“Il dottor Živago” di Boris Pasternak

Leggendo un saggio di Calvino sul Dottor Živago, mi sono tornate in mente le sensazioni di meraviglia che avevano accompagnato la mia lettura di questo grande romanzo.

Riporto una sintesi di tale articolo che fa comprendere l’importanza e la bellezza di questo capolavoro della letteratura mondiale.

La prima impressione che suscitò la lettura del Dottor Živago, uscito in Italia nel 1956, fu quello di trovarsi davanti al ritorno del grande romanzo russo dell’Ottocento. Ma questa sensazione non durerà a lungo.

L’assunto principale del pensiero di Pasternak è che la natura e la storia non appartengono a due ordini diversi ma formino un continuo in cui le esperienze umane sono immerse e dal quale sono determinate. Questo idea viene resa meglio attraverso la narrazione che mediante riflessioni teoriche, come avveniva spesso nei romanzi del secolo precedente.

Il significato del libro quindi è da ricercare non nella somma delle idee enunciate ma in quella delle immagini, delle sensazioni e dei silenzi.

Del resto non è nemmeno sensato collocare il Dottor Živago prima della dissoluzione novecentesca del romanzo.

Infatti le vie di tale dissoluzione sono presenti entrambe in questo romanzo. Da una parte il frantumarsi dell’oggettività realistica nell’immediatezza delle sensazioni. Dall’altra, l’oggettivarsi della tecnica dell’intreccio che viene considerato in sé, portando alla parodia e al gioco di un romanzo costruito “romanzescamente”.

Pastenak porta questo gioco alle estreme conseguenze, costruendo una trama di coincidenze continue, attraverso tutta la Russia, in cui una quindicina di personaggi non fanno altro che incontrarsi per combinazione, come se ci fossero solo loro.

Nel romanzo è di fondamentale importanza il ruolo della natura che non è più il romantico repertorio dei simboli del mondo interiore del poeta ma è qualcosa che è prima e dopo e dappertutto, che l’uomo non può modificare ma solo cercare di capire.

Il muoversi nella natura contiene e informa ogni altro avvenimento o sentimento umano: uno slancio epico nel descrivere lo scroscio degli acquazzoni e lo sciogliersi delle nevi.

Il poeta cerca di inglobare in un unico discorso natura e storia umana per una definizione totale della vita: il profumo dei tigli e il rumore della folla rivoluzionaria mentre Živago nel ’17 va verso Mosca.

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Italo Calvino- “Perché leggere i classici”

Perché leggere i classici” è una raccolta di saggi su grandi autori del passato e del presente pubblicata postuma nel 1991.

Questo testo contiene 36 scritti, principalmente risalenti agli anni Settanta e Ottanta su vari autori, da Omero a Queneau, che sono stati importanti per Calvino.

Nel saggio che dà il nome alla raccolta l’autore prova a dare varie definizioni di che cosa sia un classico. Ne riporto alcune.

La prima è abbastanza ovvia ma fondamentale:

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati”

Calvino sostiene che le letture giovanili possono essere poco proficue per impazienza e inesperienza della vita. Ma allo stesso tempo, possono essere formative nel senso che danno forma ad un’esperienza futura, fornendo modelli, termini di paragone e scale di valore.

Rileggendo il libro in età matura, può accadere di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte di meccanismi interiori consolidati.

Per questo motivo, afferma Calvino, ci dovrebbe essere un tempo nella vita dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi, noi siamo certamente cambiati, e l’incontro sarà un avvenimento completamente nuovo.

Quindi:

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”

e, inoltre,

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”

Un classico porta dietro di sé anche le tracce che hanno lasciato nelle culture che hanno attraversato. Così, se leggo l’Odissea, non posso dimenticare tutto ciò che questo testo ha significato nel corso dei secoli e non posso non chiedermi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni che si sono accumulate nel tempo.

Per questo motivo è fondamentale la lettura diretta dei testi originali, evitando critica, commenti e interpretazioni.

La scuola dovrebbe veicolare il messaggio che nessun libro che parla di un libro dice più del libro stesso. Invece fa di tutto per far credere il contrario.

Quindi:

Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”

Non dobbiamo leggere un classico per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Se la scintilla non scocca, non c’è niente da fare.

