La maestra Candida e la migliore delle scuole possibili (seconda parte)

Le maestre si erano fatte l’idea che i professori avessero paura di mettersi in gioco e volessero mantenere sempre la loro puzza sotto il naso. Ma alla fine, dicevano, anche loro farebbero meglio a scendere dal piedistallo. A questo proposito, la maestra Maria, una delle veterane della scuola, nonché tra le più fedeli seguaci del Senza Soma, raccontò un episodio che era accaduto l’anno precedente:

“Un bambino di nome Carlo aveva finito la quinta elementare e aveva cominciato la scuola media. Come molti altri, i suoi genitori si erano separati e lui soffriva molto di questa separazione, anche perché sia la madre che il padre si erano rifatti una nuova vita e lui aveva la sensazione di essere messo in secondo piano rispetto ai fratelli più piccoli. A volte in classe faceva commenti inopportuni verso i compagni ma tutto sommato, almeno alla primaria, ci sembravano comportamenti che rientravano nella normalità. Verso la metà dello scorso anno, parlando con alcuni insegnanti delle medie, venne fuori che Carlo aveva cominciato a prendere in giro pesantemente un nuovo compagno che era stato inserito da poco nella classe, in quanto proveniente da un’altra provincia. Questi era un po’ grassottello e goffo e pare che Carlo avesse trascinato con sé anche diversi bambini della classe per cui si era creata una situazione quasi di persecuzione nei confronti del nuovo arrivato.

Ora, a parte che non mi capacito di come un bambino tutto sommato corretto come Carlo possa arrivare a tanto, ma penso che il motivo sia da ricercare nell’ impostazione rigida dei professori, i quali non hanno saputo creare il clima giusto per una corretta convivenza.

Tra l’altro io sono rimasta in buoni rapporti con Carlo. Pensa che un giorno mi ha mandato una foto di una nota che gli aveva fatto uno degli insegnanti meno sensibili e, pensa un po’, la nota conteneva un errore ortografico!

Durante una riunione con i docenti delle medie, non ho potuto fare a meno di farlo notare e loro si sono scandalizzati del comportamento del loro alunno, affermando tra l’altro, che non era possibile che il loro collega avesse fatto un errore di ortografia. Secondo qualcuno era più probabile che fosse stato Carlo a modificare il testo della nota per mettere in cattiva luce il troppo punitivo docente. Ma vi rendete conto? A che punto può arrivare la presunzione di questi professori?”

Candida aveva ascoltato con attenzione questo resoconto dell’accaduto. Si fidava di quello che diceva la maestra ma rimase un po’ perplessa sulla modalità con cui la foto era arrivata a lei. Questo episodio comunque non scalfì minimamente il suo ottimismo e si preparò a cominciare il nuovo anno scolastico, armata dei nuovi strumenti che gli aveva fornito il Senza Soma.

Il primo giorno di scuola della nuova era del suo insegnamento, entrò nell’ampio ingresso di una scuola di recente costruzione. La luce entrava copiosa dalle grandi vetrate, gli arredi e i colori creavano una sensazione di rilassamento e armonia. Fuori, un giardino ben curato rendeva gradevole la vista dalle finestre delle aule, oltre che piacevole giocare in mezzo al verde.

Le scuole scalcinate e spesso antiestetiche dove era stata fino ad ora, erano lontane anni luce.

A Carla era stata assegnata una seconda e una quinta, quindi due classi che già conoscevano il Senza Soma e per questo avrebbe e avuto il lavoro semplificato, pensando che si sarebbe dovuto inserire in un meccanismo già oliato.

Alla sua domanda se fossero presenti casi particolari, le colleghe risposero in maniera piuttosto evasiva, accennando solo ad alcuni bambini un po’ difficili, ma come ce ne erano in tutte le classi. Si soffermarono solo su due fratelli, di cui il maschio frequentava la seconda, che venivano da una famiglia molto numerosa e un po’ disagiata, non solo economicamente. Non avevano avuto una vera e propria educazione e talvolta erano difficili da gestire.

Ma con il metodo Senza Soma, le dissero, si poteva trovare una soluzione a questi problemi. Per esempio mettendolo a fare lavori o giochi alternativi alla didattica della classe. Entrambi i due fratelli comunque erano seguiti da un insegnante di sostegno molto esperta che le avrebbe fornito tutti i particolari e eventualmente dato qualche consiglio.

Ma era il momento di cominciare. La mattinata cominciava con un’adunata di tutti i bambini all’ ingresso della scuola, nello spazio chiamato Agorà, dove ogni mattina venivano lette alcune pagine di un libro che i bambini ascoltavano in religioso silenzio. Questo momento funzionava come camera di decompressione tra l’esterno e l’ingresso vero e proprio nella classe, dove molto gradualmente sarebbero cominciate le attività didattiche.

I primi giorni Candida lo dedicò alla conoscenza dei bambini e a creare un ambiente il più rilassato possibile, quindi senza troppe forzature, permettendo loro di sedersi dove preferivano. Dopo qualche settimana, cominciò a disporre i bambini intorno ai tavoli cercando di formare dei gruppi più o meno omogenei per poter lavorare per livelli, come veniva raccomandato dalle linee-guida del Senza Soma. Tutto sembrava svolgere in modo tranquillo ma notò che, quando voleva spostare gli alunni, qualcuno protestava e obbediva solo dopo che lei aveva insistito parecchio. Candida cercava di motivare sempre i suoi cambiamenti come si conviene ad un metodo che mette al centro il dialogo con i bambini e la collaborazione, ma non sempre le argomentazioni risultavano efficaci.

Ma Candida era convinta della bontà del modello che aveva svelto e pensava che con il tempo sarebbe stata in grado di comunicare in modo più efficace, applicando al meglio il Senza Soma per il bene dei bambini.

