Ritorno in Capraia

Quando andai in Capraia la prima volta, oltre vent’anni fa, l’isola era stata da poco aperta ai turisti, dopo aver ospitato per quasi un secolo una colonia penale.

Pochissime strutture accoglievano il visitatore e l’unica strada asfaltata si spengeva dopo poche centinaia di metri dal porto per trasformarsi nella polverosa striscia di terra che si arrampicava fino al paese.

Poi, solo sentieri attraverso i quali a piedi si potevano raggiungere l’interno e le calette rocciose che caraterizzavano l’isola.

Dopo oltre due decenni, la presenza di un albergo e diversi affittacamere sono la spia di un maggior afflusso di turisti ma sia la distanza dalla terraferma sia l’inospitalità delle sue coste, praticamente prive di spiagge, hanno preservato l’integrità di questa perla dell’arcipelago toscano, circondata da acque cristalline.

Così l’essere umano che rifugge i lidi troppo affollati e i molesti schiamazzi tipici delle estive località di mare, qui può trovare ritmi più lenti, scanditi dall’arrivo dell’unico traghetto giornaliero; arrivare in calette dove poche persone, rispettose dell’ambiente circostante, si avventurano e si siedono su spartane lastre di roccia o aguzzi scogli; farsi inebriare dal profumo dell’elicrisio, particolarmente intenso in primavera; dall’alto affacciarsi sul golfo dove placide imbarcazioni si muovono lente intorno al porto; percorrere sentieri nell’interno e immergersi nella natura più selvaggia dove, ad un certo punto, quasi per magia, tutti i rumori scompaiono, anche quello lieve del vento e si può fare l’esperienza del Silenzio, quello vero, quasi stordente per le nostre orecchie, totalmente disabituate alla completa assenza di ogni suono.

Siviglia e Cordoba: perle dell’Andalusia

L’Andalusia è una regione sempre inondata dal sole, in ogni stagione dell’anno. Ma se in estate le alte temperature rendono il viaggio faticoso e a tratti disagevole, in inverno possiamo attraversare queste terre con un clima quasi sempre mite e senza l’incertezza delle condizioni meteorologiche che caratterizzano altre mete invernali (almeno nel nostro continente).

Tra le città più belle dell’Andalusia c’è Siviglia, il capoluogo della regione. Il centro storico è abbastanza raccolto e si può visitare tutto a piedi, godendo delle bellezze del luogo come l’imponente cattedrale, una delle più grandi al mondo, il suo campanile, ex minareto, la torre dell’oro e la maestosa forma semicircolare della Plaza de Espaňa.

Ma a Siviglia ci si può perdere anche tra gli stretti vicoli del centro, ammirarne gli scorci, farsi sorprendere dalle piazzette che si aprono all’improvviso, quasi sempre allietati dai caldi colori degli aranceti. E ancora i parchi e i grandi spazzi verdi, le passeggiate lungo il Guadalquivir, fermarsi a bere o a mangiare tapas nei numerosi bar all’aperto, confortati dalla sensazione di trovarsi a casa e non in un paese straniero.

Prenotando in tempo, è possibile visitare l’Alcazàr, antica fortezza araba e poi palazzo reale, dove la mescolanza tra stile islamico e occidentale ha prodotto un’alchimia di architettura, colori e decorazioni che sorprendono profondamente il visitatore.

Con quaranta minuti di treno veloce da Siviglia, si arriva a Cordoba, altra perla dell’Andalusia. Dalla stazione, attraversando giardini e perdendosi nel reticolato di stradine e piazzette del quartiere ebraico, si arriva alla Mezquita, un edificio immenso dove l’architettura islamica si mescola con quella cristiana. Dopo aver attraversato il Patio de los Naranjos, il cortile della arance, varcato l’ingresso, ci si trova immersi in una moltitudine di snelle colonne, sormontate da doppie arcate che creano un effetto moltiplicatore che allarga lo spazio donandoci una vaga percezione dell’infinito.

La meraviglia che investe il visitatore lo spinge a percorrere in lungo e in largo questa foresta di 856 colonne, rapito dalla loro linearità e dalla fuga prospettica, smarrendosi nelle 19 navate dove si possono ammirare altri elementi di architettura araba come il mihrab, che indica ai fedeli il luogo verso cui pregare.

In origine le colonne erano 1293 ma, quando Cordoba fu riconquistata dai cristiani, la moschea fu convertita in cattedrale, abbattendo la parte centrale per far posto ad un miscuglio architettonico gotico-rinascimentale-barocco, sontuoso ma sacrilego per la rottura dell’unità del bosco di colonne.

L’operoso uomo russo

Con Anello d’oro, nell’ambito di un viaggio in Russia, si indica un tour che tocca alcune importanti città della zona che va da Mosca al Volga, un insieme di luoghi dal “glorioso passato e dal grandissimo interesse artistico ed architettonico”, che offrono “uno spaccato della provincia, dove si può percepire, lontano dalle grandi città, la vera anima del popolo russo”.

