Estratti dal libro

Buongiorno a tutti!

Visto che siamo ormai sotto Natale, volevo mettere a disposizione qualche estratto del mio libro dove raccolgo le mie esperienze sul mondo della scuola. Così vi potete fare un’idea sullo stile di scrittura che ho adottato.

Estratto uno

Il ricevimento generale

Un momento topico dell’anno scolastico è il ricevimento generale dei genitori che si tiene in genere due volte l’anno in pomeriggi prestabiliti di dicembre e aprile.

 Chi non riesce per vari motivi a venire ai ricevimenti mattutini, si raccoglie davanti alla scuola almeno mezz’ora prima dell’orario prefissato, formando una calca sempre crescente. Guadagnare le prime posizioni è importante in quanto, quando verranno aperte le porte, chi si troverà più vicino all’ingresso, potrà entrare per primo e, cercando di orientarsi il più velocemente possibile tra i corridoi e le aule, potrà apporre il suo nome prima degli altri sulle liste dei singoli docenti.

Quando sarà scoccata l’ora X, la custode preposta andrà ad aprire le porte della scuola alla folla vociante e intrepida, facendo subito un balzo di lato per evitare di essere travolta dallo sciamare dei genitori che si lanceranno dentro quasi correndo.

In alcune scuole, certi genitori si organizzano in maniera più astuta, suddividendosi i compiti. Così ognuno di loro va alla conquista della lista di un insegnante diverso e, oltre al suo nome, scrive anche quello di altri genitori che in quel momento stanno operando su altri fronti, ricambiando il favore.

In questo modo, quelli che non conquistano le prime posizioni o, peggio, sono arrivati alcuni minuti in ritardo, finiscono in fondo alla lista e rischiano di dover aspettare diverse ore prima di essere ricevuti oppure saranno costretti a rinunciare. Per fortuna alcuni presidi vietano questa pratica da far west e nella circolare che informa sul ricevimento generale viene chiaramente menzionato il divieto di scrivere altri nomi oltre al proprio sulle liste di prenotazione.

La folla assediante è anche molto attenta a chi entra nella scuola quando ancora non sono aperte le porte. Se vedono arrivare un insegnante che non conoscono e che si dirige verso l’ingresso, costui viene seguito da una miriade di sguardi sospettosi, temendo che qualche genitore non stia rispettando l’ordine di arrivo. Alcuni cominciano a consultarsi a voce bassa, chiedendosi se conoscono quella persona misteriosa e se abbia il titolo per introdursi nell’edificio scolastico. Se non si trova la risposta, qualche mamma più intrepida intercetta il sospettato prima che sia troppo tardi e gli chiede se è un docente. Ricevuta la risposta positiva, tutti si tranquillizzano e riprendono l’attesa.”

Estratto due

I corsisti

Anche tra i corsisti la fauna era piuttosto variegata. La maggioranza della popolazione era ovviamente femminile ma si potevano trovare anche alcuni esemplari di sesso maschile. Tra questi c’era Carmine, corpulento ragazzo campano, che amava parlare più delle ricette che preparava in cucina che degli argomenti delle lezioni che probabilmente percepiva come noiosi e a tratti fastidiosi. Un giorno in fondo alla grande aula dove si tenevano le lezioni più affollate comparve una signora piuttosto corpulenta la quale, seduta placidamente davanti una cattedra che vi era posizionata, stava consultando delle riviste di gossip e moda. Era la madre di Carmine che era venuta a trovarlo e, non sapendo cosa fare nel pomeriggio, lo aveva accompagnato a lezione. Ogni tanto alzava gli occhi e provava ad ascoltare quello che veniva detto dai docenti ma subito tornava a più piacevoli occupazioni.

Poi c’era Pina Pineta, che si era laureata in qualche misteriosa università privata del meridione, e ogni volta si stupiva dell’insormontabile difficoltà degli argomenti trattati. Dopo l’esame di Geografia si era molto lamentata delle ostiche domande che le avevano posto su un argomento, a suo dire, difficilissimo, di cui non aveva mai sentito parlare: la Guerra Fredda. Inutile dire che non riuscì a superare il primo anno.

