“Elementi di stile nella scrittura” di William Strunk

La prima edizione di questo libro risale al 1918 quando un professore universitario di nome Strunk lo pubblicò a sue spese per gli studenti del corso di inglese che teneva alla Cornell University.

Il suo intento era quello di sintetizzare in poche decine di pagine le più importanti regole grammaticali e sintattiche della lingua inglese.

Ma questo libro ben presto si diffuse ben oltre l’ambito accademico fino a diventare una vera e propria bibbia per quattro generazioni di scrittori americani.

Ma qual è il segreto del suo successo? Il punto fondamentale è che il libro non dice solo ciò che si dovrebbe sapere sulla scrittura, ma non dice niente di più.

Strunk sembra suggerire che allo scrittore sono necessarie poche ma molto chiare norme sintattiche e compositive. Tutto il resto è talento e applicazione.

L’edizione italiana è stata curata dall’editor e redattore Mirko Sabatino che ha anche aggiunto alcuni paragrafi e inserito note esplicative per renderlo fruibile al pubblico italiano.

Il primo capitolo tratta di regole d’uso elementari della lingua, come ad esempio l’utilizzo della punteggiatura, che dovrebbero essere scontate ma non sempre lo sono.

Nel secondo capitolo si passa all’esame delle norme compositive partendo con una riflessione sulla costruzione del capoverso che dovrebbe essere l’unità minima di composizione. Questa struttura dovrebbe cominciare con una frase-chiave e concludersi con un richiamo alla frase di partenza.

Strunk raccomanda poi di privilegiare la forma attiva perché più diretta e incisiva di quella passiva.

Fondamentale è anche usare un linguaggio chiaro, specifico e concreto. Infatti lo specifico è più efficace del generale, il chiaro del vago, il concreto dell’astratto.

Tutti gli studiosi concordano nel dire che tale tipo di linguaggio contribuisce a suscitare e a tenere desta l’attenzione del lettore. La grandezza di scrittori come Omero, Dante e Shakespeare dipende soprattutto dalla loro costante ricerca di chiarezza e concretezza.

L’autore sconsiglia per esempio di utilizzare l’avverbio non in modo elusivo.

Infatti:

Non era mai puntuale

è meno efficace di

Era sempre in ritardo

Quindi meglio usare Disonesto che Non onesto, Futile che Non importante.

Strunk dice anche di evitare le parole inutili in quanto una frase non dovrebbe contenere più parole del necessario, né un capoverso più frasi del dovuto, per la stessa ragione per cui un disegno non dovrebbe contenere linee inutili.

Ovviamente questo non significa trattare l’argomento in maniera generica e superficiale ma ogni parola deve essere significativa.

Ad esempio, è meglio:

Questo argomento

di

Questo argomento che.

La sua sua storia è strana

di

La sua storia è di quelle strane

L’espressione “il fatto che” in particolare dovrebbe essere eliminata ovunque:

A causa del fatto che

meglio sostituirlo con

Poiché

Malgrado il fatto che

con

Benché.

Nel terzo capitolo sono analizzate alcune questioni di forma come l’uso delle parentesi, degli accenti, delle maiuscole. Questa parte può essere utilizzata in caso di dubbi che sorgano nel corso della scrittura.

Nel capitolo successivo invece l’autore si sofferma su alcune espressioni che vengono usate in modo improprio. Termini come aspetto, carattere, caso, fattore, utilizzate in contesti dove non hanno alcuna ragione d’essere, hanno un effetto ridondante e prolisso:

Atti di carattere ostile

si può sostituire con

Atti ostili

Nell’appendice vengono trattate alcune questioni di stile che riguardano più da vicino la scrittura creativa.

Una dei difetti più diffusi tra gli scrittori principianti è quello di attirare l’attenzione su se stessi. La buona scrittura dovrebbe essere sempre al servizio della storia e lo scrittore dovrebbe stare dietro la sua opera, non davanti.

Il nucleo fondante di ogni frase è costituito da nomi e verbi, quindi bisognerebbe concentrarsi su quelli e poi eventualmente aggiungere avverbi o aggettivi, usandoli sono se funzionali a quello che si vuole esprimere.