Queste belle parole lette in un depliant, dopo l’accorato e disinteressato suggerimento della signora dell’agenzia turistica, ci convinsero, me e il mio compagno, a sacrificare alcuni giorni della visita di città come Mosca e San Pietroburgo e concederci un po’ di tempo per esplorare queste zone remote e misteriose che ci avrebbero donato una maggiore consapevolezza della Grande Madre Russia.

Partimmo dunque, accompagnati da una gentile guida locale che avrebbe curato tutti gli aspetti organizzativi e ci avrebbe fatto visitare alcune di queste che, inizialmente, pensavamo fossero poco più che villaggi mentre spesso ci trovammo in centri che oltrepassavano i seicentomila abitanti.

Il tempo non ci fu amico e attraversammo quella che doveva essere la suggestiva campagna russa sotto una pioggia battente e, forse anche per questo, non riuscimmo ad apprezzarne tutte le sue bellezze; ci appariva piuttosto come un’immensa, piatta distesa di pianure, intervallate a tratti da qualche dacia, le casette di campagna che erano l’unica nota di colore in quello squallore.

La prima tappa del viaggio fu il monastero di Sergiev Posad, ubicato a 70 km da Mosca, il principale luogo spirituale di tutta la Russia, meta di pellegrini alla ricerca di benedizioni. La guida locale ci mostrò rapidamente alcune delle presunte bellezze locali e poi si dilungò molto di più sull’aspetto religioso che, in quanto atei, non incontrò troppo il nostro interesse.

Le cupole a cipolla, di colore azzurro e dorato, dei vari edifici ci sembrarono non eccezionali dal punto di vista artistico, come un po’ tutto il complesso architettonico, forse perché abituati agli edifici religiosi nostrani. Ma pensammo che fosse semplicemente un modo diverso di concepire la religiosità, più spirituale e meno appariscente e pensammo che fosse da rispettare. Rimaneva il fatto che Sergiev Posad non lasciò un’impronta profonda ed indelebile nelle nostre menti e nei nostri cuori.

Nel corso del tour ci portarono a visitare anche altri centri come Kostroma e Sudzal, ma la città più significativa che vedemmo fu Yaroslav, famosa soprattutto perché dall’alto vi si può ammirare la confluenza del fiume Kotorosl con il maestoso Volga,

Quando giungemmo in questa città, avemmo la fortuna di avere la serata libera e potemmo aggirarci lungamente a piedi per strade e piazze, esplorando luoghi e soffermandoci in angoli che ci colpivano particolarmente.

Infatti, per la prima volta ci avevano convinto, immagino con l’inganno, che la Russia non era un posto sicuro e, soprattutto se non si conosceva la lingua, si poteva incorrere in spiacevoli sorprese. Così avevamo optato per un viaggio organizzato in luogo del solito “fai da te”.

Ci pentimmo amaramente di questa scelta e l’ulteriore riprova l’avemmo il giorno dopo quando la guida locale ci condusse a visitate luoghi che non ci sembrarono irrinunciabili, come per esempio il mercato locale, mentre nell’itinerario consigliato non c’era traccia degli scorci che avevamo scoperto la sera prima.

Parlando con la guida, potemmo comunque farci un’idea sulla mentalità dei sudditi di “Nostro Presidente”, come lo chiamavano loro.

Infatti la ragazza che ci accompagnava ci fece una lunga sviolinata sui valori religiosi che dovevano permeare tutta la società e dell’importanza della famiglia, nella quale la donna doveva praticare la virtù della pazienza per evitare che si potessero sfaldare i sacri vincoli coniugali. Concluse con l’elogio dell’uomo russo che, al contrario di quanto si possa pensare, non beve affatto perché non avrebbe tempo per farlo, essendo operoso in ogni parte della sua giornata per sostenere nel migliore dei modi la propria famiglia.

Arricchiti da questa magnifica scoperta, potemmo continuare il nostro viaggio, felici che fosse stata sfatata questa leggenda sull’uomo russo che butta giù vodka dalla mattina alla sera e muore di cirrosi a cinquant’anni.

Il viaggio- Mont Saint-Michel

Viaggiare significa allontanarsi dalla tediosa, ma spesso anche rassicurante, quotidianità ed esplorare posti nuovi, che possono essere incontaminati luoghi naturali ma anche affollate metropoli dove svettano imponenti grattacieli, capolavori dell’architettura moderna.

Nella nostra cultura, il viaggio per antonomasia è quello di Ulisse che, dopo la conquista di Troia, non torna a casa come gli altri principi greci, ma intraprende un itinerario di conoscenza, anche interiore, che lo porterà a stare lontano dalla sua terra per altri dieci anni.

Il suo viaggio non è una fuga dalle responsabilità o un desiderio di allontanarsi dalla sua isola natia, ma una profonda esigenza interiore di conoscere nuovi lembi di terra che sempre convive con la struggente nostalgia per la sua Itaca.