 Ovviamente non erano tutti privi di competenze e disinteressati. Era presente una piccola percentuale di giovani donne sempre chine sull’immancabile portatile che si impegnavano al massimo e talvolta intervenivano per condividere il loro punto di vista. Qualcuna di queste le ho viste più di una volta avventarsi sul professor Urtis appena prima di cominciare le sue magniloquenti lezioni o subito dopo averle terminate. Alcune addirittura si precipitavano a sistemargli il microfono prima che iniziasse a parlare.

Il libro

Titolo: Le meravigliose avventure di un’insegnante precaria

Autore: Anna Maria Arvia

Genere: umoristico/ autobiografico/romanzo di formazione

Casa editrice: self publishing (su piattaforma StreetLib)

Data pubblicazione: 18/07/2018

Pagine:155 (versione ebook)

Prezzo attuale: 1,99 euro

Sintesi del libro:

L’autrice ripercorre, con un tono semiserio, il suo percorso personale che la ha portato dalla laurea in Lettere al raggiungimento dell’agognato ruolo.

Il libro parte dallo smarrimento seguito al conseguimento della laurea, affronta il surreale biennio della scuola di specializzazione che la porterà alle prime chiamate per le supplenze nei luoghi più disparati della provincia.

Nel corso della narrazione, l’autrice mette in evidenza il suo processo di formazione, attraverso le più diverse esperienze tra situazioni difficili e bizzarre, barcamenandosi tra colleghi, genitori e alunni di ogni tipo.

Largo spazio è dato anche ai rapporti umani che si vengono a formare, soprattutto con i ragazzi disabili. Con tutti gli alunni, ma con loro in particolare, è impensabile avere un rapporto di mera trasmissione di nozioni o di regole educative. .

Solo così sarà possibile creare un rapporto di reciproca fiducia ed educare davvero.

E’ un testo che permette di calarsi nel mondo della scuola, facendo emergerne le varie problematiche che ogni giorno, dalla sua trincea, un insegnante deve affrontare.

Dove trovare il libro:

https://www.ibs.it/meravigliose-avventure-di-insegnante-precaria…/9788828359197


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Gianrico Carofiglio- “La manomissione delle parole”

La manomissione delle parole” è un saggio sul linguaggio e sul potere che ha di raccontare storie e di produrre cambiamenti nella realtà.

Il linguaggio è uno strumento importantissimo che va utilizzato con grande cura e consapevolezza se vogliamo esplorare il mondo in tutte le sue sfaccettature e a diversi livelli di profondità.

Ognuno di noi, quando parla o scrive, dai messaggi sui social alla stesura di un articolo per un giornale, dovrebbe sentirsi responsabile di come usa le parole. Mentre al giorno d’oggi, si tende a riflettere poco, spinti più dall’onda emotiva del momento o dal bisogno di far presto, arrivare prima degli altri, utilizzando più gli slogan che discorsi argomentati.

In questo libro del 2013, l’ex magistrato, ormai scrittore affermato, ci guida con un’indagine rigorosa a riflettere su questa tematica,concedendosi anche sconfinamenti letterari e filosofici che vanno da Aristotele a Don Milani.

Carofiglio parte dalla considerazione che le parole sono spesso prive di significato perché svuotate da un uso eccessivo e inconsapevole.Per questo è necessario restituire loro senso e consistenza.
Con manomissione non intende solo un’operazione di rottura e ricostruzione, ma si rifà anche al significato che aveva nel diritto romano dove indicava la cerimonia in cui uno schiavo veniva liberato,riferendosi allo svincolamento delle parole dalle convenzioni verbali e dai non significati.
L’autore in questo libro riprende molti studiosi che si sono occupati della lingua e cita scritti di autori dall’antichità ai giorni d’oggi.

All’inizio del testo si occupa soprattutto delle parole asservite all’esercizio del potere, mettendo in rilievo come i totalitarismi abbiano ridotto all’osso il lessico da utilizzare perché, come afferma Zagrebelsky,“il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia”.
Nei tempi attuali, oltre ad un impoverimento del lessico, assistiamo alla progressiva perdita di aderenza delle parole ai concetti e alle cose.