Ogni scrittore fa le sue scelte. Hemingway, nei racconti, utilizza frasi semplici con pochi aggettivi e avverbi. Eppure la sua scrittura è estremamente precisa.

Lo scrittore prima di cominciare deve scegliere se utilizzare la prima persona, la terza o lo stile indiretto libero. Nel primo caso il narratore è il protagonista del racconto e potrà raccontare solo quello che ha vissuto e visto personalmente. La sua visione del mondo sarà inevitabilmente soggettiva e faziosa.

Se si sceglie la terza persona, invece, la voce che racconta è quella di un narratore esterno, che riporta fatti accaduti ad altri. Può riferire solo fatti esterni, cioè visibili, come azioni, dialoghi, senza dare alcun giudizio oppure entrare anche nei pensieri dei personaggi o dare informazioni che nessuno dei personaggi conosce.

Lo stile indiretto libero invece è una narrazione per metà soggettiva e per metà oggettiva. Il narratore racconta la storia in terza persona, ma decide di non abbandonare mai il personaggio principale. Il punto di vista sembra obiettivo ma in realtà è interno alla narrazione, è quello del personaggio scelto.

In questa parte del libro ci si sofferma inoltre sull’importanza del ritmo che viene dato dal taglio delle frasi, dalla sintassi, dalla scelta dei vocaboli, dei tempi verbali e dalla punteggiatura.

Riguardo la sintassi si può privilegiare l’uso di frasi subordinate (ipotassi) che danno al testo un andamento riflessivo e lento, oppure utilizzare soprattutto frasi coordinate (paratassi) che accelerano il ritmo del racconto e lo rendono più concitato.

Molto importante anche la scelta dei tempi verbali. Il presente velocizza il racconto e si adatta bene alle storie di azione. Il passato è più indicato per le storie di atmosfera.

L’imperfetto è un tempo ambiguo, nebuloso e per questo motivo è il tempo in cui si raccontano i sogni e le fiabe.

Il dialogo è lo strumento con cui il personaggio prende vita. Il carattere del personaggio si può anche descrivere, ma è solo nell’incontro con gli altri che viene tratteggiato nella sua essenza e nelle sue contraddizioni. Dal suo modo di parlare capiamo tratti del suo carattere e della sua condizione sociale che lo scrittore non ha detto esplicitamente.

Nell’appendice vengono trattati anche altri aspetti molto importanti della scrittura come l’importanza dell’incipit e del finale, della suspence e del linguaggio figurato, l’utilizzo della narrazione non lineare.

Non potendo condensare tutto il materiale presente in un post, ho dovuto fare alcune scelte per dare un’idea di quello che si può trovare in questo fondamentale libretto la cui lettura consiglio caldamente a tutti, sia agli appassionati di scrittura che di lettura.

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Il concetto di smarginatura ne “L’amica geniale”

Non è mia intenzione tediarvi con una nuova recensione de L’Amica geniale, opera della ormai affermatissima scrittrice Elena Ferrante. Ormai tutti conoscono la storia, anche i meno avvezzi alla lettura di romanzi, visto il successo della fiction televisiva che ne è stata tratta.

Premetto che ho trovato il romanzo di piacevole lettura e molto acuto nel descrivere il mondo visto dagli occhi di due bambine, i rapporti con i loro coetanei e gli adulti, i grandi cambiamenti dell’Italia che si affaccia al boom economico, i sospetti e le tensioni che si vanno a creare nel quartiere di Napoli dove si svolgono le vicende.

Non vado oltre, visto che le recensione del romanzo in generale si sprecano.

Volevo invece soffermarmi sul concetto di smarginatura, uno stato d’animo che ad un certo punto si impossessa di Lila, la bambina con la personalità più forte, che si manifesta con un sentimento di straniamento rispetto alla realtà circostante.

Le persone che la circondano, che fino ad un attimo prima, apparivano familiari e amichevoli, all’improvviso, senza che niente sembra essere accaduto, diventano estranee, come se uscissero dai margini che le hanno sempre contenute.

E’ come se Lila avesse una rivelazione, un’epifania sull’essenza della realtà che la circonda il cui velo viene squarciato per mostrarsi come è veramente.