Successivamente viaggiare è stato spesso funzionale a qualche altra esigenza, come quella nel corso del Medioevo del pellegrinaggio, oppure il gran tour settecentesco che i colti aristocratici facevano per visitare le vestigia del passato, soprattutto in Italia dove le vestigia non sono mai mancate.

Forse solo con Vittorio Alfieri si riscopre il viaggio come insopprimibile bisogno interiore e il suo “forte sentire” lo possiamo comprendere bene nella sua autobiografia “La vita scritta da esso”, opera molto fruibile anche per i lettori contemporanei, nonostante il linguaggio settecentesco.

Al giorno d’oggi è difficile trovare qualcuno che non abbia esperienze di viaggi, ma ognuno le vive in maniera diversa, a secondo della sua sensibilità e al proprio vissuto.

Ora vi parlerò di una delle mie esperienze più significative, quella della visita in Normandia di Mont Saint-Michael, un luogo che galleggia tra mito e realtà.

Di primo mattino, dopo aver solcato chilometri e chilometri di suolo normanno, giunsi nei pressi dell’isolotto di Mont Saint-Michel, meta della mia escursione di quel giorno. La sua forma conica che spuntava dal mare scintillante mi era già apparsa molto tempo prima che arrivassi a destinazione e, pur da così lontano, mi procurò un’emozione intensa, come di qualcosa vagheggiato a lungo e che finalmente appare allo sguardo.

Lasciata l’auto, mi incamminai lungo la passerella che da pochi anni collega l’isolotto alla terra ferma. Per molto tempo, al suo posto c’era stata una brutta strada costruita su un terrapieno che impediva all’acqua di passare da una parte all’altra, provocando l’accumulo di sabbia che avrebbe provocato presto, in mancanza di un intervento, la perdita della caratteristica tipica dell’isola.

Intorno l’alta marea riempiva tutti gli spazi che gli erano consueti e dal mare veniva un vento sostenuto che sferzava il viso e la pelle delle braccia, che erano scoperte.

A mano a mano che procedevo, lo sguardo era sempre rivolto alla rocciosa collina sormontata dall’abbazia che, imponente, si approssimava sempre di più.

Entrai dalla porta della cittadina e mi ritrovai su una stradina affollatissima di turisti che si arrampicava, avvolgendo il colle, verso il punto più in alto. Ma né la presenza straripante di persone, né quella fitta di negozi di souvenir e posti dove mangiare, riuscivano a scalfire la magia di quell’ascesa che sembrava avere qualcosa di mistico.

Ogni tanto mi allontanavo dalla strada e mi affacciavo sul mare che circondava completamente l’isolotto, in attesa di piccoli segnali che avvertivano di cambiamenti in corso.

Dopo aver contemplato il cielo e l’increspata distesa marina, guardando verso terra, cominciai a scorgere i primi segni di una secca che anticipavano il ritiro delle acque.

Continuai a salire fino a che non giunsi fino all’ingresso dell’abbazia di San Michele e, dopo aver dato un’ultima occhiata all’esterno, mi immersi nei grandi saloni dominati dalle possenti colonne romaniche e immaginai la vita che conducevano i monaci, lontano dai tumulti del mondo esterno, avvolti nel rassicurante abbraccio del silenzio.

L’isola nel corso della storia non era stata mai conquistata da chi veniva dal mare, proprio perché protetta dalla marea che si ritirava e avanzava così velocemente che era impossibile avvicinarla da navi nemiche.

Quando mi ritrovai all’aria aperta, fui sorpresa di scorgere ampie distese di secca nella zona più vicina alla costa. La marea si ritirava rapidamente e, dopo aver pranzato, mi resi conto che anche verso l’esterno, la pianura d’acqua aveva lasciato il posto ad una superficie limacciosa dove pesci poco accorti venivano cacciati facilmente dai gabbiani.

Oltre Mont Saint-Michel, sorgeva l’isolotto di Tombelaine che, quando la secca raggiungeva la sua massima espansione, poteva essere raggiunta a piedi, camminando a piedi nudi sulla distesa di fango.

Si racconta che talvolta in passato i pescatori, che si erano attardati nelle zone fangose, erano stati sorpresi dal ritorno della marea che saliva, così si diceva, al ritmo di cavalli al galoppo. Pare inoltre che siano presenti ancora oggi delle sabbie mobili e la gente del luogo sconsiglia di avventurarsi da soli, ma di andare sempre con una guida.

Nonostante queste raccomandazioni, erano diverse le persone che si erano incamminate verso l’isolotto di Tombelaine e anch’io, una volta scesa in basso, mi tolsi le scarpe, mi tirai su i pantaloni e cominciai ad avanzare verso il largo. Ma l’acqua, che cominciava da lontano a tornare sui suoi passi, mi indusse a tornare indietro dopo poche decine di metri dalla partenza.

Nel giro di poche ore tutta la baia sarebbe stata di nuovo coperta dal mare.

Come accadeva tutti i giorni. Da sempre.