Dopo alcune settimane ebbe anche la sensazione che gli alunni che si trovava davanti fossero meno empatici rispetto ad altri avuti nel passato, nonostante il metodo di insegnamento fosse più tradizionale e quindi più gravoso per loro. Ma cercò di cacciare subito questa impressione, attribuendola al fatto che ancora non la conoscevano bene e magari si erano affezionati alla maestra dello scorso anno che si era trasferita altrove.

Del resto si trovava nella migliore delle scuole possibili.

Con il passare del tempo, cominciarono ad emergere alcuni casi particolari. Il primo a farsi notare fu Marco, il bambino appartenente alla famiglia disagiata, il quale era molto affettuoso e anche voglioso di fare bella figura con le maestre, ma aveva evidenti difficoltà di apprendimento, che frustravano i suoi tentativi. Inoltre, aveva anche momenti in cui diventava poco gestibile in classe e chiedeva in continuazione di uscire.

Candida si era consultata con l’insegnante di sostegno, una signora molto disponibile e con un grande bagaglio di esperienze, con cui avevano studiato alcune strategie per permettere a Marco di rimanere in classe, magari svolgendo attività alternative. Quindi, aiutato a turno anche da qualche suo compagno, gli venivano proposti alcuni giochi presenti negli angoli della classe, in cui doveva fare più un’attività manipolativa, che lo stancata meno rispetto a quello della classe. Se seguito da un insegnante, Matteo svolgeva con piacere queste attività e dimostrava di ricercare sempre il rapporto con l’adulto.

Ma quando non era possibile seguirlo individualmente perché non era presente la maestra di sostegno e la maestra della classe doveva seguire gli altri, dopo poco smetteva di fare ogni attività anche la più semplice. Anche quando venivano svolte attività comuni a tutta la classe più laboratoriali, come semplici attività musicali o artistiche o di movimento, Marco non riusciva ad interagire correttamente con i compagni e prima o poi finiva col dire o fare qualcosa che urtava la sensibilità degli altri e talvolta finivano a male parole, se non a botte.

Ma nonostante questi problemi, Marco dimostrava di essere un bambino buono che, con l’intervento dell’ adulto, riusciva a ragionare e a comportarsi meglio. Almeno fino all’ episodio successivo.

Non era però l’unico caso particolare.

Nella classe di Matteo, la più problematica, c’era anche Sara, una bambina che aveva sempre l’aria un po’ insofferente e sembrava non trovarsi a suo agio in classe. Sara aveva espressivi occhi neri che distoglieva non appena cercavi di entrare in relazione con lei. Non aveva alcuna problematica particolare ma sembrava vivere un disagio che forse le veniva dalla famiglia, anche nel suo caso numerosa. Al contrario di Marco, lei era sempre pulita e vestita nel migliore dei modi, talvolta addirittura era venuta a scuola con un po’ di trucco sugli occhi.

La madre, interrogata al riguardo, si era giustificata dicendo che una mattina Sara si era introdotta in camera sua e aveva usato i suoi trucchi. Era quasi l’ora del pulmino e non aveva fatto in tempo a ripulirle il viso. Probabilmente era piuttosto abile a scivolare in camera della madre proprio a ridosso dell’ ora di partenza, visto che il trucco sul viso era comparso più di una volta.

Rimase invece sorpresa della presunta irrequietezza della figlia, affermando che a casa era sempre serena e tranquilla e non aveva mai riscontrato problemi con le sorelle più grandi né con il fratello più piccolo.

La maestra di sostegno della classe disse invece a Candida che qualche volta Sara si era lamentata del fatto che a casa non la considerasse nessuno e spesso litigasse con le sorelle. Era difficile sapere a che punto si trovasse la verità ma spesso i bambini si esprimono senza troppi filtri. Probabilmente Sara aveva un carattere molto forte e mal tollerava questa situazione domestica che comunque era comune a molte famiglie numerose.

Durante l’anno, la bambina talvolta discuteva con le compagne e ogni tanto rispondeva male anche alle maestre. Candida sperava con il tempo di riuscire ad entrare in sintonia con lei, magari lasciandole più spazio, rispetto agli altri. Ma più spazio le veniva concesso, più se ne prendeva. Verso metà anno cominciò ad uscire dalla classe sempre più spesso, senza controllare se il semaforo fosse verde e cominciò a trattenersi in bagno sempre di più a lungo, al punto che ogni tanto la maestra la doveva andare a cercare. A volte trovava qualche altro bambino problematico di altre classi e si intratteneva con loro, ritardando sempre di più il momento di tornare in classe. Era diventato difficile gestirla e, quando non c’era la compresenza della insegnante di sostegno, Candida aveva difficoltà a gestire la situazione, dovendo anche seguire gli altri bambini. Tra l’altro c’era sempre Marco che, se preso da solo, si riusciva a trovare il modo di ammansirlo ma se trovava una sponda diventava molto difficile addomesticarlo.

Ma non era finita qui. Un altro bambino aveva attirato l’attenzione della maestra fin dall’ inizio a causa del suo sguardo triste e duro insieme. Si trattava di Gabriele, un bambino adottato che sembrava portare su di sé tutte le ferite del periodo trascorso nella casa famiglia. Per tutto il primo mese, non creò grossi problemi, anzi sembrava fare un grosso sforzo per impegnarsi e lavorare come tutti gli altri. Ma, nonostante le maestre cercassero di aiutarlo e sostenerlo quando si trovava in difficoltà, ad un certo punto cominciò a vivere il fatto di non riuscire a stare al passo con gli altri come un fallimento e manifestò segni di irrequietezza sempre maggiori.

Non riusciva ad interagire bene con i suoi compagni con i quali aveva un rapporto conflittuale, a parte con un bambino più debole caratterialmente che sembrava subire la sua personalità e che acconsentiva a tutte le sue richieste, costringendolo ad avere a che fare solo con lui, escludendo completamente gli altri.