Tranne che a scuola. La scuola deve farti conoscere un certo numero di classici tra i quali ognuno potrà riconoscere i suoi classici. Deve darti degli strumenti per scegliere. Ma le scelte che contano davvero sono quelle che avvengono fuori dalla scuola.

Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”

Importante è anche avere ben presente da dove stai leggendo un classico. L’attualità può essere banale e mortificante ma è un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Bisogna quindi alternare ai classici le letture d’attualità.

Da questo si deduce che:

E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”

Calvino conclude il saggio affermando che ognuno dovrebbe inventarsi una biblioteca ideale dei propri classici: la metà dovrebbe comprendere libri che abbiamo letto e siano stati importanti per noi; l’altra metà da libri che ci proponiamo di leggere e pensiamo possano contare. Lasciando qualche posto vuoto per le scoperte occasionali e le sorprese.

Sono molti gli articoli e i saggi di notevole importanza contenuti in questa raccolta che consiglio a tutti di leggere. Calvino spazia da Ovidio a Gadda, da Senofonte a Borges, dall’Ariosto a Pasternak.

Per ragioni di spazio qui mi concentrerò sull’Odissea.

All’inizio del poema, la Telemachia è la ricerca d’un racconto che ancora non c’è. Ulisse non è ancora tornato e Telemaco parte alla ricerca di notizie del padre ( e del racconto) andando presso i veterani della guerra di Troia. Se troverà il racconto, Itaca uscirà dall’informe situazione senza tempo e senza legge in cui si trova da tanti anni.

Dopo aver ascoltato tante storie che non servono al suo scopo, Telemaco incontra Menelao che gli narra una fantastica avventura. Egli è riuscito a catturare il “vecchio del mare”, Proteo, e lo costringe a raccontargli il passato e il futuro.

Proteo conosceva sicuramente tutta l’Odissea; comincia a raccontare le vicende di Ulisse dallo stesso punto in cui attacca Omero, con l’eroe che si trova da Calipso.

Si interrompe e a questo punto Omero gli dà il cambio e seguita il racconto.

Quindi questo ritorno-racconto esiste prima di essere compiuto, preesiste alla propria attuazione. Ma il ritorno deve esser pensato e ricordato, altrimenti può essere smarrito prima che sia avvenuto.

Ulisse-Omero raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo e grande che sia, è sempre l’Odissea.

Carver e la scrittura essenziale

«È difficile essere semplici. La lingua dei miei racconti è quella di cui la gente fa comunemente uso, ma al tempo stesso è una prosa che va sottoposta a un duro lavoro prima che risulti trasparente, cristallina. Questa non è una contraddizione in termini. Arrivo a sottoporre un racconto persino a quindici revisioni. A ogni revisione il racconto cambia. Ma non c’è nulla di automatico; si tratta piuttosto di un processo. Scrivere è un processo di rivelazione.»

Questa affermazione che Carver fa in un intervista del 1987 racchiude l’essenza stessa della sua scrittura, risultato finale di un lungo processo di revisione che hanno contribuito a renderlo un autore di culto.

Infatti la particolarità di Carver è quella di raccontare la quotidianità dell’America del suo tempo con uno stile privo di fronzoli ma molto curato.

Carver viene da una famiglia della working class e per molti anni lui stesso ha svolto lavori umili per mantenere la moglie e i figli. Nella sua scrittura fa rivivere questo mondo dove i protagonisti affrontano molteplici difficoltà per sbarcare il lunario e spesso annegano le angosce di tutti i giorni nell’alcol. Non ci sono grandi avvenimenti nei suoi racconti, ma la semplicità della vita di tutti i giorni, talvolta drammatica, talvolta semplicemente priva di senso se si scava sotto una superficie che può apparire anche bella e patinata in certi casi.

Spesso lo scrittore non spiega tutto al lettore, ma tratteggia delle situazioni a cui quest’ultimo con la sua immaginazione deve trovare un senso che quasi sempre è drammatico e senza speranze.

La raccolta “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, pubblicata nel 1981, aveva la sua peculiarità proprio nel fatto di avere uno stile molto lineare e scarno.

Ad onor del vero bisogna dire che la versione originale, che troviamo sotto il titolo di “Principianti”, era molto più ampia di questa. Tale testo è stato tagliato e sistemato dal famoso editor Gordon Lish che lo ha reso molto più snello e essenziale, contribuendo al suo enorme successo.
Carver probabilmente non era del tutto d’accordo con questo ampio lavoro di sfrondamento e alla fine della carriera rivendica l’importanza del testo originario come più vicino al suo modo di scrivere.

