Dante Alighieri- Inferno. Canto I – La selva oscura (vv. 1-12)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Parafrasi

A metà del cammino della nostra vita (circa 35 anni)

mi ritrovai in una selva oscura

poiché la diritta via (che conduce alla virtù) era smarrita.

Ah, quanto è arduo dire com’era

questa selva selvaggia aspra e difficile

che solo a ripensarvi rinnova la paura!

Tanto è piena di tormento che poco più angosciosa è la morte;

ma per trattare del bene che vi trovai (il soccorso del cielo tramite Virgilio)

dirò prima delle altre cose che vi ho visto (le tre fiere).

Non so ridire bene come vi entrai,

tanto ero pieno di sonno (dell’anima, offuscata dal peccato) a quel punto

che la vera via abbandonai.

Piccolo commento

Il viaggio di Dante si svolge nella settimana santa dell’anno 1300. Il poeta, smarrita la retta via, si ritrova in una selva oscura. La selva è simbolo di una condizione di traviamento morale e intellettuale nel protagonista e, più in generale, della corruzione della civiltà cristiana.

Il punto del verso 11 si riferisce al periodo dopo la morte di Beatrice quando al poeta venne a mancare il soccorso delle donna amata che lo indirizzava sulla retta via. Persa la sua guida, Dante rivolge i suoi passi per via non vera e persegue immagini del bene fasulle.

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Due poesie di Quasimodo

SALVATORE QUASIMODO- Antico inverno

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Italo Calvino- “Perché leggere i classici”

Perché leggere i classici” è una raccolta di saggi su grandi autori del passato e del presente pubblicata postuma nel 1991.

Questo testo contiene 36 scritti, principalmente risalenti agli anni Settanta e Ottanta su vari autori, da Omero a Queneau, che sono stati importanti per Calvino.

Nel saggio che dà il nome alla raccolta l’autore prova a dare varie definizioni di che cosa sia un classico. Ne riporto alcune.

La prima è abbastanza ovvia ma fondamentale:

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati”

Calvino sostiene che le letture giovanili possono essere poco proficue per impazienza e inesperienza della vita. Ma allo stesso tempo, possono essere formative nel senso che danno forma ad un’esperienza futura, fornendo modelli, termini di paragone e scale di valore.

Rileggendo il libro in età matura, può accadere di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte di meccanismi interiori consolidati.

Per questo motivo, afferma Calvino, ci dovrebbe essere un tempo nella vita dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi, noi siamo certamente cambiati, e l’incontro sarà un avvenimento completamente nuovo.

Quindi:

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”

e, inoltre,

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

Un classico porta dietro di sé anche le tracce che hanno lasciato nelle culture che hanno attraversato. Così, se leggo l’Odissea, non posso dimenticare tutto ciò che questo testo ha significato nel corso dei secoli e non posso non chiedermi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni che si sono accumulate nel tempo.

Per questo motivo è fondamentale la lettura diretta dei testi originali, evitando critica, commenti e interpretazioni.

La scuola dovrebbe veicolare il messaggio che nessun libro che parla di un libro dice più del libro stesso. Invece fa di tutto per far credere il contrario.

Quindi:

Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”

Non dobbiamo leggere un classico per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Se la scintilla non scocca, non c’è niente da fare.

Tranne che a scuola. La scuola deve farti conoscere un certo numero di classici tra i quali ognuno potrà riconoscere i suoi classici. Deve darti degli strumenti per scegliere. Ma le scelte che contano davvero sono quelle che avvengono fuori dalla scuola.

Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”

Importante è anche avere ben presente da dove stai leggendo un classico. L’attualità può essere banale e mortificante ma è un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Bisogna quindi alternare ai classici le letture d’attualità.

Da questo si deduce che:

E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”

Calvino conclude il saggio affermando che ognuno dovrebbe inventarsi una biblioteca ideale dei propri classici: la metà dovrebbe comprendere libri che abbiamo letto e siano stati importanti per noi; l’altra metà da libri che ci proponiamo di leggere e pensiamo possano contare. Lasciando qualche posto vuoto per le scoperte occasionali e le sorprese.