Questo può avere conseguenze nefaste perché bisogna sempre considerare che le parole sono atti, il cui uso genera effetti e dovrebbe implicare responsabilità. E oltre alla sciatteria e alla banalizzazione, ci può essere un fenomeno ben più inquietante: l’occupazione della lingua e la sua manipolazione da parte dell’ideologia dominante.

Nel romanzo “1984” di Orwell, il regime di Oceania non si limita ad alterare la verità della storia, ma crea la Neolingua che ha lo scopo di alterare il linguaggio con cui l’individuo esprime il suo pensiero.

La Neolingua diminuiva la possibilità di pensiero, riducendo al minimo la scelta delle parole e sopprimendo quelle considerate non essenziali.

Infatti, l’abbondanza delle parole e la molteplicità di significato sono strumenti di pensiero; allo stesso tempo, la ricchezza del pensiero esige ricchezza del linguaggio.

Il progressivo contrarsi del linguaggio, in Oceania e in altri luoghi meno immaginari, ha per effetto prima l’impoverimento, poi una vera e propria inibizione del pensiero.
Per contrastare questi fenomeni, che sono tornati attuali, occorre ricominciare ad utilizzare, nella comunicazione, un linguaggio consapevole ma semplice
. L’oscurità delle parole, come afferma Calvino, è profondamente antidemocratica e bisogna sforzarsi di essere chiari, usando parole concrete.
Come eccellenza linguistica Carofiglio cita la Costituzione italiana perché è un testo piano, diretto e lineare, articolato in frasi che non superano le venticinque parole.

Queste due caratteristiche, uso del lessico di base e brevità dei periodi, rendono un testo condivisibile dai destinatari che sono i cittadini. Ovviamente semplice non significa banale. Il rigore è un’altra caratteristica fondamentale.
“La manomissione delle parole” è molto ricco di contenuti e fornisce numerosi spunti di riflessione, sulla lingua ma anche sul modo in cui viene utilizzata al giorno d’oggi, con un invito a tenere alta la guardia e a non rinunciare alle nostre capacità critiche nei confronti della società in cui viviamo.

Un libro che consiglio a tutti coloro che riflettono sul linguaggio e si interrogano sul suo significato.

“Il primo viaggio”

Eravamo ormai quasi a fine luglio e il caldo si era fatto opprimente. Marco aveva sostenuto l’ultimo esame prima delle vacanze estive e ora, con un misto di ansia e eccitazione, aspettava il momento di partire per il suo primo viaggio all’estero.

Con i suoi genitori non si era mai allontanato troppo da casa, a parte qualche incursione nel paese nativo dei suoi per andare a trovare nonni e zii. Il padre lavorava molto e, quando finalmente riusciva a raggiungere le sospirate ferie, preferiva starsene a casa a rilassarsi e a godersi la tranquillità della casa di campagna dove viveva.

Quando era bambino, anche Marco apprezzava gli spazi aperti della natura che si aprivano intorno alla sua abitazione. Poteva girare in bicicletta in lungo e in largo, passeggiare lungo il fiume, costruire, insieme ai cugini, carretti, zattere e ponti di canne che adagiavano sulle rive del corso d’acqua.

Da piccolo, vivere in campagna può essere pieno di opportunità ma, quando cominci a crescere, e vorresti allargare i tuoi orizzonti e le tue conoscenze, non è più così piacevole e in certi momenti ti senti come in una prigione da cui vorresti evadere.

Marco era un ragazzo piuttosto silenzioso e non aveva mai avuto molti amici ma, approdato all’università, era riuscito ad inserirsi in un gruppo che organizzava qualche uscita e, finalmente, qualche viaggio che lo portasse lontano dai luoghi e dalle occupazioni della quotidianità.

Quell’estate la meta prescelta era stata la Scozia. Aveva visto foto bellissime sui paesaggi e i castelli scozzesi e, quando qualcuno degli amici aveva proposto questa destinazione, aveva aderito con entusiasmo.