Nel corso della sua carriera Carver cercherà di allontanarsi dallo stile di questa raccolta e, dopo un lavoro incessante, approderà alla conquista di una sua originalità. Dal realismo rarefatto della prime raccolte raggiungerà il realismo visionario delle ultime, consegnandosi alla storia della letteratura del Novecento.

Tim Marshall- “Le dieci mappe che spiegano il mondo”

“Le dieci mappe che spiegano il mondo” è un saggio dello scrittore e giornalista inglese Tim Marshall pubblicato nel 2017.

Marshall è un grande esperto di politica estera, con oltre venticinque anni di esperienza giornalistica in cui ha seguito numerosi eventi bellici.

In questo libro, scritto in modo chiaro e appassionante, l‘autore fa sua la teoria del determinismo geografico, secondo la quale la conformazione territoriale di uno stato definisce in modo spesso decisivo quale potrà essere il suo sviluppo.

Quindi la presenza di barriere naturali come montagne, oppure di una rete fluviale articolata e navigabile, o di risorse naturali possono avere un aspetto rilevante su tanti aspetti della nostra società, come la strategia politica, militare o lo sviluppo sociale o del commercio.

Per quale motivo, per esempio, Cina e India, che hanno in comune un confine lunghissimo, non si sono mai scontrate in una guerra vera e propria? Semplicemente perché li separa la catena montuosa più alta al mondo, l’Himalaya.

Esaminando il più grande stato al mondo, ovvero la Russia, Marshall afferma che la mancanza di un porto in acque temperate è sempre stato il tallone d’Achille di questo Paese e l’annessione della Crimea risponde in parte a questa esigenza, anche se si trova in un mare interno come il Mar Nero. Avere porti le cui acque ghiacciano diversi mesi l’anno contribuisce a fare della Russia uno stato geograficamente svantaggiato. E se non avesse grandi disponibilità di gas e petrolio, lo sarebbe ancora di più.

L’Europa occidentale ha avuto dalla sua parte un clima che ha assicurato alla regione le piogge necessarie per le coltivazioni intensive e il suolo adatto per portarle a maturazione. Una rete di fiumi navigabili e spesso collegati tra di loro hanno fatto il resto.

Al contrario l’Africa non è stata favorita dal suo territorio, a causa della mancanza di porti naturali, avendo coste piatte, e della caratteristica dei fiumi, molto grandi e ricchi d’acqua ma inadatti come via di trasporto a causa della presenza di numerose cascate. Inoltre il commercio via terra è stato ostacolato da ampie zone difficili da attraversare, come deserti e giungle. Anche il clima, che ha favorito la diffusione della malaria in diverse zone del continente, non ha certo contribuito al suo sviluppo.

In questo testo l’autore analizza tutte le varie regioni del mondo, dagli Stati Uniti all’America Latina, dal Medio Oriente all’Asia, soffermandosi in particolare sulla Cina e di ognuna di queste, esamina la conformazione del territorio e di come questo abbia influito o ostacolato il suo sviluppo. L’ultimo capitolo del libro riguarda una zona quasi totalmente disabitata, ma che con il progressivo ed irreversibile scioglimento dei ghiacci, è già diventata la meta delle mira dei Paesi che vi si affacciano, per la presenza massiccia di minerali e fonti di energia: l’Artide.

In questa zona, i più attrezzati e con una presenza più massiccia sono senz’altro i russi, sicuramente in vantaggio rispetto ad altri popoli nell’affrontare condizioni climatiche così difficili.

I paesi e le aziende che vorranno mettere le mani sulle ricchezze dell’Artide dovranno sfidare un clima impossibile, con notti senza fine, il mare che ghiaccia diversi mesi l’anno e onde che a largo raggiungono i 10 metri.

Il progresso tecnologico può in parte aiutare a superare questi ostacoli ma non li eliminerà del tutto. Per questo motivo, ci sarà bisogno della solidarietà e l’aiuto reciproco di popoli diversi per superare le difficoltà.

L’apertura nei confronti dell’altro dovrebbe prevalere sulla competizione per le risorse. Ma su questo punto sembra che ci sia ancora tanta strada da fare.