Con il tempo anche lui tendeva ad uscire sempre più spesso e, approfittando dei momenti meno strutturati, che erano numerosi nella scuola Senza Soma, tendeva ad allontanarsi dalla sua classe e a vagare per la scuola, portandosi dietro anche Sara e Marco che non aspettavano altro.

Candida sentì che la situazione le stava sfuggendo di mano e non capiva come mai in altre scuole non si fosse mai trovata ad avere a che fare con casi così poco gestibili. Tra l’altro il modello Senza Soma doveva garantire una situazione di benessere per tutti i bambini, grazie alla personalizzazione degli apprendimenti, all’accoglienza, al dialogo. Forse non aveva recepito bene le indicazioni del Senza Soma, oppure era stata solo sfortunata ed aveva trovato elementi particolarmente difficili? Non riusciva a darsi una spiegazione.

Quando aveva consultato la collega di matematica che condivideva con lei le due classi, si era sentita ribadire i principi che già conosceva. Le aveva chiesto se anche lei avesse riscontrato gli stessi problemi e la risposta era stata negativa: erano bambini con qualche difficoltà ma si potevano gestire, nessuna situazione veramente difficile.

Giunse allora alla conclusione che il problema era lei è la sua scarsa esperienza o incapacità di entrare nei meccanismi del Senza Soma.

La collega di sostegno vedendola che si stava abbattendo sempre di più cercò di sostenerla e darle una mano:

“È vero che queste situazioni sono esplose quest’anno, ma erano presenti tutte le condizioni perché questo accadesse. I bambini in questione hanno sicuramente dei problemi, chi più chi meno, ma in questo caso il fatto di non avere delle regole ferme ha fatto sì che diventassero sempre più privi di controllo con il risultato che abbiamo oggi”

In realtà le norme di comportamento venivano fornite ai bambini, anzi venivano scritte con loro in modo che fossero maggiormente condivise, ma non esistevano vere e proprie sanzioni se qualcuno non le rispettava, a parte punizioni molto blande ed evidentemente non adeguate in questi casi limite.

Intanto il malessere di Candida aumentava sempre di più. Da qualche tempo dormiva male la notte, svegliandosi spesso in preda all’ansia di doversi recare sul posto di lavoro la mattina successiva. Ad un certo punto cominciò ad avere giramenti di testa che si manifestavano quando la giornata a scuola era stata particolarmente difficile. Prima di andare a casa doveva sedersi su una sedia e cercare di riprendersi perché il rischio di cadere era molto concreto.

Un giorno in cui la situazione era stata particolarmente esasperante, tornò a casa e andò a controllare se i termini per la richiesta di trasferimento fossero scaduti.

Per fortuna mancava ancora qualche giorno ma doveva affrettarsi. Si sedette davanti al computer e non si alzò fino al quando la richiesta non ebbe esito positivo.

Aveva indicato molte scuole, anche distanti, pur di essere sicura che glielo avrebbero concesso.

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La maestra Candida e la migliore delle scuole possibili (Prima parte)

Candida era una giovane maestra che, dopo aver concluso il suo percorso di studi, aveva cominciato a fare le prime supplenze nella scuola primaria.

Il suo sogno fin da bambina era sempre stato quello di insegnare e, mentre faceva l’università, il suo proponimento si era rafforzato sempre di più soprattutto perché aveva appreso teorie pedagogiche e didattiche che mettevano il bambino al centro dell’ apprendimento e avevano come scopo la sua crescita personale, cercando di fare emergere e valorizzare le sue potenzialità. Secondo queste idee illuministe, se il bambino fosse stato approcciato in modo positivo, rispettando il suo modo di essere e cercando di creare sempre un canale comunicativo, il lavoro dell’insegnante non poteva che avere un esito positivo. Sembrava che il modello dominante fosse quello ritratto dal filosofo Rousseau che dipingeva il fanciullo come “buono per natura”, che solo l’educazione poteva modellare in modo più o meno positivo.

Quando fu chiamata a fare le prime supplenze, Candida si trovò però davanti ad una realtà molto diversa da come l’aveva immaginata. Da una parte i bambini sembravano più che buoni, anarchici per natura e, quando entrò in classe per la prima volta, fece molta fatica per riportare un livello appena accettabile di ordine e disciplina.

Confrontandosi con le altre maestre, che avevano dietro di sé qualche anno in più di esperienza, venne a sapere che l’unico modo per farsi rispettare era quello di presentarsi in modo autorevole e distaccato, senza dare alcuna confidenza agli agitati pargoletti.

Candida non era convinta di queste conclusioni e fece presente alle colleghe che le nuove teorie pedagogiche andavano in un’altra direzione, e che ci si poteva porre in maniera diversa nei confronti della classe che doveva essere intesa come un insieme di individui, ognuno con la sua personalità e le sue esigenze.

Quando sentirono queste considerazioni della giovane supplente, alcune maestre risero di gusto, mentre altre, più diplomatiche, spiegarono che era capitato anche a loro di sperimentare delle strategie di insegnamento che dessero più spazio ai singoli bambini, come lavori di gruppo, attività alternative ma alla fine erano tornati alla didattica tradizionale perché la situazione era diventata in breve tempo ingestibile. Secondo loro si potevano e si dovevano sperimentare forme di democrazia all’interno della classe ma tutto doveva rimanere sotto il fermo controllo dell’insegnante, altrimenti si finiva con il degenerare in situazioni caotiche o di conflitto.

Ovviamente, le situazioni difficili rimanevano anche utilizzando la didattica tradizionale ma, secondo l’opinione delle veterane della scuola, con forme più moderne di insegnamento la situazione peggiorava in modo evidente.

Ma la maestra Candida continuava ad essere perplessa: non poteva accettare che tutto quello che aveva studiato nel suo corso di laurea fosse da ricondurre al mondo delle idee di platonica memoria, confinato oltre la volta celeste e irraggiungibile. In cuor suo era convinta che un’applicazione pratica ci dovesse essere.

Le supplenze si susseguivano, le scuole cambiavano ma la situazione, a parte lievi cambiamenti, nella sostanza non mutava.