La ragazza ha per la prima volta questa sensazione, mentre si trova sul balcone di casa insieme ad alcuni amici che si adoperano in modo quasi compulsivo con i fuochi d’artificio per un ultimo dell’anno.

I suoi occhi ad un certo punto vedono oltre la superficie e Lila raggiunge una consapevolezza delle cose che prima non aveva. Così si rende conto del cambiamento che sta travolgendo l’adorato fratello il quale con il passare del tempo sembra essere preda di una brama di successo, soprattutto economico, che gli ha fatto perdere di vista l’importanza dei valori della vita.

Questo senso di straniamento che insieme la spaventa e le provoca repulsione continueranno a presentarsi nella ragazza e sempre di più la aiuteranno a capire la realtà circostante, ormai lontana da quella difficile ma incontaminata della sua infanzia.

E l’elemento della smarginatura contribuisce a dare profondità e spessore ai romanzi della Ferrante, che non sono solo un narrare consapevole di eventi, ma assumono anche la capacità di andare oltre la superficie delle cose e capirne l’essenza.

“Flatlandia” di Edwin A. Abbott

Flatlandia è un libro scritto alla fine dell’Ottocento dal teologo e pedagogo inglese Abbott e rappresenta un’opera completamente inedita nella produzione dell’autore, noto tra i contemporanei soprattutto per gli scritti teologici, letterari e manualistici.

Il racconto è diviso in due parti. Nella prima parte il narratore descrive il mondo di Flatlandia che, come dice il nome, è un universo bidimensionale i cui abitanti sono delle figure geometriche le quali si muovono su un piano che per loro è l’unico concepibile. Il narratore è uno degli abitanti, e nella fattispecie è un quadrato, la forma che contraddistingue i professionisti.

Nella seconda parte, il quadrato racconta il suo incontro con una sfera proveniente da Spacelandia (il mondo a tre dimensioni) che lo illumina sulla presenza della terza dimensione. Inizialmente il protagonista fa fatica a concepire questo tipo di mondo, perché i suoi sensi non sono in grado di percepirlo. Succcessivamente, grazie agli insegnamenti della sfera, riesce ad andare oltre la conoscenza sensoriale e arriva a “vedere” la terza dimensione con gli occhi della mente.

Ma quando il quadrato si spinge ancora avanti, percependo mondi anche oltre la dimensione tridimensionale, la sfera si rifiuta di credergli e si dimostra ottusa come gli abitanti di Flatlandia, che non riescono ad elevarsi ad una conoscenza che vada oltre l’orizzonte del proprio universo.

Abbott ci presenta il confronto tra mondi, o meglio, prospettive del mondo diversi: si va dall’unica dimensione di Linealandia, a quella bidimensionale di Flatlandia, sconfinando poi in quella tridimensionale di Spacelandia. Non è preclusa nemmeno la possibilità di realtà a quattro, cinque dimensioni e anche oltre, nonostante non siano percepibili attraverso i nostri sensi.
Questo testo non è solo godibile per gli appassionati di materie scientifiche, ma può essere letto anche come critica alla rigida società vittoriana dell’epoca in cui visse l’autore. Infatti Flatlandia è una comunità essenzialmente conservatrice, dove le classi inferiori sono rese inoffensive con metodi anche brutali e, se da esse qualche individuo emerge per capacità e intelligenza, questi viene prelevato dalla sua famiglia e dato in adozione a membri di rango più elevato, per evitate che un giorno possa mettersi a capo di sedizioni contro l’ordine costituito.

Le donne poi hanno la forma di un ago e come tale appaiono agli abitanti del mondo bidimensionale come punti semiopachi, quasi invisibili. Quindi sono sottoposte ad un codice molto rigido in quanto, un loro movimento impovviso, può causare la morte di chi si trova vicino.

Una regola è quella che proibisce loro di camminare e anche di star ferme in qualsiasi luogo pubblico, senza muovere continuamente il posteriore da sinistra a destra, in modo da segnalare la propria presenza a chi sta dietro.