J. Swift- “I viaggi di Gulliver”

I viaggi di Gulliver” è un romanzo pubblicato da Jonathan Swift nel 1726.

Inizialmente ritenuto un libro per ragazzi, a causa della presenza di avventure e invenzioni fantasiose, ben presto fu chiaro che l’intento dell’autore era quello di fare una feroce satira della società contemporanea inglese e francese.

Infatti Swift narra le vicende del chirurgo di bordo Gulliver con un occhio che si rivolge costantemente alla realtà storica del Settececento e della condizione dell’uomo in generale.

L’autore fa il resoconto dei viaggi presso popoli singolari e ognuno dei viaggi diventa il pretesto per irridere i meccanismi della politica, l’avidità dell’uomo, l’assurdità del sistema giudiziario e dei pretesti per scatenare le guerre.

I viaggi per mare portano Gulliver prima nel regno di Lilliput, rispetto ai cui abitanti lui è un gigante; poi in quello degli uomini giganti, dove è un essere piccolo e indifeso, in un continuo cambio di prospettiva e del punto di vista che mettono in rilievo la precarietà della condizione dell’uomo.

Passando dall’isola volante di Laputa e dalla terra di Lagado, giunge nel luogo dove cavalli intelligenti regnano su omuncoli ripugnanti sia fisicamente che moralmente ai quali, suo malgrado, il protagonista si accorge di assomigliare.

Il soggiorno tra questi nobili e saggi esseri gli permette di migliorare costantemente e di capire che per vivere bene non è necessario avere più del necessario. Ma la sua imperfetta condizione lo costringerà ad allontanarsi anche da questa terra di pace, in quanto non ritenuto degno, e a tornare in patria dove per molti anni dovrà combattere con il disgusto che i suoi simili gli provocano, ora che riesce a vederli con la luce della verità, cioè come essere egoisti, viscidi, litigiosi e dalle continue brame inappagabili.
Un romanzo sempre attuale nonostante sia stato scritto all’inizio del Settecento in cui si parla di avventure per mare ma allo stesso si fa una spietata satira della società che lascia poco spazio ad una possibile redenzione.

Tom Nichols “La conoscenza e i suoi nemici: l’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”

In questo libro uscito poco più di un anno fa, lo studioso americano Nichols analizza i cambiamenti della società americana degli ultimi decenni che hanno posto le basi per la nascita di una vera e propria società dell’incompetenza che mina le basi stesse della democrazia rappresentativa.

Come si è arrivati ad una situazione del genere, visto che oggi tutti possono accedere ad una massa di informazione enorme, grazie all’utilizzo di Internet e ad un livello di istruzione che in generale cresce sempre di più?

Secondo l’autore proprio tali cambiamenti, che avrebbero potuto essere una opportunità, hanno convinto i singoli individui che ognuno potesse farsi un’opinione su qualsiasi campo del sapere pur non avendo conoscenze specifiche a riguardo.

Farsi un’idea sulla necessità o meno di vaccinare la popolazione, per esempio, non significa infatti avere gli strumenti per mettersi sullo stesso piano dei virologi che studiano da anni questa tematica. Eppure si è diffusa l’idea che le opinioni di chi si informa su siti Internet possano avere il solito peso di un esperto in materia.

In generale possiamo dire che si è affermato non solo un rifiuto del sapere esistente, ma anche della scienza e della razionalità obiettiva e talvolta si preferisce essere trasportati dall’onda emotiva che seguire un ragionamento logico.

Negli Stati Uniti, dove la visione è fortemente incentrata sulle libertà individuali, questa resistenza all’autorità intellettuale è maggiormente presente rispetto ad altre democrazie. Ma se tale sentimento è sempre stato presente nella società americana, negli ultimi anni la diffidenza nei confronti dei saperi costituiti si è trasformata in una vera e propria ostilità con reazioni che arrivano ad essere anche molto aggressive se si mette in dubbio il singolo punto di vista.

Un esempio che l’autore fa di idee contrarie alle conoscenze scientifiche odierne è quello del movimento del latte crudo che sosteneva che i prodotti lattiero-caseari non trattati non sono solo più buoni ma anche più sani per gli esseri umani.