Ora l’attesa era finita e, dopo un viaggio in aereo di qualche ora, atterrarono all’aeroporto di Londra; da qui avrebbero proseguito in autobus fino ad Edimburgo.

Viaggiarono di notte, quasi senza riuscire a dormire e, scesi dal pullman, percepirono subito l’aria frizzante del paese nordico che li fece rabbrividire. Ma l’entusiasmo prese rapidamente il sopravvento e, dopo aver indossato qualcosa di più caldo, cominciarono ad aggirarsi per la città, cullati dal suono delle cornamuse che riecheggiava praticamente ovunque, percorrendo strade dove si affacciavano edifici storici.

Edimburgo gli piaceva molto ma sentiva che l’anima più profonda della Scozia era altrove e cominciò a desiderare di iniziare il tour che lo avrebbe portato in luoghi remoti e quasi disabitati.

Dopo alcuni giorni andarono a ritirare la macchina a noleggio che avevano prenotato e, dopo alcune difficoltà legate alla guida a destra, cominciarono l’itinerario che avevano progettato a tavolino, quando si erano trovati per organizzare il viaggio.

Trascorsero solo poche decine di minuti prima che si aprissero davanti a loro paesaggi sconfinati dove castelli che si specchiavano sui laghi si alternavano a colline verdeggianti. Sopra di loro, le nuvole, mosse dal vento che non si arrestava quasi mai, mettevano in scena uno spettacolo di luci e ombre che si riverberava sulla terra e sulle acque sottostanti creando sempre nuove sfumature e combinazioni di colori.

Marco era incantato da questo caleidoscopio naturale e sentiva che quella terra si accordava al suo animo un po’ malinconico ma, allo stesso tempo, voglioso di immergersi nella vita e di viverla intensamente. Era come se si fosse liberato da un suo modo di essere che ormai da qualche anno gli stava un po’ stretto, fatto di troppe esitazioni e permeato dalla storica timidezza; solo ora sentiva che poteva cominciare a cogliere i frutti che la vita gli avrebbe riservato.

Tutto quel viaggio rimase impresso nella mente di Marco per lungo tempo ma ci furono alcuni momenti che furono scolpiti in modo indelebile dentro di lui.

Il primo fu la ricerca, nelle propaggini più settentrionali della Scozia, dove si poteva guidare per ore senza trovare tracce di esseri umani, di un castello costruito a picco su una scogliera.

Quando scesero dalla macchina cominciarono a dirigersi verso la costa, addentrandosi in una nebbia che diventava sempre più fitta. Camminarono  per almeno mezz’ora, cambiando più volte direzione, non avendo punti di riferimento concreti; ma ad un certo punto avvertirono il suono del mare che, a mano a mano che si avvicinavano, si faceva sempre più intenso per il ritmico impatto con la scogliera.

Guardando con attenzione, cominciarono a scorgere i tratti di una costruzione che sembrava emergere dal nulla: erano i resti del castello che stavano cercando. Si aggirarono per un po’ di tempo tra le stanze e i muri in rovina, immersi nella nebbia lattiginosa, quasi intontiti dal rumore assordante delle onde.

Poi tornarono sui loro passi e Marco si girò più volte a rimirare i contorni  del castello che diventavano sempre più tenui fino a scomparire.

L’altro momento significativo fu ad Oban, sulla costa occidentale, quasi alla fine del viaggio. Erano giunti in questo paese di pescatori dopo la spettacolare incursione sull’isola di Sky, dove cielo e acque sembravano confondersi, rispecchiandosi reciprocamente.

La sera uscirono sotto la tipica pioggerellina britannica, così lieve che sembrava rimanere a mezz’aria. Entrarono dentro un locale e socializzarono con la gente del luogo che anche in quell’occasione si mostrò allegra e ospitale.

La mattina, dopo la colazione e in attesa di rimettersi in marcia per l’ultima tappa, Marco si sedette davanti alle grandi vetrate che davano direttamente sul mare, contemplando l’azzurra immensità, e pensò che non avrebbe mai voluto andarsene da lì.