Un testo notevole per inventiva e densità di concetti. Richiede un po’ di impegno nella lettura ma lo sforzo è ampiamente ripagato dall’arricchimento che si riceve. Si può considerare anche un romanzo distopico ante litteram per la rappresentazione di una società nata dalla fantasia dell’autore ma con continui riferimenti critici a quella contemporanea del teologo inglese.

Gianrico Carofiglio- “La manomissione delle parole”

La manomissione delle parole” è un saggio sul linguaggio e sul potere che ha di raccontare storie e di produrre cambiamenti nella realtà.

Il linguaggio è uno strumento importantissimo che va utilizzato con grande cura e consapevolezza se vogliamo esplorare il mondo in tutte le sue sfaccettature e a diversi livelli di profondità.

Ognuno di noi, quando parla o scrive, dai messaggi sui social alla stesura di un articolo per un giornale, dovrebbe sentirsi responsabile di come usa le parole. Mentre al giorno d’oggi, si tende a riflettere poco, spinti più dall’onda emotiva del momento o dal bisogno di far presto, arrivare prima degli altri, utilizzando più gli slogan che discorsi argomentati.

In questo libro del 2013, l’ex magistrato, ormai scrittore affermato, ci guida con un’indagine rigorosa a riflettere su questa tematica,concedendosi anche sconfinamenti letterari e filosofici che vanno da Aristotele a Don Milani.

Carofiglio parte dalla considerazione che le parole sono spesso prive di significato perché svuotate da un uso eccessivo e inconsapevole.Per questo è necessario restituire loro senso e consistenza.
Con manomissione non intende solo un’operazione di rottura e ricostruzione, ma si rifà anche al significato che aveva nel diritto romano dove indicava la cerimonia in cui uno schiavo veniva liberato,riferendosi allo svincolamento delle parole dalle convenzioni verbali e dai non significati.
L’autore in questo libro riprende molti studiosi che si sono occupati della lingua e cita scritti di autori dall’antichità ai giorni d’oggi.

All’inizio del testo si occupa soprattutto delle parole asservite all’esercizio del potere, mettendo in rilievo come i totalitarismi abbiano ridotto all’osso il lessico da utilizzare perché, come afferma Zagrebelsky,“il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia”.
Nei tempi attuali, oltre ad un impoverimento del lessico, assistiamo alla progressiva perdita di aderenza delle parole ai concetti e alle cose.

Questo può avere conseguenze nefaste perché bisogna sempre considerare che le parole sono atti, il cui uso genera effetti e dovrebbe implicare responsabilità. E oltre alla sciatteria e alla banalizzazione, ci può essere un fenomeno ben più inquietante: l’occupazione della lingua e la sua manipolazione da parte dell’ideologia dominante.

Nel romanzo “1984” di Orwell, il regime di Oceania non si limita ad alterare la verità della storia, ma crea la Neolingua che ha lo scopo di alterare il linguaggio con cui l’individuo esprime il suo pensiero.

La Neolingua diminuiva la possibilità di pensiero, riducendo al minimo la scelta delle parole e sopprimendo quelle considerate non essenziali.

Infatti, l’abbondanza delle parole e la molteplicità di significato sono strumenti di pensiero; allo stesso tempo, la ricchezza del pensiero esige ricchezza del linguaggio.

Il progressivo contrarsi del linguaggio, in Oceania e in altri luoghi meno immaginari, ha per effetto prima l’impoverimento, poi una vera e propria inibizione del pensiero.
Per contrastare questi fenomeni, che sono tornati attuali, occorre ricominciare ad utilizzare, nella comunicazione, un linguaggio consapevole ma semplice
. L’oscurità delle parole, come afferma Calvino, è profondamente antidemocratica e bisogna sforzarsi di essere chiari, usando parole concrete.
Come eccellenza linguistica Carofiglio cita la Costituzione italiana perché è un testo piano, diretto e lineare, articolato in frasi che non superano le venticinque parole.

Queste due caratteristiche, uso del lessico di base e brevità dei periodi, rendono un testo condivisibile dai destinatari che sono i cittadini. Ovviamente semplice non significa banale. Il rigore è un’altra caratteristica fondamentale.
“La manomissione delle parole” è molto ricco di contenuti e fornisce numerosi spunti di riflessione, sulla lingua ma anche sul modo in cui viene utilizzata al giorno d’oggi, con un invito a tenere alta la guardia e a non rinunciare alle nostre capacità critiche nei confronti della società in cui viviamo.