Un pomeriggio Candida partecipò insieme ad altre colleghe ad un incontro con volontari dell’Unicef, che ogni anno proponevano delle attività da svolgere in collaborazione con le scuole, per sensibilizzare i bambini sui problemi dei loro coetanei in difficoltà.

Erano presenti anche insegnanti di altre scuole e, ad un certo punto, fu presentata un Istituto Comprensivo dove si adottava il progetto Senza Soma, che aveva ricevuto l’attestazione di scuola “Amica dei bambini” in quanto era stato creato un ambiente in cui tutti collaborano e tutti si rispettano.

La maestra Candida si riscosse dal torpore che la stava prendendo, come spesso accade durante queste riunioni, e subito si appuntò il nome di tale scuola, riproponendosi di cercare informazioni a riguardo.

Una volta a casa, andò a cercare in sito della scuola Senza Soma e trovò delle belle immagini di classi ampie e luminose, arredate in modo piacevole alla vista e ricche di materiale didattico di tutti i tipi come cartine, giochi, semplici strumenti musicali, angoli per disegnare o rilassarsi, ecc.

Non erano presenti dei banchi, ma dei grandi tavoli di legno di colore chiaro intorno a cui erano disposte sedie che avevano in fondo alle gambe delle palline da tennis bucate in modo tale che non facessero rumore quando le spostavano.

In mezzo ad ogni tavolo c’era del materiale come pennarelli, matite, fogli, penne, forbici che erano in comune per tutti, mentre su una parete erano inseriti degli spazi dove gli alunni mettevano la loro cartella e potevano lasciare il loro materiale, senza doverlo portare a casa tutti i giorni. Il nome Senza Soma veniva proprio da questo: i bambini non dovevano sentire il peso della scuola che vivevano non come oppressione ma come qualcosa di piacevole e questo si traduceva anche nel portare a e da casa solo il materiale necessario. Il resto rimaneva a scuola e veniva usato solo in classe.

Le fondamenta su cui si reggeva questa idea di scuola erano l’ospitalità, la responsabilità e la comunità che si traduceva nell’idea di accoglienza e di rispetto nei confronti di tutti, nell’essere protagonisti e quindi responsabili del proprio processo di apprendimento e nell’ essere parte di una comunità più grande, che comprende anche altre scuole con gli stessi valori, oltre ai genitori e ad attività da svolgere all’ esterno.

Inutile dire che Candida fu veramente affascinata da questa presentazione. Finalmente sembrava aver trovato il modello di scuola a cui aspirava e subito si mise a cercare se ci fosse qualche istituto nella sua provincia che aderisse al modello Senza Soma.

Con sua grande piacere e anche sorpresa, non solo trovò una scuola con queste caratteristiche non lontana da casa sua, ma le giunse notizia che c’erano anche posti disponibili per eventuali supplenze annuali. Pensò che fosse strano che, una volta approdati ad un Istituto dalle idee così innovative, un insegnante pensasse di andare da un’altra parte l’anno successivo, ma sapeva che ogni scelta fosse personale e non dipendeva solo dal trovarsi più o meno bene in una scuola.

A settembre del nuovo anno scolastico, la maestra Candida approdò dunque alla scuola Senza Soma e non vedeva l’ora di conoscere la dirigenza, i nuovi colleghi e i fortunati alunni che potevano beneficiare di questo metodo di insegnamento così attento alla loro crescita personale e rispettoso dei loro bisogni.

Il primo giorno si teneva l’incontro con la Dirigente del Comprensivo, una signora energica e sorridente, che cominciò a spiegare ai nuovi arrivati le linee guida della scuola che erano improntate prima di tutto all’accoglienza dei nuovi insegnanti.

Il nucleo della didattica del Senza Soma era costituito dalla divisione della classe in gruppi di apprendimento di livello diverso, ognuno del quale si sarebbe raccolto intorno ad un tavolo che veniva chiamato isola.

L’insegnante avrebbe preparato per ogni argomento quattro o cinque lezioni diverse a seconda delle capacità di ogni gruppo, in modo tale che poi ognuno di questi avrebbe potuto lavorare in modo autonomo. Una volta avviato il lavoro, la docente poteva dedicarsi a quei bambini che trovavano comunque difficoltà, sedendosi con loro nelle isole o facendo loro svolgere attività alternative nei diversi angoli attrezzati della classe, come un disegno o un gioco.

La cattedra era stata abolita anche materialmente, visto che la maestra non faceva calare dall’alto gli argomenti da imparare, ma accompagnava l’apprendimento delle conoscenze che gli alunni avrebbero appreso in maniera autonoma, al limite facendosi aiutare dai compagni che sedevano accanto a lui.

Anche per le uscite in bagno, i bambini dovevano imparare a gestirsi da soli, senza bisogno di chiedere il permesso all’ insegnante. Infatti accanto alla porta dell’ aula c’era una sorta di semaforo dove i bambini dovevano inserire il colore rosso quando uscivano. Se vedevano che il colore era verde, il fanciullo che aveva bisogno di uscire, in maniera autonoma si alzava e andava in bagno senza chiedere niente a nessuno.

La maestra Candida fu veramente colpita da questa presentazione e fece anche molte domande alla preside perché voleva avere ancora più informazioni. La dirigente approvò questo entusiasmo e disse che lo spirito era quello giusto. Poi se ne andò rassicurando i nuovi arrivati: nei primi mesi di scuola ci sarebbe stato un corso di formazione sul nuovo tipo di didattica a cui tutti i nuovi arrivati avrebbero dovuto partecipare. Così avrebbero appreso meglio le tecniche di questo tipo di lavoro.