Ma sapeva che fuori la vita lo stava aspettando.

Calvino- “Lezione americane. Sei proposte per il prossimo millennio”


Lezioni americane” è un libro basato su una serie di lezioni che Calvino doveva tenere per l’Università americana di Harvard nel 1985. La morte prematura dello scrittore non rese possibile lo svolgimento del ciclo ma, raccolte in volume, forniscono preziose informazioni sull’idea che Calvino aveva della letteratura e sull’importanza che ancora le attribuiva alle soglie del nuovo millennio.

Le lezioni previste erano sei:

  1. Leggerezza
  2. Rapidità
  3. Esattezza
  4. Visibilità
  5. Molteplicità
  6. Coerenza (solo progettata)

 All’inizio della prima, la Leggerezza, lo scrittore cerca di dare una definizione al suo lavoro,proponendo la seguente: “la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e del linguaggio”.

In questo modo mette subito in rilievo che considera la leggerezza un valore e non un difetto. Ripercorrendo la storia della letteratura, si può dire che due vocazioni opposte si contendono il campo attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sulle cose come una nube; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, la concretezza delle cose, delle sensazioni.

 Come esempio di leggerezza del linguaggio, tra gli altri cita Leopardi, il quale, a dispetto dell’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta alla finestra, la trasparenza dell’aria e soprattutto la luna.

 Appena si affaccia nei suoi versi, la luna ha sempre comunicato una sensazione di levità, di silenzioso e calmo incantesimo. E il miracolo di Leopardi, sottolinea Calvino, è stato quello di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare.

 La ricerca della leggerezza nel linguaggio, quindi, deve essere intesa come reazione al peso di vivere.

 Un altro valore a cui si rifà Calvino è quello della rapidità nella narrazione delle storie. A questo scopo fa riferimento alla tradizione popolare che risponde a criteri di funzionalità:“trascura i dettagli che non servono ma insiste sulle ripetizioni, per esempio quando una fiaba consiste in una serie di ostacoli da superare. Il piacere infantile d’ascoltare storie sta anche nell’attesa di ciò che si ripete: situazioni, frasi, formule.”

Anche nella prosa, come nelle canzoni e nella poesia, ci sono avvenimenti che rimano tra loro e danno vita al ritmo. Un buon ritmo tiene il lettore incollato alla pagina scritta.

Calvino racconta come fin dalla giovinezza abbia scelto come suo motto l’antica massima latina Festina lente, affrettati lentamente. Questa espressione condensa adeguatamente l’intensità e la costanza del lavoro intellettuale. Lo scrivere prosa, secondo Calvino, non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia: “in entrambi i casi è ricerca di un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile”

Nella terza conferenza Calvino voleva occuparsi dell’esattezza. Questo bisogno deriva da una sua ipersensibilità verso il linguaggio che gli sembra venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato. Ha l’impressione che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’uso della parola, che si manifesta come perdita di forza conoscitiva, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche eanonime.

Forse solo la letteratura può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

All’inizio dello scritto in cui tratta della visibilità, c’è una citazione dal Purgatorio della Divina Commedia, dove Dante dice “Poi piovve dentro a l’alta fantasia”.

Ci troviamo nel girone degli iracondi e Dante sta contemplando delle immagini che si formano direttamente nella sua mente e che rappresentano esempi classici e biblici di ira punita. Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè è dio che gliele manda.

L’alta fantasia, che rappresentala parte più elevata dell’immaginazione, crea visualizzazioni che rimangono scolpite nella memoria di chi legge.

 Calvino fa poi una considerazione sugli scrittori più vicini a noi i quali stabiliscono collegamenti con emittenti terrene, come l’inconscio individuale e collettivo, il tempo ritrovato delle sensazioni, le epifanie. Sono processi che,anche se non partono dal cielo, vanno oltre il nostro controllo, assumendo rispetto all’individuo una sorta di trascendenza.