Un libro che consiglio a tutti coloro che riflettono sul linguaggio e si interrogano sul suo significato.

Calvino- “Lezione americane. Sei proposte per il prossimo millennio”


Lezioni americane” è un libro basato su una serie di lezioni che Calvino doveva tenere per l’Università americana di Harvard nel 1985. La morte prematura dello scrittore non rese possibile lo svolgimento del ciclo ma, raccolte in volume, forniscono preziose informazioni sull’idea che Calvino aveva della letteratura e sull’importanza che ancora le attribuiva alle soglie del nuovo millennio.

Le lezioni previste erano sei:

  1. Leggerezza
  2. Rapidità
  3. Esattezza
  4. Visibilità
  5. Molteplicità
  6. Coerenza (solo progettata)

 All’inizio della prima, la Leggerezza, lo scrittore cerca di dare una definizione al suo lavoro,proponendo la seguente: “la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e del linguaggio”.

In questo modo mette subito in rilievo che considera la leggerezza un valore e non un difetto. Ripercorrendo la storia della letteratura, si può dire che due vocazioni opposte si contendono il campo attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sulle cose come una nube; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, la concretezza delle cose, delle sensazioni.

 Come esempio di leggerezza del linguaggio, tra gli altri cita Leopardi, il quale, a dispetto dell’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta alla finestra, la trasparenza dell’aria e soprattutto la luna.

 Appena si affaccia nei suoi versi, la luna ha sempre comunicato una sensazione di levità, di silenzioso e calmo incantesimo. E il miracolo di Leopardi, sottolinea Calvino, è stato quello di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare.

 La ricerca della leggerezza nel linguaggio, quindi, deve essere intesa come reazione al peso di vivere.

 Un altro valore a cui si rifà Calvino è quello della rapidità nella narrazione delle storie. A questo scopo fa riferimento alla tradizione popolare che risponde a criteri di funzionalità:“trascura i dettagli che non servono ma insiste sulle ripetizioni, per esempio quando una fiaba consiste in una serie di ostacoli da superare. Il piacere infantile d’ascoltare storie sta anche nell’attesa di ciò che si ripete: situazioni, frasi, formule.”

Anche nella prosa, come nelle canzoni e nella poesia, ci sono avvenimenti che rimano tra loro e danno vita al ritmo. Un buon ritmo tiene il lettore incollato alla pagina scritta.

Calvino racconta come fin dalla giovinezza abbia scelto come suo motto l’antica massima latina Festina lente, affrettati lentamente. Questa espressione condensa adeguatamente l’intensità e la costanza del lavoro intellettuale. Lo scrivere prosa, secondo Calvino, non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia: “in entrambi i casi è ricerca di un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile”

Nella terza conferenza Calvino voleva occuparsi dell’esattezza. Questo bisogno deriva da una sua ipersensibilità verso il linguaggio che gli sembra venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato. Ha l’impressione che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’uso della parola, che si manifesta come perdita di forza conoscitiva, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche eanonime.

Forse solo la letteratura può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

All’inizio dello scritto in cui tratta della visibilità, c’è una citazione dal Purgatorio della Divina Commedia, dove Dante dice “Poi piovve dentro a l’alta fantasia”.

Ci troviamo nel girone degli iracondi e Dante sta contemplando delle immagini che si formano direttamente nella sua mente e che rappresentano esempi classici e biblici di ira punita. Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè è dio che gliele manda.

L’alta fantasia, che rappresentala parte più elevata dell’immaginazione, crea visualizzazioni che rimangono scolpite nella memoria di chi legge.

 Calvino fa poi una considerazione sugli scrittori più vicini a noi i quali stabiliscono collegamenti con emittenti terrene, come l’inconscio individuale e collettivo, il tempo ritrovato delle sensazioni, le epifanie. Sono processi che,anche se non partono dal cielo, vanno oltre il nostro controllo, assumendo rispetto all’individuo una sorta di trascendenza.