Nei giorni successivi, Candida conobbe le nuove colleghe che la accolsero calorosamente sfoggiando per l’occasione i loro sorrisi migliori. Le spiegarono che la preside era molto contenta, a parte qualche rara eccezione, del lavoro che facevano alla primaria ma aveva frequenti discussioni con i docenti della scuola media. Infatti questi, nonostante gli indubbi vantaggi del metodo Senza Soma, si rifiutavano di recepire tale modello di insegnamento nel loro ordine di scuola, affermando tra l’altro, che i ragazzi non imparavano nulla.

Lo scorso anno, tra l’altro, la preside aveva fatto irruzione durante una riunione pomeridiana nel plesso di una scuola media e, visto che i vetusti professori si ostinavano a tenere la cattedra davanti alle file dei banchi, invece che spostarla da una parte e usarla solo come piano di appoggio, aveva chiamato gli operai del comune ordinandogli di far rimuovere tutte le cattedre dalla scuola. Il giorno dopo i reazionari docenti si trovarono davanti gli alunni a far lezione solo con una sedia, senza saper nemmeno dove mettere i libri e la borsa. Ben gli stava.

(Fine parte prima)

“L’ultimo libro”

Mancava meno di un’ora all’arrivo del nuovo anno.

Anna con una scusa era riuscita a sottrarsi all’allegra brigata di amici che continuava a vociare nel soggiorno. Ora si trovava nel suo studio che per lei era stato per anni un luogo dove lavorare e rifugiarsi nella lettura dei suoi amati libri.

Quando gli impegni della quotidianità lo permettevano, infatti, si accomodava sulla poltrona vicino alla finestra e si dedicava al suo passatempo preferito: immergersi ogni volta in un universo diverso, immedesimandosi nei personaggi, vivendo storie, dipingendosi ambientazioni talmente varie che nessun essere umano avrebbe potuto sperimentare nella sua vita per quanto ricca di esperienze potesse essere.

Ma ora gli scaffali erano quasi deserti. Al posto dei volumi che tanto amava, aveva disposto una serie di anonimi oggetti che non riuscivano nemmeno lontanamente a coprire il vuoto che i libri avevano lasciato.

L’ordinanza del governo di Popolandia era stata chiara: nessun cittadino doveva possedere più alcun libro. Pena il carcere e diversi mesi di Campi di Correzione i cui reduci si aggiravano per la comunità con lo sguardo spento e quasi privi di volontà. Nessuno sapeva cosa succedesse lì dentro, visto che le larve umane che facevano ritorno non proferivano parola, limitandosi a condurre, ora in maniera assolutamente meccanica, la propria vita.

Questi metodi che avrebbero fatto inorridire chiunque solo trenta anni prima, nel 2047 venivano accettati o quantomeno tollerati dalla maggior parte della popolazione. Infatti la propaganda governativa aveva fatto passare i lettori impenitenti come pericolosi delinquenti che tramavano contro l’ordine costituito, armati dei loro testi scritti: era un’epoca in cui si poteva leggere solo su dispositivi digitali, controllati direttamente dalla Polizia del Consenso. Purtroppo molti dei testi che formavano il patrimonio culturale dell’umanità erano stati epurati, in quanto ritenuti forieri di idee potenzialmente rivoluzionarie.

La verità è che a molti la vita che conducevano andava bene così. Avevano il necessario per i loro bisogni e per divertirsi. Nessuno era tenuto a pensare e, per i più esigenti, c’era anche l’illusione di poter decidere qualcosa a livello di comunità.

Infatti l’Esecutivo, una volta alla settimana, faceva comparire sui dispositivi digitali che tutti possedevano, un quesito su cui la popolazione poteva esprimere il proprio parere. Non era necessario sforzare troppo le meningi, infatti si sceglieva tra risposte che erano già date, ma a qualcuno piaceva ancora dire la sua sulle questioni pubbliche.

Per il resto la gente trascorreva il tempo ad assistere a spettacoli di tutti i tipi, quasi esclusivamente sul monitor del proprio dispositivo e si sfogavano commentando, spesso con toni aggressivi, alcune notizie su nemici interni ed esterni allo stato che il Comitato per la Distrazione mandava loro, sempre attraverso la rete.

Anna non apparteneva alla maggioranza dei suoi cittadini e la stretta allo stomaco che la prendeva, quando entrava nello studio, spogliato dei volumi che aveva tanto amato, anche quella sera non accennava ad alleggerirsi.

Dopo settimane di angosciosa resistenza, il suo compagno la aveva convinta a disfarsi dei suoi libri: dal Primo gennaio, la Polizia del Consenso avrebbe fatto controlli casa per casa.

Era troppo pericoloso farsi trovare ancora con volumi cartacei. Sapeva che non avrebbero fatto sconti. Il rischio di finire in un Campo di Correzione era molto concreto, quasi una certezza.

Tra l’altro Anna insegnava all’università, istituto dove circolavano ancora delle idee e per questo attirava la spasmodica attenzione dei controllori governativi. Aveva ricevuto molte visite sul posto di lavoro e sapeva che sarebbero venuti presto anche a casa sua.

Solo uno degli amati libri non aveva avuto ancora il coraggio di buttare nel tritacarte presente in ogni abitazione: la Divina Commedia di Dante, testo che aveva letto e riletto decine di volte sia per lavoro che per passione personale. Era un libro che amava profondamente. Il suo carattere di summa del sapere medievale veniva stemperato dalle potentissime immagini che l’autore era riuscito a creare, riuscendo a rendere il mondo ultraterreno qualcosa di concreto che ogni lettore poteva figurarsi.

Ma la caratteristica che più la seduceva era la capacità di Dante di scolpire in pochi versi concetti e immagini meravigliosi, con una tale maestria che non aveva riscontrato in nessun altro autore, per quanto avesse studiato e letto moltissime altre pietre miliari della letteratura mondiale.

Il tempo trascorreva e il 2048 si avvicinava a grande velocità. Sapeva che non poteva trattenersi molto. Qualcuno, preoccupato della sua prolungata assenza, avrebbe potuto venire a cercarla, trovandola in flagrante violazione della legge.