 Calvino si sofferma su come nascono i suoi scritti: “nell’ideazione d’un racconto la prima cosa che mi viene in mente è un’immagine che per qualche ragione mi si presenta carica di significato (…).Appena l’immagine è diventata abbastanza netta nella mia mente, mi metto a sviluppare una storia, o meglio, sono le immagine stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé.”

Ma nello stesso tempo, conclude, la scrittura assume sempre più importanza: dal momento in cui comincia a mettere nero su bianco, è la parola scritta che conta.

Alla fine Calvino si chiede quale possa essere il futuro dell’immaginazione individuale in quella che chiamiamo la “civiltà dell’immagine”, in un’epoca in cui siamo bombardati da una quantità di immagini tale che non siamo più ingrado di distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto alla televisione.

Pensa ad una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore, permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, autosufficiente, icastica. La letteratura dovrebbe rappresentare: “lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto”

 Nella quinta conferenza Calvinodoveva trattare della molteplicità, introducendo il tema del romanzo contemporaneo come enciclopedia, metodo di conoscenza e come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo.

 Lo scrittore che sceglie per esemplificare questo concetto è Carlo Emilio Gadda il quale, per tutta la vita cercò di rappresentare il mondo come un garbuglio, un groviglio, senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità.

In ogni episodio dei romanzi di Gadda, ogni minimo oggetto è visto come il centro di una rete direlazioni che lo scrittore non sa trattenersi dal seguire, moltiplicando i dettagli all’infinito.

Anche Proust, come Musil e altri scrittori del Novecento, danno vita a romanzi smisurati a cui spesso non riescono a dare una conclusione. Ma, secondo Calvino, la letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche oltre ogni possibilità di realizzazione. “Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessuno altro osa immaginare la letteratura continuerà a vivere”.

Questa citazione, come gli appunti delle lezioni contenute in questo libro, la possiamo considerare come un vero e proprio testamento letterario di Calvino, che morirà di lì a poco.

 Le Lezioni americane sono un testo piuttosto impegnativo: si tratta di vere e proprie lezioni di letteratura. Ma se si ha la pazienza di leggerle con attenzione e calma, se ne possono ricavare molti spunti e riflessioni, oltre al piacere che deriva dal seguire lo scrittore italiano in un vero e proprio excursus nella letteratura di tutti i tempi.

Il refuso infestante

Una delle preoccupazioni maggiori dello scrittore autopubblicato è il proliferare, nella sua opera appena sbocciata, di molteplici e multiformi imperfezioni dovute a distrazioni, errori di battitura, e talvolta addirittura, Dio ce ne scampi, a errori ortografici.

Tali mostruose manifestazioni permangono anche dopo aver trascorso ore e ore nella lettura e rilettura del prezioso scritto per il semplice fatto che l’occhio dello scrivente non è mai abbastanza distaccato e, specialmente se pretendiamo di fare le nostre correzioni sul testo digitale, sarà sempre possibile, anzi probabile che qualcosa sfugga.

Sarebbe opportuno trovare un essere caritatevole disposto a sacrificarsi per la nostra causa e che si accolli l’onere di leggere il nostro “capolavoro” per scovare le imperfezioni che si celano tra le pieghe delle pagine scritte, ma raramente troviamo qualcuno che non fugga a gambe levata davanti a tale richiesta.

E purtroppo, nonostante tutti i nostri sforzi, talvolta i refusi superano di slancio il fossato della pubblicazione ed approdano nell’opera depositata nei maggiori book store, con il risultato di andare a deliziare i malcapitati lettori che coraggiosamente si sono presi la briga di acquistare e leggere il frutto del nostro ingegno.

Per fortuna, la maggior parte delle piattaforme di Self Publishing permettono di correggere il proprio manoscritto, anche dopo la pubblicazione, e mettere una toppa sui tanti errori scovati magari rileggendo, armati di penna rossa, il libro in versione cartacea.

Anche il mio scritto ha avuto un percorso simile e ora, ripulito (spero) adeguatamente lo potete trovare in una versione più presentabile. 

https://stores.streetlib.com/it/anna-maria-arvia/le-meravigliose-avventure-di-uninsegnante-precaria

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“La signora Rosa”

La signora Rosa viveva da sola in quella casa da almeno due anni. Nel corso della sua esistenza aveva sempre ricercato la pace e la tranquillità ma ora, quando tutti i rumori tacevano, talvolta il silenzio sembrava opprimerla come una cappa pesante.