Sono molti gli articoli e i saggi di notevole importanza contenuti in questa raccolta che consiglio a tutti di leggere. Calvino spazia da Ovidio a Gadda, da Senofonte a Borges, dall’Ariosto a Pasternak.

Per ragioni di spazio qui mi concentrerò sull’Odissea.

All’inizio del poema, la Telemachia è la ricerca d’un racconto che ancora non c’è. Ulisse non è ancora tornato e Telemaco parte alla ricerca di notizie del padre ( e del racconto) andando presso i veterani della guerra di Troia. Se troverà il racconto, Itaca uscirà dall’informe situazione senza tempo e senza legge in cui si trova da tanti anni.

Dopo aver ascoltato tante storie che non servono al suo scopo, Telemaco incontra Menelao che gli narra una fantastica avventura. Egli è riuscito a catturare il “vecchio del mare”, Proteo, e lo costringe a raccontargli il passato e il futuro.

Proteo conosceva sicuramente tutta l’Odissea; comincia a raccontare le vicende di Ulisse dallo stesso punto in cui attacca Omero, con l’eroe che si trova da Calipso.

Si interrompe e a questo punto Omero gli dà il cambio e seguita il racconto.

Quindi questo ritorno-racconto esiste prima di essere compiuto, preesiste alla propria attuazione. Ma il ritorno deve esser pensato e ricordato, altrimenti può essere smarrito prima che sia avvenuto.

Ulisse-Omero raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo e grande che sia, è sempre l’Odissea.

Giorgio Caproni

Maggio

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all'odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall'osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall'erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

Versi quasi ecologici

Non uccidete il mare, 
la libellula, il vento. 
Non soffocate il lamento 
(il canto!) del lamantino. 
Il galagone, il pino: 
anche di questo è fatto 
l’uomo. E chi per profitto vile 
fulmina un pesce, un fiume, 
non fatelo cavaliere 
del lavoro. L’amore finisce dove finisce l’erba 
e l’acqua muore. Dove 
sparendo la foresta 
e l’aria verde, chi resta 
sospira nel sempre più vasto 
paese guasto: Come 
potrebbe tornare a essere bella, 
scomparso l’uomo, la terra»


I “colleghi accoglienti”

Soprattutto all’inizio della sua carriera, è probabile che l’aspirante insegnante si trovi a vagare per diverse scuole. La durata di tali esperienze può variare da alcune settimane all’agognata supplenza annuale che coprirà tutto l’anno scolastico fino al 30 giugno.

Nei primi tempi può capitare al giovane docente di sperimentare differenti tipi di istituto, che potranno spaziare dalla scuola di periferia della città alla piccola realtà del paese abbarbicato su una verdeggiante collina.

Molto vario sarà anche il materiale umano che incrocerà in queste escursioni per la provincia prescelta, dove si aggirerà senza posa, chiamato ora da una parte ora dall’altra.

Ci saranno colleghi molto disponibili e pronti ad aiutare il poco esperto nuovo venuto, indicandogli, con dovizia di particolari, come muoversi sia a livello burocratico che didattico, senza risparmiare veri e propri consigli sul modo di approcciare gli alunni.

Altri docenti invece penseranno che il supplente rimarrà troppo poco per prestargli veramente attenzione e si limiteranno a rispondere al saluto, oppure riterranno che si possa anche evitare di farlo se la situazione glielo consente. Quando il malcapitato proverà a chiedere loro aiuto, il docente indifferente risponderà mormorando qualcosa come: “Non so”, “Sono di un’altra materia” o, se sarà in giornata positiva, “Prova a chiedere a…”.

Se al povero supplente sembrerà di aver sperimentato la situazione peggiore entrando in contatto con la tipologia precedente, dovrà aggiornare la sua classifica quando incontrerà l’insegnante iracondo, il quale non farà altro che alzare la voce, ora con i ragazzi inadempienti ora con i colleghi, dal suo punto di vista, inadeguati.