Continuava a rigirarsi il volume tra le mani, a toccarlo, mentre sospirava e si contorceva sulla poltrona. Aveva cercato di imparare a memoria quanti più passi poteva, ma sapeva che non sarebbe bastato. Era troppo grande il patrimonio racchiuso in quel libro. Era come una cattedrale che non avrebbe più visto, neanche in fotografia.

Aprì per l’ultima volta il libro e lesse questi versi:


L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina…

Era la descrizione del risveglio del mattino che svela in lontananza la superficie tremolante del mare, all’inizio del Purgatorio. Una dichiarazione di rinascita, dopo aver attraversato il regno dei dannati.

Anna si fece coraggio. Prese l’amato volume e lo depositò nella macchina distruttrice. Si allontanò in fretta per non sentire il rumore della carta che si faceva a brandelli.

Tornò in soggiorno, cercando di sfoggiare un sorriso che si addiceva alla circostanza.

Aveva la morte nel cuore ma sapeva che non si sarebbe arresa.

Avrebbe trovato un modo per non soccombere alla grettezza del suo tempo.

“Il primo viaggio”

Eravamo ormai quasi a fine luglio e il caldo si era fatto opprimente. Marco aveva sostenuto l’ultimo esame prima delle vacanze estive e ora, con un misto di ansia e eccitazione, aspettava il momento di partire per il suo primo viaggio all’estero.

Con i suoi genitori non si era mai allontanato troppo da casa, a parte qualche incursione nel paese nativo dei suoi per andare a trovare nonni e zii. Il padre lavorava molto e, quando finalmente riusciva a raggiungere le sospirate ferie, preferiva starsene a casa a rilassarsi e a godersi la tranquillità della casa di campagna dove viveva.

Quando era bambino, anche Marco apprezzava gli spazi aperti della natura che si aprivano intorno alla sua abitazione. Poteva girare in bicicletta in lungo e in largo, passeggiare lungo il fiume, costruire, insieme ai cugini, carretti, zattere e ponti di canne che adagiavano sulle rive del corso d’acqua.

Da piccolo, vivere in campagna può essere pieno di opportunità ma, quando cominci a crescere, e vorresti allargare i tuoi orizzonti e le tue conoscenze, non è più così piacevole e in certi momenti ti senti come in una prigione da cui vorresti evadere.

Marco era un ragazzo piuttosto silenzioso e non aveva mai avuto molti amici ma, approdato all’università, era riuscito ad inserirsi in un gruppo che organizzava qualche uscita e, finalmente, qualche viaggio che lo portasse lontano dai luoghi e dalle occupazioni della quotidianità.

Quell’estate la meta prescelta era stata la Scozia. Aveva visto foto bellissime sui paesaggi e i castelli scozzesi e, quando qualcuno degli amici aveva proposto questa destinazione, aveva aderito con entusiasmo.

Ora l’attesa era finita e, dopo un viaggio in aereo di qualche ora, atterrarono all’aeroporto di Londra; da qui avrebbero proseguito in autobus fino ad Edimburgo.

Viaggiarono di notte, quasi senza riuscire a dormire e, scesi dal pullman, percepirono subito l’aria frizzante del paese nordico che li fece rabbrividire. Ma l’entusiasmo prese rapidamente il sopravvento e, dopo aver indossato qualcosa di più caldo, cominciarono ad aggirarsi per la città, cullati dal suono delle cornamuse che riecheggiava praticamente ovunque, percorrendo strade dove si affacciavano edifici storici.

Edimburgo gli piaceva molto ma sentiva che l’anima più profonda della Scozia era altrove e cominciò a desiderare di iniziare il tour che lo avrebbe portato in luoghi remoti e quasi disabitati.

Dopo alcuni giorni andarono a ritirare la macchina a noleggio che avevano prenotato e, dopo alcune difficoltà legate alla guida a destra, cominciarono l’itinerario che avevano progettato a tavolino, quando si erano trovati per organizzare il viaggio.

Trascorsero solo poche decine di minuti prima che si aprissero davanti a loro paesaggi sconfinati dove castelli che si specchiavano sui laghi si alternavano a colline verdeggianti. Sopra di loro, le nuvole, mosse dal vento che non si arrestava quasi mai, mettevano in scena uno spettacolo di luci e ombre che si riverberava sulla terra e sulle acque sottostanti creando sempre nuove sfumature e combinazioni di colori.

Marco era incantato da questo caleidoscopio naturale e sentiva che quella terra si accordava al suo animo un po’ malinconico ma, allo stesso tempo, voglioso di immergersi nella vita e di viverla intensamente. Era come se si fosse liberato da un suo modo di essere che ormai da qualche anno gli stava un po’ stretto, fatto di troppe esitazioni e permeato dalla storica timidezza; solo ora sentiva che poteva cominciare a cogliere i frutti che la vita gli avrebbe riservato.

Tutto quel viaggio rimase impresso nella mente di Marco per lungo tempo ma ci furono alcuni momenti che furono scolpiti in modo indelebile dentro di lui.

Il primo fu la ricerca, nelle propaggini più settentrionali della Scozia, dove si poteva guidare per ore senza trovare tracce di esseri umani, di un castello costruito a picco su una scogliera.

Quando scesero dalla macchina cominciarono a dirigersi verso la costa, addentrandosi in una nebbia che diventava sempre più fitta. Camminarono  per almeno mezz’ora, cambiando più volte direzione, non avendo punti di riferimento concreti; ma ad un certo punto avvertirono il suono del mare che, a mano a mano che si avvicinavano, si faceva sempre più intenso per il ritmico impatto con la scogliera.

Guardando con attenzione, cominciarono a scorgere i tratti di una costruzione che sembrava emergere dal nulla: erano i resti del castello che stavano cercando. Si aggirarono per un po’ di tempo tra le stanze e i muri in rovina, immersi nella nebbia lattiginosa, quasi intontiti dal rumore assordante delle onde.