Il marito era morto dopo una lunga malattia che si era presentata in punta di piedi ed era diventata sempre più pervasiva fino ad impossessarsi completamente di lui. E lei, mentre lo accudiva settimana dopo settimana, sapeva che un giorno sarebbe rimasta senza nessuno in quelle stanze dove ogni particolare era impregnato della loro vita degli ultimi cinquant’anni.

Ora non aveva più nessuno con cui condividere i suoi pensieri e le impressioni sul mondo. Certo, aveva ricominciato ad uscire, a frequentare gruppi di lettura e l’università per anziani; aveva anche conosciuto persone con cui si era trovata bene.

Non avvertiva più le giornate come enormi macigni che doveva portarsi sulle spalle e cercare di far trascorrere le ore senza venire travolta dalla disperazione che l’aveva posseduta i primi mesi, dopo il decesso del suo compagno di vita.

Ultimamente le cose erano andate meglio ma la sera, quando la luce del sole si affievoliva e si accendevano le anonime e quasi spettrali luci artificiali, la malinconia tornava a farle visita e qualche volta avvertiva un vuoto enorme, nutrito dalla paura per un futuro che avvertiva incerto. Chi la avrebbe aiutata ora che era da sola? Chi si sarebbe occupata di lei a mano a mano che diventava sempre più debole e vecchia?

Le persone che frequentava ultimamente erano compagni di attività a cui si dedicava con passione ma non aveva voluto approfondire troppo quelle conoscenze. Percepiva la sua vita votata alla solitudine e vi si era adagiata con indolenza, come se non concepisse di vivere davvero senza il suo Bruno.

Per dormire la notte, il medico le aveva prescritto delle pillole in modo da ridurre lo stato d’ansia che si faceva più insistente quando cercava di prendere sonno.

Nonostante questo, spesso la notte aveva degli incubi. Nei primi tempi aveva continuato a sognare il marito, le varie fasi della sua malattia e il suo corpo che lentamente si consumava, fino a diventare quasi irriconoscibile.

Ultimamente, faceva sogni più strani, meno attinenti agli avvenimenti recenti.

Una notte, Rosa si addormentò e ad un certo punto si ritrovò in una cittadina sconosciuta. Assomigliava molto a quella in cui era cresciuta con i genitori, con la sue strade strette, le case con i mattoni a vista, le piazze che si aprivano e poi si chiudevano, dopo il suo passaggio. Rosa era tornata bambina e, insieme alla madre, camminava sulla strada lastricata di pietre.

Era una sensazione strana perché erano presenti tanti elementi che dovevano mostrarsi come familiari, ma c’era qualcosa che rendeva tutto estraneo, come appartenente ad un altro mondo o ad una vita precedente.

Ad un certo punto lei e la madre imboccarono una strada e, dopo un po’ che camminavano, la madre entrò in un negozio e le chiese di aspettare fuori. Sarebbe uscita dopo pochi minuti.

Rosa si guardò intorno e, quando si voltò, si rese conto, prima con stupore poi con uno spavento sempre crescente, che il negozio era scomparso, così come tutte le persone che le stavano intorno. Provò a chiamare la madre, all’inizio in modo incerto poi sempre più forte.

Nessuno le rispose. Provò a tornare indietro ma indietreggiò terrorizzata. Sembrava che la zona della città che aveva attraversato fosse scomparsa, inghiottita nel nulla.

Al suo posto, una nebbia lattiginosa.

Davanti a sé invece vedeva ancora i muri delle case e di alcuni negozi che si aprivano sulla via. Provò ad avanzare, anche se la paura le paralizzava i muscoli e le lacrime le sgorgavano sempre più copiose. Si sentiva sola e indifesa ma non aveva scelta. Si fece forza e proseguì lungo la strada.