 Calvino si sofferma su come nascono i suoi scritti: “nell’ideazione d’un racconto la prima cosa che mi viene in mente è un’immagine che per qualche ragione mi si presenta carica di significato (…).Appena l’immagine è diventata abbastanza netta nella mia mente, mi metto a sviluppare una storia, o meglio, sono le immagine stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé.”

Ma nello stesso tempo, conclude, la scrittura assume sempre più importanza: dal momento in cui comincia a mettere nero su bianco, è la parola scritta che conta.

Alla fine Calvino si chiede quale possa essere il futuro dell’immaginazione individuale in quella che chiamiamo la “civiltà dell’immagine”, in un’epoca in cui siamo bombardati da una quantità di immagini tale che non siamo più ingrado di distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto alla televisione.

Pensa ad una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore, permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, autosufficiente, icastica. La letteratura dovrebbe rappresentare: “lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto”

 Nella quinta conferenza Calvinodoveva trattare della molteplicità, introducendo il tema del romanzo contemporaneo come enciclopedia, metodo di conoscenza e come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo.

 Lo scrittore che sceglie per esemplificare questo concetto è Carlo Emilio Gadda il quale, per tutta la vita cercò di rappresentare il mondo come un garbuglio, un groviglio, senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità.

In ogni episodio dei romanzi di Gadda, ogni minimo oggetto è visto come il centro di una rete direlazioni che lo scrittore non sa trattenersi dal seguire, moltiplicando i dettagli all’infinito.

Anche Proust, come Musil e altri scrittori del Novecento, danno vita a romanzi smisurati a cui spesso non riescono a dare una conclusione. Ma, secondo Calvino, la letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche oltre ogni possibilità di realizzazione. “Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessuno altro osa immaginare la letteratura continuerà a vivere”.

Questa citazione, come gli appunti delle lezioni contenute in questo libro, la possiamo considerare come un vero e proprio testamento letterario di Calvino, che morirà di lì a poco.

 Le Lezioni americane sono un testo piuttosto impegnativo: si tratta di vere e proprie lezioni di letteratura. Ma se si ha la pazienza di leggerle con attenzione e calma, se ne possono ricavare molti spunti e riflessioni, oltre al piacere che deriva dal seguire lo scrittore italiano in un vero e proprio excursus nella letteratura di tutti i tempi.

“Blog e autore. La mia verità sul mondo social” di Tiziana Cazziero

L’autrice, con alle spalle numerose pubblicazioni e blogger di lungo corso, con questo manuale si rivolge a tutti gli autori emergenti che sono alle prese con la promozione del proprio libro.

A tale scopo, mette a disposizione l’esperienza accumulata in questo settore sia dal punto di vista tecnico sia sotto forma delle molte iniziative messe in campo sui social e come blogger per promuovere le sue opere.

Si tratta di attività indispensabili visto che quando, dopo un lungo lavoro, riusciamo a pubblicare un libro che magari sarà reperibile su numerosi store online, in realtà questo non si può considerare un punto di arrivo ma di partenza. Infatti, anche se non abbiamo pubblicato in self, difficilmente una piccola casa editrice si farà carico della promozione del nostro libro che dovremo gestire personalmente, dedicandogli energie e molto tempo.

Per trovare una casa casa editrice che faccia al caso nostro, una volta evitate in modo deciso quelle a pagamento, bisogna dedicarsi ad una ricerca sul web per individuarne qualcuna seria, e che pubblichi il genere del libro in questione. Una volta fatta una selezione, bisogna mandare il manoscritto o parte di esso ad una decina di queste e attende le risposte.

Ricevere dei no è sempre possibile, ma questo non ci deve fermare.

È importante visionare in modo costante il sito della casa editrice per verificare che seguono gli autori pubblicati, se i loro libri siano presenti nei principali store online e nelle librerie fisiche.

Sarebbe anche utile dare un’occhiata a testi già pubblicati per verificare la presenza di refusi, sinonimo di sciatteria e poca professionalità.

Per trovare case editrici è importante anche partecipare a concorsi letterari con in palio pubblicazioni.

Nel testo viene messo in rilievo anche l’importanza dell’autopromozione. Infatti non solo è necessario promuovere il libro ma anche sé stessi, farsi conoscere, operare sul web.