E anche se i Centri per il Controllo delle Malattie hanno evidenziato che i latticini non pastorizzati presentano una probabilità di causare malattie 150 volte maggiore rispetto ai prodotti non pastorizzati, molti sono ancora convinti come sia inutile ascoltare i medici, visto che si sono sbagliati molte volte.

E’ innegabile che gli esperti si siano talvolta sbagliati ma, se allarghiamo lo sguardo su un panorama più ampio, i numeri ci dicono che questi hanno ragione molto più spesso di quanto si sbaglino, soprattutto nelle questioni essenziali.

Tra i responsabili della proliferazione di idee distorte, talvolta complottistiche, che si oppongono al sapere costituito, c’è sicuramente l’uso distorto di Internet che permette di accedere ad un’enorme mole di informazioni che vengono fruite in maniera superficiale e troppo rapida. Questa modalità non permette di comprendere appieno la complessità delle cose e spesso si preferisce fare proprie teorie o slogan che tendono a semplificare eccessivamente gli eventi.

L’autore riscontra anche un appiattimento verso il basso dei college americani, più preoccupati di attirare potenziali clienti che di porsi come luoghi dove faticosamente si cerca di raggiungere delle conoscenze approfondite delle varie materie di studio.

Per uscire da questa pericolosa situazione, secondo lo studioso gli esperti dovrebbero evitare di chiudersi nelle loro torri di avorio e i profani sforzarsi di informarsi in modo più attento e consapevole per non lasciarsi raggirarsi dall’imbonitore di turno.

Quello di Nichols è sicuramente un libro interessante, anche se a tratti un po’ ripetitivo, che ci fa riflettere su tanti aspetti della realtà americana.

Tali situazioni li ritroviamo con le stesse inquietanti modalità anche nella nostra società.

“Elementi di stile nella scrittura” di William Strunk

La prima edizione di questo libro risale al 1918 quando un professore universitario di nome Strunk lo pubblicò a sue spese per gli studenti del corso di inglese che teneva alla Cornell University.

Il suo intento era quello di sintetizzare in poche decine di pagine le più importanti regole grammaticali e sintattiche della lingua inglese.

Ma questo libro ben presto si diffuse ben oltre l’ambito accademico fino a diventare una vera e propria bibbia per quattro generazioni di scrittori americani.

Ma qual è il segreto del suo successo? Il punto fondamentale è che il libro non dice solo ciò che si dovrebbe sapere sulla scrittura, ma non dice niente di più.

Strunk sembra suggerire che allo scrittore sono necessarie poche ma molto chiare norme sintattiche e compositive. Tutto il resto è talento e applicazione.

L’edizione italiana è stata curata dall’editor e redattore Mirko Sabatino che ha anche aggiunto alcuni paragrafi e inserito note esplicative per renderlo fruibile al pubblico italiano.

Il primo capitolo tratta di regole d’uso elementari della lingua, come ad esempio l’utilizzo della punteggiatura, che dovrebbero essere scontate ma non sempre lo sono.

Nel secondo capitolo si passa all’esame delle norme compositive partendo con una riflessione sulla costruzione del capoverso che dovrebbe essere l’unità minima di composizione. Questa struttura dovrebbe cominciare con una frase-chiave e concludersi con un richiamo alla frase di partenza.

Strunk raccomanda poi di privilegiare la forma attiva perché più diretta e incisiva di quella passiva.

Fondamentale è anche usare un linguaggio chiaro, specifico e concreto. Infatti lo specifico è più efficace del generale, il chiaro del vago, il concreto dell’astratto.

Tutti gli studiosi concordano nel dire che tale tipo di linguaggio contribuisce a suscitare e a tenere desta l’attenzione del lettore. La grandezza di scrittori come Omero, Dante e Shakespeare dipende soprattutto dalla loro costante ricerca di chiarezza e concretezza.

L’autore sconsiglia per esempio di utilizzare l’avverbio non in modo elusivo.

Infatti:

Non era mai puntuale

è meno efficace di

Era sempre in ritardo

Quindi meglio usare Disonesto che Non onesto, Futile che Non importante.

Strunk dice anche di evitare le parole inutili in quanto una frase non dovrebbe contenere più parole del necessario, né un capoverso più frasi del dovuto, per la stessa ragione per cui un disegno non dovrebbe contenere linee inutili.

Ovviamente questo non significa trattare l’argomento in maniera generica e superficiale ma ogni parola deve essere significativa.