Ogni volta che si voltava, vedeva dietro di sé, le cose che continuavano a svanire, anche quelle che aveva appena visto mentre stava camminando.

Il terrore le faceva rizzare i capelli e sentiva il sangue gelare nelle vene.

Le sembrò di impiegare un tempo lunghissimo per percorrere uno spazio che non doveva essere troppo esteso. Ma ad un certo punto si trovò in una piazza sconosciuta, che non ricordava di aver mai visto in nessuna città che aveva visitato. Si rese conto che aveva di nuovo la sua età attuale.

Qui trovò persone sconosciute e alcune invece di quelle che aveva cominciato a frequentare durante il giorno, negli ultimi mesi. Tutte le sorridevano e la invitarono a sedersi in un tavolino di un bar all’aperto. Il sole era ancora alto sull’orizzonte.

A questo punto si svegliò e capì che la vita non poteva finire prima del tempo.

“Blog e autore. La mia verità sul mondo social” di Tiziana Cazziero

L’autrice, con alle spalle numerose pubblicazioni e blogger di lungo corso, con questo manuale si rivolge a tutti gli autori emergenti che sono alle prese con la promozione del proprio libro.

A tale scopo, mette a disposizione l’esperienza accumulata in questo settore sia dal punto di vista tecnico sia sotto forma delle molte iniziative messe in campo sui social e come blogger per promuovere le sue opere.

Si tratta di attività indispensabili visto che quando, dopo un lungo lavoro, riusciamo a pubblicare un libro che magari sarà reperibile su numerosi store online, in realtà questo non si può considerare un punto di arrivo ma di partenza. Infatti, anche se non abbiamo pubblicato in self, difficilmente una piccola casa editrice si farà carico della promozione del nostro libro che dovremo gestire personalmente, dedicandogli energie e molto tempo.

Per trovare una casa casa editrice che faccia al caso nostro, una volta evitate in modo deciso quelle a pagamento, bisogna dedicarsi ad una ricerca sul web per individuarne qualcuna seria, e che pubblichi il genere del libro in questione. Una volta fatta una selezione, bisogna mandare il manoscritto o parte di esso ad una decina di queste e attende le risposte.

Ricevere dei no è sempre possibile, ma questo non ci deve fermare.

È importante visionare in modo costante il sito della casa editrice per verificare che seguono gli autori pubblicati, se i loro libri siano presenti nei principali store online e nelle librerie fisiche.

Sarebbe anche utile dare un’occhiata a testi già pubblicati per verificare la presenza di refusi, sinonimo di sciatteria e poca professionalità.

Per trovare case editrici è importante anche partecipare a concorsi letterari con in palio pubblicazioni.

Nel testo viene messo in rilievo anche l’importanza dell’autopromozione. Infatti non solo è necessario promuovere il libro ma anche sé stessi, farsi conoscere, operare sul web.

A questo scopo l’autrice consiglia di aprire un blog, un sito, di fare recensioni, creare pagine di incontro online. Aprire diversi profili social, essere presenti nelle discussioni con interventi che suscitino interesse.

Ma anche contattare persone, farsi fare recensioni, farsi intervistare, darsi molto da fare, mettendo in campo anche un pizzico di creatività.

Nella seconda parte, l’autrice racconta l’esperienza del gruppo Facebook “I nostri ebook- parliamone” che ha aperto nel 2014 per parlare dei suoi scritti, di come sia cresciuto, facendo fare presentazioni in diretta di autori tramite interviste.

Infine parla del blog per promuovere il libro che aveva pubblicato. Comincia a leggere e recensire autori emergenti, li promuove anche tramite interviste. Sottolinea l’importanza di avere un blog che in pratica è un diario pubblico a cui tutti possono accedere e scoprire qualcosa di te. Richiede tempo perché bisogna aggiornarlo, ma se siamo motivati lo consiglia a tutti.

Questo e molto altro troviamo in questo testo breve ma farcito di numerosi consigli pratici su come promuoversi sul web e anche fuori da esso.

La conclusione dell’autrice è che la promozione vada fatta in modo serio e costante e che, per ottenere risultati, ci vuole tempo e grande pazienza.