A questo scopo l’autrice consiglia di aprire un blog, un sito, di fare recensioni, creare pagine di incontro online. Aprire diversi profili social, essere presenti nelle discussioni con interventi che suscitino interesse.

Ma anche contattare persone, farsi fare recensioni, farsi intervistare, darsi molto da fare, mettendo in campo anche un pizzico di creatività.

Nella seconda parte, l’autrice racconta l’esperienza del gruppo Facebook “I nostri ebook- parliamone” che ha aperto nel 2014 per parlare dei suoi scritti, di come sia cresciuto, facendo fare presentazioni in diretta di autori tramite interviste.

Infine parla del blog per promuovere il libro che aveva pubblicato. Comincia a leggere e recensire autori emergenti, li promuove anche tramite interviste. Sottolinea l’importanza di avere un blog che in pratica è un diario pubblico a cui tutti possono accedere e scoprire qualcosa di te. Richiede tempo perché bisogna aggiornarlo, ma se siamo motivati lo consiglia a tutti.

Questo e molto altro troviamo in questo testo breve ma farcito di numerosi consigli pratici su come promuoversi sul web e anche fuori da esso.

La conclusione dell’autrice è che la promozione vada fatta in modo serio e costante e che, per ottenere risultati, ci vuole tempo e grande pazienza.

Woolf- Consigli ad un aspirante scrittore

Virginia Woolf è stata una delle figure più importanti della letteratura del Novecento. Oltre alla scrittura, si è dedicata alla critica letteraria e alla lotta per la parità dei sessi.

Tutti conosciamo, almeno per sentito dire, opere come “La signora Dalloway” e “Gita al faro”, nelle quali l’autrice si allontana dalla struttura tradizionale della trama e dei dialoghi e sviluppa tecniche di narrazione più moderne, centrando l’attenzione sul monologo interiore.

Nelle sue opere il tempo non segue una cronologia precisa, ma la narrazione è influenzata soprattutto da pensieri dei vari personaggi o ricordi suscitati da situazioni che questi vivono o dall’ambiente circostante.

Nel saggio “Una stanza tutta per sé”, afferma che una donna deve avere “denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”, rivendicando anche per il sesso femminile il diritto e la libertà di essere una scrittrice.

Il libro “Consigli ad un aspirante scrittore” raccoglie una serie di scritti, soprattutto estratti del suo diario, nei quali Virginia Woolf non dispensa consigli a scrittori in erba ma annota considerazioni personali su autori letti, sulla critica, sull’estasi e il tormento della scrittura, e sull’esistenza.

La prima parte è di lettura difficoltosa perché riporta pagine di diario in cui scrive essenzialmente per sé e mancano talvolta riferimenti per comprendere bene quello che dice.

Successivamente, invece, la lettura scorre meglio anche perché l’autrice comincia a registrare i suoi pensieri pensando che qualcun altro, oltre a lei, possa un giorno fruirne. Il testo è interessante perché permette di entrare nella fucina della scrittrice e vederla all’opera mentre si divide tra critica e scrittura, si scava faticosamente dentro e ricerca la forma migliore per riportare sulla pagina quello che vuole esprimere. È un lavoro che diventa talvolta spossante, anche perché intervallato dalle crisi di nervi che periodicamente si manifestavano, ma che non riesce quasi mai ad interrompere se non per brevi periodi.

Leggendo i sui diari possiamo seguire la nascita delle idee che poi si trasformeranno nei suoi capolavori, il lento e paziente lavoro quotidiano, la fatica e l’impazienza di arrivare alla fine, il lavoro di revisione che sembra non concludersi mai e, una volta arrivati alla pubblicazione, l’attesa spasmodica per i giudizi dei critici. E alla fine di tutto, la voglia di ricominciare con un nuovo lavoro.

Di tutte queste fasi è costellata la vita degli scrittori e molti di loro si riconosceranno negli stati d’animo dell’autrice americana, messi a nudo in queste pagine. Così come sentiranno loro quello che lei definisce il vecchio problema dello scrittore: “Come mantenere l’ispirazione eppure essere esatti. Tutta la differenza tra lo schizzo e il lavoro finito