Poi tornarono sui loro passi e Marco si girò più volte a rimirare i contorni  del castello che diventavano sempre più tenui fino a scomparire.

L’altro momento significativo fu ad Oban, sulla costa occidentale, quasi alla fine del viaggio. Erano giunti in questo paese di pescatori dopo la spettacolare incursione sull’isola di Sky, dove cielo e acque sembravano confondersi, rispecchiandosi reciprocamente.

La sera uscirono sotto la tipica pioggerellina britannica, così lieve che sembrava rimanere a mezz’aria. Entrarono dentro un locale e socializzarono con la gente del luogo che anche in quell’occasione si mostrò allegra e ospitale.

La mattina, dopo la colazione e in attesa di rimettersi in marcia per l’ultima tappa, Marco si sedette davanti alle grandi vetrate che davano direttamente sul mare, contemplando l’azzurra immensità, e pensò che non avrebbe mai voluto andarsene da lì.

Ma sapeva che fuori la vita lo stava aspettando.

“La signora Rosa”

La signora Rosa viveva da sola in quella casa da almeno due anni. Nel corso della sua esistenza aveva sempre ricercato la pace e la tranquillità ma ora, quando tutti i rumori tacevano, talvolta il silenzio sembrava opprimerla come una cappa pesante.

Il marito era morto dopo una lunga malattia che si era presentata in punta di piedi ed era diventata sempre più pervasiva fino ad impossessarsi completamente di lui. E lei, mentre lo accudiva settimana dopo settimana, sapeva che un giorno sarebbe rimasta senza nessuno in quelle stanze dove ogni particolare era impregnato della loro vita degli ultimi cinquant’anni.

Ora non aveva più nessuno con cui condividere i suoi pensieri e le impressioni sul mondo. Certo, aveva ricominciato ad uscire, a frequentare gruppi di lettura e l’università per anziani; aveva anche conosciuto persone con cui si era trovata bene.

Non avvertiva più le giornate come enormi macigni che doveva portarsi sulle spalle e cercare di far trascorrere le ore senza venire travolta dalla disperazione che l’aveva posseduta i primi mesi, dopo il decesso del suo compagno di vita.

Ultimamente le cose erano andate meglio ma la sera, quando la luce del sole si affievoliva e si accendevano le anonime e quasi spettrali luci artificiali, la malinconia tornava a farle visita e qualche volta avvertiva un vuoto enorme, nutrito dalla paura per un futuro che avvertiva incerto. Chi la avrebbe aiutata ora che era da sola? Chi si sarebbe occupata di lei a mano a mano che diventava sempre più debole e vecchia?

Le persone che frequentava ultimamente erano compagni di attività a cui si dedicava con passione ma non aveva voluto approfondire troppo quelle conoscenze. Percepiva la sua vita votata alla solitudine e vi si era adagiata con indolenza, come se non concepisse di vivere davvero senza il suo Bruno.

Per dormire la notte, il medico le aveva prescritto delle pillole in modo da ridurre lo stato d’ansia che si faceva più insistente quando cercava di prendere sonno.

Nonostante questo, spesso la notte aveva degli incubi. Nei primi tempi aveva continuato a sognare il marito, le varie fasi della sua malattia e il suo corpo che lentamente si consumava, fino a diventare quasi irriconoscibile.

Ultimamente, faceva sogni più strani, meno attinenti agli avvenimenti recenti.

Una notte, Rosa si addormentò e ad un certo punto si ritrovò in una cittadina sconosciuta. Assomigliava molto a quella in cui era cresciuta con i genitori, con la sue strade strette, le case con i mattoni a vista, le piazze che si aprivano e poi si chiudevano, dopo il suo passaggio. Rosa era tornata bambina e, insieme alla madre, camminava sulla strada lastricata di pietre.

Era una sensazione strana perché erano presenti tanti elementi che dovevano mostrarsi come familiari, ma c’era qualcosa che rendeva tutto estraneo, come appartenente ad un altro mondo o ad una vita precedente.

Ad un certo punto lei e la madre imboccarono una strada e, dopo un po’ che camminavano, la madre entrò in un negozio e le chiese di aspettare fuori. Sarebbe uscita dopo pochi minuti.

Rosa si guardò intorno e, quando si voltò, si rese conto, prima con stupore poi con uno spavento sempre crescente, che il negozio era scomparso, così come tutte le persone che le stavano intorno. Provò a chiamare la madre, all’inizio in modo incerto poi sempre più forte.

Nessuno le rispose. Provò a tornare indietro ma indietreggiò terrorizzata. Sembrava che la zona della città che aveva attraversato fosse scomparsa, inghiottita nel nulla.

Al suo posto, una nebbia lattiginosa.

Davanti a sé invece vedeva ancora i muri delle case e di alcuni negozi che si aprivano sulla via. Provò ad avanzare, anche se la paura le paralizzava i muscoli e le lacrime le sgorgavano sempre più copiose. Si sentiva sola e indifesa ma non aveva scelta. Si fece forza e proseguì lungo la strada.

Ogni volta che si voltava, vedeva dietro di sé, le cose che continuavano a svanire, anche quelle che aveva appena visto mentre stava camminando.

Il terrore le faceva rizzare i capelli e sentiva il sangue gelare nelle vene.

Le sembrò di impiegare un tempo lunghissimo per percorrere uno spazio che non doveva essere troppo esteso. Ma ad un certo punto si trovò in una piazza sconosciuta, che non ricordava di aver mai visto in nessuna città che aveva visitato. Si rese conto che aveva di nuovo la sua età attuale.

Qui trovò persone sconosciute e alcune invece di quelle che aveva cominciato a frequentare durante il giorno, negli ultimi mesi. Tutte le sorridevano e la invitarono a sedersi in un tavolino di un bar all’aperto. Il sole era ancora alto sull’orizzonte.

A questo punto si svegliò e capì che la vita non poteva finire prima del tempo.