Ad esempio, è meglio:

Questo argomento

di

Questo argomento che.

La sua sua storia è strana

di

La sua storia è di quelle strane

L’espressione “il fatto che” in particolare dovrebbe essere eliminata ovunque:

A causa del fatto che

meglio sostituirlo con

Poiché

Malgrado il fatto che

con

Benché.

Nel terzo capitolo sono analizzate alcune questioni di forma come l’uso delle parentesi, degli accenti, delle maiuscole. Questa parte può essere utilizzata in caso di dubbi che sorgano nel corso della scrittura.

Nel capitolo successivo invece l’autore si sofferma su alcune espressioni che vengono usate in modo improprio. Termini come aspetto, carattere, caso, fattore, utilizzate in contesti dove non hanno alcuna ragione d’essere, hanno un effetto ridondante e prolisso:

Atti di carattere ostile

si può sostituire con

Atti ostili

Nell’appendice vengono trattate alcune questioni di stile che riguardano più da vicino la scrittura creativa.

Una dei difetti più diffusi tra gli scrittori principianti è quello di attirare l’attenzione su se stessi. La buona scrittura dovrebbe essere sempre al servizio della storia e lo scrittore dovrebbe stare dietro la sua opera, non davanti.

Il nucleo fondante di ogni frase è costituito da nomi e verbi, quindi bisognerebbe concentrarsi su quelli e poi eventualmente aggiungere avverbi o aggettivi, usandoli sono se funzionali a quello che si vuole esprimere.

Ogni scrittore fa le sue scelte. Hemingway, nei racconti, utilizza frasi semplici con pochi aggettivi e avverbi. Eppure la sua scrittura è estremamente precisa.

Lo scrittore prima di cominciare deve scegliere se utilizzare la prima persona, la terza o lo stile indiretto libero. Nel primo caso il narratore è il protagonista del racconto e potrà raccontare solo quello che ha vissuto e visto personalmente. La sua visione del mondo sarà inevitabilmente soggettiva e faziosa.

Se si sceglie la terza persona, invece, la voce che racconta è quella di un narratore esterno, che riporta fatti accaduti ad altri. Può riferire solo fatti esterni, cioè visibili, come azioni, dialoghi, senza dare alcun giudizio oppure entrare anche nei pensieri dei personaggi o dare informazioni che nessuno dei personaggi conosce.

Lo stile indiretto libero invece è una narrazione per metà soggettiva e per metà oggettiva. Il narratore racconta la storia in terza persona, ma decide di non abbandonare mai il personaggio principale. Il punto di vista sembra obiettivo ma in realtà è interno alla narrazione, è quello del personaggio scelto.

In questa parte del libro ci si sofferma inoltre sull’importanza del ritmo che viene dato dal taglio delle frasi, dalla sintassi, dalla scelta dei vocaboli, dei tempi verbali e dalla punteggiatura.

Riguardo la sintassi si può privilegiare l’uso di frasi subordinate (ipotassi) che danno al testo un andamento riflessivo e lento, oppure utilizzare soprattutto frasi coordinate (paratassi) che accelerano il ritmo del racconto e lo rendono più concitato.

Molto importante anche la scelta dei tempi verbali. Il presente velocizza il racconto e si adatta bene alle storie di azione. Il passato è più indicato per le storie di atmosfera.

L’imperfetto è un tempo ambiguo, nebuloso e per questo motivo è il tempo in cui si raccontano i sogni e le fiabe.

Il dialogo è lo strumento con cui il personaggio prende vita. Il carattere del personaggio si può anche descrivere, ma è solo nell’incontro con gli altri che viene tratteggiato nella sua essenza e nelle sue contraddizioni. Dal suo modo di parlare capiamo tratti del suo carattere e della sua condizione sociale che lo scrittore non ha detto esplicitamente.

Nell’appendice vengono trattati anche altri aspetti molto importanti della scrittura come l’importanza dell’incipit e del finale, della suspence e del linguaggio figurato, l’utilizzo della narrazione non lineare.

Non potendo condensare tutto il materiale presente in un post, ho dovuto fare alcune scelte per dare un’idea di quello che si può trovare in questo fondamentale libretto la cui lettura consiglio caldamente a tutti, sia agli appassionati di scrittura che di lettura.