende la cosmologia tolemaica secondo cui la Terra è al centro dell’universo con gli altri pianeti che le girano intorno.

Ripresosi dalla paura per lo scampato pericolo ed essersi riposato un po’, Dante riprende il cammino cercando di salire sul monte della vita virtuosa, l’unica che può donare la felicità terrena.

Il viaggio- Mont Saint-Michel

Viaggiare significa allontanarsi dalla tediosa, ma spesso anche rassicurante, quotidianità ed esplorare posti nuovi, che possono essere incontaminati luoghi naturali ma anche affollate metropoli dove svettano imponenti grattacieli, capolavori dell’architettura moderna.

Nella nostra cultura, il viaggio per antonomasia è quello di Ulisse che, dopo la conquista di Troia, non torna a casa come gli altri principi greci, ma intraprende un itinerario di conoscenza, anche interiore, che lo porterà a stare lontano dalla sua terra per altri dieci anni.

Il suo viaggio non è una fuga dalle responsabilità o un desiderio di allontanarsi dalla sua isola natia, ma una profonda esigenza interiore di conoscere nuovi lembi di terra che sempre convive con la struggente nostalgia per la sua Itaca.

Successivamente viaggiare è stato spesso funzionale a qualche altra esigenza, come quella nel corso del Medioevo del pellegrinaggio, oppure il gran tour settecentesco che i colti aristocratici facevano per visitare le vestigia del passato, soprattutto in Italia dove le vestigia non sono mai mancate.

Forse solo con Vittorio Alfieri si riscopre il viaggio come insopprimibile bisogno interiore e il suo “forte sentire” lo possiamo comprendere bene nella sua autobiografia “La vita scritta da esso”, opera molto fruibile anche per i lettori contemporanei, nonostante il linguaggio settecentesco.

Al giorno d’oggi è difficile trovare qualcuno che non abbia esperienze di viaggi, ma ognuno le vive in maniera diversa, a secondo della sua sensibilità e al proprio vissuto.

Ora vi parlerò di una delle mie esperienze più significative, quella della visita in Normandia di Mont Saint-Michael, un luogo che galleggia tra mito e realtà.

Di primo mattino, dopo aver solcato chilometri e chilometri di suolo normanno, giunsi nei pressi dell’isolotto di Mont Saint-Michel, meta della mia escursione di quel giorno. La sua forma conica che spuntava dal mare scintillante mi era già apparsa molto tempo prima che arrivassi a destinazione e, pur da così lontano, mi procurò un’emozione intensa, come di qualcosa vagheggiato a lungo e che finalmente appare allo sguardo.

Lasciata l’auto, mi incamminai lungo la passerella che da pochi anni collega l’isolotto alla terra ferma. Per molto tempo, al suo posto c’era stata una brutta strada costruita su un terrapieno che impediva all’acqua di passare da una parte all’altra, provocando l’accumulo di sabbia che avrebbe provocato presto, in mancanza di un intervento, la perdita della caratteristica tipica dell’isola.

Intorno l’alta marea riempiva tutti gli spazi che gli erano consueti e dal mare veniva un vento sostenuto che sferzava il viso e la pelle delle braccia, che erano scoperte.

A mano a mano che procedevo, lo sguardo era sempre rivolto alla rocciosa collina sormontata dall’abbazia che, imponente, si approssimava sempre di più.

Entrai dalla porta della cittadina e mi ritrovai su una stradina affollatissima di turisti che si arrampicava, avvolgendo il colle, verso il punto più in alto. Ma né la presenza straripante di persone, né quella fitta di negozi di souvenir e posti dove mangiare, riuscivano a scalfire la magia di quell’ascesa che sembrava avere qualcosa di mistico.

Ogni tanto mi allontanavo dalla strada e mi affacciavo sul mare che circondava completamente l’isolotto, in attesa di piccoli segnali che avvertivano di cambiamenti in corso.

Dopo aver contemplato il cielo e l’increspata distesa marina, guardando verso terra, cominciai a scorgere i primi segni di una secca che anticipavano il ritiro delle acque.

Continuai a salire fino a che non giunsi fino all’ingresso dell’abbazia di San Michele e, dopo aver dato un’ultima occhiata all’esterno, mi immersi nei grandi saloni dominati dalle possenti colonne romaniche e immaginai la vita che conducevano i monaci, lontano dai tumulti del mondo esterno, avvolti nel rassicurante abbraccio del silenzio.

L’isola nel corso della storia non era stata mai conquistata da chi veniva dal mare, proprio perché protetta dalla marea che si ritirava e avanzava così velocemente che era impossibile avvicinarla da navi nemiche.

Quando mi ritrovai all’aria aperta, fui sorpresa di scorgere ampie distese di secca nella zona più vicina alla costa. La marea si ritirava rapidamente e, dopo aver pranzato, mi resi conto che anche verso l’esterno, la pianura d’acqua aveva lasciato il posto ad una superficie limacciosa dove pesci poco accorti venivano cacciati facilmente dai gabbiani.

Oltre Mont Saint-Michel, sorgeva l’isolotto di Tombelaine che, quando la secca raggiungeva la sua massima espansione, poteva essere raggiunta a piedi, camminando a piedi nudi sulla distesa di fango.

Si racconta che talvolta in passato i pescatori, che si erano attardati nelle zone fangose, erano stati sorpresi dal ritorno della marea che saliva, così si diceva, al ritmo di cavalli al galoppo. Pare inoltre che siano presenti ancora oggi delle sabbie mobili e la gente del luogo sconsiglia di avventurarsi da soli, ma di andare sempre con una guida.

Nonostante queste raccomandazioni, erano diverse le persone che si erano incamminate verso l’isolotto di Tombelaine e anch’io, una volta scesa in basso, mi tolsi le scarpe, mi tirai su i pantaloni e cominciai ad avanzare verso il largo. Ma l’acqua, che cominciava da lontano a tornare sui suoi passi, mi indusse a tornare indietro dopo poche decine di metri dalla partenza.

Nel giro di poche ore tutta la baia sarebbe stata di nuovo coperta dal mare.

Come accadeva tutti i giorni. Da sempre.