Il neo arrivato quasi sicuramente sarà inserito in quest’ultima categoria, e subirà le angherie del collega iracondo che probabilmente lo riprenderà anche senza un giustificato motivo. Un esempio classico è quello di andare a gridare frasi di fuoco ai ragazzi che il supplente sta portando magari a mensa perché stanno sommessamente parlando tra di loro, non curandosi dei propri alunni che forse stanno facendo anche peggio.

Ma il caso più subdolo e insidioso che possa capitare è sicuramente quello della docente ultra sorridente (in genere è una donna) che accoglierà il nuovo arrivato sfoggiando un largo e prolungato sorriso che con il tempo andrà inevitabilmente a svanire, lasciando il posto ad un atteggiamento molto meno benevolo e accogliente.

Montale e il male di vivere

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

La gita scolastica

Un momento molto importante della formazione per i ragazzi è rappresentato dal viaggio di istruzione. Per i docenti lo scopo principale invece è tornare a casa vivi, possibilmente riportando indietro tutti i partecipanti.

La gita in genere si svolge così. I genitori portano i loro pargoletti la mattina presto nel luogo concordato per la partenza, li raccomandano agli insegnanti, li salutano affettuosamente magari con una stretta al cuore e poi se ne vanno pensando già a quando chiamarli per sentire dove sono, cosa fanno, se hanno mangiato, ecc.

Quando siamo riusciti a mettere a sedere tutti i gitanti, aver fatto l’appello e impartito le raccomandazioni del caso (come quella di non alzarsi in piedi durante il tragitto), si parte. Ben presto si leva un brusio che piano piano aumenta sempre di più e dopo poco cominci ad avvertire i primi segnali del mal di testa che ti accompagnerà tutta la giornata.

Dopo nemmeno un’ora, qualcuno comincia a chiedere dove siamo; dopo cinque minuti un altro vuole sapere quando arriviamo; dopo altri dieci minuti qualcun altro chiede quando ci fermiamo perché comincia ad avere bisogno del bagno e così via per tutto il viaggio. Se per caso il pullman deve percorrere una strada con curve o addirittura salire verso la montagna è praticamente sicuro che qualcuno si sentirà male e, per uno strano effetto contagio, anche altri lo seguiranno mentre tu ti aggirerai distribuendo sacchetti di plastica nel caso a qualcuno venga da vomitare.

Durante la sosta alla stazione di servizio raccomanderai a tutti di andare in bagno perché dopo per un po’ non ci fermeremo, ma ci sarà sempre qualcuno che non lo farà dicendo che non gli scappava, salvo poi averne bisogno dopo un quarto d’ora che saremo ripartiti. Al bar si avventeranno su qualunque forma commestibile, soprattutto schifezze di tutti i tipi, almeno che non siano state vietate preventivamente; ma, anche in questo caso, qualcuno non riuscirà comunque a resistere davanti a lecca-lecca, bevande dai colori improbabili, caramelle e dolciumi vari. Del resto, controllarli in modo adeguato quando si sparpagliano è veramente impossibile.

Dopo aver visto la città o comunque quel che era lo scopo del viaggio, l’allegra comitiva si rimetterà sulla strada di casa e più o meno si ripeteranno gli avvenimenti dell’andata. Quando ci avvicineremo al luogo dove ci aspettano i genitori, raccomanderemo a tutti di chiamare, in genere indicando un orario di almeno dieci minuti prima rispetto a quello reale, in modo da poterli riconsegnare tutti senza aspettare ore.

Finalmente arriveremo al punto di arrivo e saluteremo tutti, controllando che tutti i ragazzi abbiano ritrovato i propri familiari. In genere la restituzione avviene senza problemi ma ogni tanto c’è qualche genitore che arriverà anche molto in ritardo o perché il vispo figlio non l’aveva avvertiti, nonostante le numerose sollecitazioni, oppure perché avevano da fare e non potevano venire prima. Così può capitare che dopo 12 ore di gita, non sarà possibile per gli accompagnatori tornare a casa perché dovranno aspettare il padre o la madre di qualche fanciullo che in alcuni casi sarà necessario anche tranquillizzare perché non si spiegherà il ritardo dei genitori.