Il nuovo alunno

 

L’estate, con le sue tinte forti e le giornate che sembravano non finire mai, aveva lasciato spazio ai più tenui colori di settembre. La lunga attesa era finita e ora Ilario si trovava davanti al cancello della nuova scuola, con lo stomaco che sembrava contorcersi per l’ansia di non sapere come sarebbe stata quella nuova avventura, con nuovi compagni e nuovi insegnanti.

In realtà l’angoscia prevaleva nettamente sulla curiosità, visto che si trovava da solo, in mezzo al vociare chiassoso di coetanei sconosciuti. La madre lo aveva accompagnato prima di andare a lavorare e, senza troppe cerimonie, lo aveva lasciato sul piazzale antistante l’edificio, quasi deserto quando era arrivato, visto che era ancora abbastanza presto.

Ilario aveva frequentato la prima media in un’altra città e, se pure non aveva socializzato più di tanto, gli era dispiaciuto lasciare i vecchi compagni che alla fine lo avevano apprezzato per la sua bravura nell’uso del computer e non facevano troppi commenti sui suoi chili in più e i suoi movimenti goffi.

Ora invece doveva cominciare tutto da capo e non sapeva come si sarebbe trovato.

Mentre era assorto in questi pensieri, la campanella suonò e, insieme ad essa, sentì il battito del cuore che accelerava. Con passo incerto si avviò dentro l’edificio e una custode dall’aria gentile lo indirizzò verso quella che doveva essere la sua classe.

Quando entrò vide che i suoi compagni sciamavano da un banco all’altro alla ricerca del posto migliore e la maggior parte di loro si contendeva gli ultimi banchi, a distanza di sicurezza dagli insegnanti, almeno fino a quando non fossero stati costretti a spostarsi.

Erano ancora in corso queste manovre, quando entrò la professoressa di Lettere che li invitò con sguardo persuasivo a sedersi e a fare silenzio. Anche Ilario, che fino a quel momento era rimasto in piedi cercando un posto che rimanesse libero, poté sedersi, accanto ad un ragazzo mingherlino con i capelli rossi.

A questo punto la professoressa Sarri salutò i ragazzi e diede il benvenuto ad Ilario, chiedendo ai compagni di accoglierlo e di aiutarlo, nel caso avesse bisogno. Ilario fu invitato a presentarsi e, con un tono di voce basso e un po’ incerto, disse da dove veniva e perché aveva cambiato scuola.

Nei primi giorni tutto si svolse in modo abbastanza tranquillo. Gli insegnanti cercarono di capire quale era il suo livello di apprendimento e i compagni lo consideravano appena, con l’eccezione dell’esile ragazzo con i capelli rossi che era seduto accanto a lui.

Con il passare del tempo, cominciarono ad arrivare alcuni commenti sul suo fisico non propriamente atletico, specialmente nelle ore di educazione fisica, dove risaltava di più questa sua, agli occhi degli altri, inadeguatezza. Il compagno che in genere iniziava a fare tali osservazioni era un ragazzo con i riccioli che talvolta piangeva in classe, forse per problemi che aveva a casa, visto che non sembrava essere successo niente a scuola.

Ilario fu sorpreso che fosse proprio lui a cominciare, visto che aveva l’aria di avere qualcosa che lo faceva soffrire, ma con il tempo lo stupore lasciò lo spazio ad una vera e propria inquietudine, visto che questi attacchi verbali si facevano sempre più frequenti e i commenti più spietati e chirurgici nel mettere a nudo i suoi presunti difetti.

Non era in grado di reagire subito a queste aggressioni, anche perché era da solo contro tre o quattro aguzzini, ma qualche volta trovava la forza di raccontare al professore di ginnastica che si sentiva preso di mira per il suo aspetto fisico. Il docente richiamava i responsabili in modo deciso, intimandogli di non permettersi mai più e per un po’ lo ignoravano quando si trovavano negli spogliatoi.

Ma dopo qualche tempo, gli attacchi ripresero, sempre capeggiati dal ragazzo con i riccioli, che probabilmente doveva avere una gran rabbia dentro e aveva trovato la sua valvola di sfogo.

La situazione peggiorò quando cominciarono i commenti sulla chat di classe dove, anche i compagni che generalmente non partecipavano a questa campagna di odio, davano il loro pessimo contributo alla causa. Così bastava che Ilario chiedesse la lezione per il giorno dopo per scatenare una vera e propria aggressione su più fronti che poteva concretizzarsi in questo modo:

I: mi sapete dire la lezione di storia per domani?

R: perché? Non l’hai capita quando l’ha dettata la prof?

F: a cosa pensavi? A mangiare le tue salsicce?

S: poi diventi più largo che alto

R: ci vuole poco, visto che sei un tappo

V: però ha un bel visino…

R: sembra una palla di grasso

F: ma poi quando parla non si capisce neanche che dice…

R: parla sottovoce, altrimenti tutti sentono le sue cavolate…

Queste amene conversazioni potevano riempire pagine e pagine della chat di gruppo e c’era sempre qualcuno che trovava qualche considerazione arguta da aggiungere in un gioco al massacro che sembrava non finire mai, almeno fino a quando non si trovava qualche altro bersaglio come un altro ragazzo emarginato o un’insegnante che era stata troppo severa dal loro punto di vista.

Ilario cominciò a sentirsi sempre più a disagio. La notte si svegliava in preda all’angoscia e gli tornavano in continuazione alla mente le parole e i gesti dei suoi compagni che venivano moltiplicati all’infinito da un crudele gioco di specchi.

Cominciò ad avvertire un vero e proprio malessere e la madre iniziò a sospettare che qualcosa non andasse a scuola. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, riuscì a farsi dire quale problema lo affliggesse e a farsi mostrare anche il testo di certe chat di gruppo.

Sopportare tutto questo sarebbe stato troppo anche per un adulto e decise che non si poteva aspettare altro tempo.

La mattina dopo si recò alla polizia postale per sporgere denuncia.