La casa al mare

L’oscurità era calata e un vento fresco cominciava a soffiare dall’immensa distesa appena increspata. Nel piccolo borgo gremito di case per le vacanze si accendevano le fioche luci dei lampioni.

L’estate era finita da un po’ ma la famiglia di Luca, un ragazzino di undici anni gracile e pacato, approfittando delle tiepide giornate di ottobre, tornava quasi tutti i fine settimane nel paese dove trascorreva la bella stagione.

La vista era suggestiva e le acque cristalline invitavano ad azzardare ancora qualche bagno nelle ore centrali della giornata.

La famiglia di Luca spesso ospitava anche una coppia di amici che aveva un figlio tredicenne, Nico. I due con il tempo erano diventati amici e trascorrevano volentieri il tempo insieme quando si trovavano in vacanza.

Nico conosceva bene la zona in quanto da bambino vi aveva vissuto per qualche anno. Poi i suoi genitori avevano deciso di trasferirsi in città per esigenze di lavoro, ma a lui era sempre rimasta la nostalgia degli spazi aperti dove scorrazzare in piena libertà. Dalle finestre delle case di pietra poi si poteva vedere luccicare il mare e inebriarsi del suo profumo.

Quella sera il paese era frequentato, oltre che da nostalgici turisti, solo dai pochi residenti che vi abitavano tutto l’anno. Dopo cena i genitori di Luca e Nico si erano seduti intorno al tavolino di una gelateria e loro potevano muoversi tranquillamente per il paese. Era un luogo familiare dove non sembrava esserci alcun pericolo

Dopo essersi aggirati per vicoli e piazze parlando della giornata appena trascorsa, visto che era ancora presto, Nico propose all’amico di allontanarsi dal centro ed esplorare i dintorni del paese.

“Ma non ci sono le luci” obiettò perplesso Luca.

“Come no? Ci sono le luci del campetto da calcio che sono ancora accese” rispose Nico

“Non dovremmo avvertire i nostri genitori?”

“Ci allontaniamo solo un po’ e poi ci farebbero problemi”

“Allora arriviamo solo fino a dove vediamo, poi torniamo indietro” propose Luca.

“D’accordo! Ma non avrai paura, vero? In fondo sarà una delle ultime volte che verremo qui, prima che torni la primavera. Approfittiamone”

I due ragazzi arrivarono fino alle ultime abitazioni del paese, le oltrepassarono e presero una strada sterrata che portava al campo sportivo e proseguiva verso il centro dell’isola. Si fermarono davanti al reticolato che circondava il campo, sul quale due squadre rincorrevano il pallone gridando e incitandosi. Ma nessuno dei due era davvero appassionato di calcio.

Dopo qualche minuto, Nico mosse alcuni passi verso il sentiero che si inoltrava verso l’interno.

“Dove stai andando?“ chiese allarmato Luca

“Dài, ci allontaniamo solo di qualche passo. Cosa vuoi che succeda? Di giorno questa strada l’abbiamo fatta milioni di volte”

Luca voleva tornare indietro ma allo stesso tempo aspirava ad immergersi in una nuova avventura.

Si decise a seguire l’amico che ormai era avanti almeno cinque sei metri rispetto a lui e lo raggiunse rapidamente. Nico non sembrava avere paura o forse voleva solo dimostrare che era più grande e andava avanti a testa alta, senza esitazioni.

Il campo di calcio con i suoi schiamazzi si allontanava sempre di più e le luci diventavano sempre più fioche.

Nel cielo splendeva la luna che mostrava la strada da percorrere, ma i rumori della vegetazione e degli animali notturni cominciavano ad assumere connotati meno familiari.

Luca con il fiato sospeso camminava tallonando Nico che continuava ad avanzare deciso. Avrebbe voluto chiedergli di tornare indietro, ma non ne aveva il coraggio. Voleva dimostrare di essere cresciuto, di non avere paura di una passeggiata notturna in un luogo noto.

Ad un certo punto, il vento che si era fatto più impetuoso, fece oscillare in modo deciso la chioma degli alberi sotto cui stavano passando, la luna scomparì dietro le nuvole e il buio intorno a loro si fece quasi completo.

Luca si attaccò al braccio dell’amico e, mettendo da parte l’orgoglio, quasi lo supplicò di tornare indietro.

“Non vedi che è solo il vento?” Gli rispose Nico, in modo brusco.

Un’altra folata attraversò l’aria e fece cadere qualcosa dall’alto, forse dei piccoli ramoscelli o delle foglie dall’albero sovrastante. Luca fece un salto ma non osò dire niente. Continuavano ad andare avanti fino a quando Nico si arrestò e di colpo perse il suo fare baldanzoso, irrigidendo ogni muscolo del corpo.

Davanti a loro, al di là dei cespugli della macchia mediterranea, videro accendersi due occhi giallastri che li fissavano dall’oscurità. Non vedevano altro che quelle due luci intense che perforavano il buio, come se fossero sospese nel nulla. Nello stesso istante un verso stridulo squarciò la notte facendo accapponare la pelle ai due amici.

Cominciarono a correre a perdifiato nella direzione opposta, incespicando sul terreno che pochi minuti prima sembrava privo di ostacoli. Non sapevano bene dove stavano andando, né se la direzione era quella giusta ma continuavano a filare con il cuore in gola.

Mentre correvano avevano l’impressione che esseri invisibili li sfiorassero e a tratti cercassero di trattenerli ingigantendo la loro paura.

Ma dopo un tempo che era sembrato infinito e quasi senza più fiato, si resero conto di essere ancora immersi nel buio più profondo. Non c’era traccia né delle luci del campo di calcio né tanto meno di quelle del paese.

Fu allora che davanti a loro si spalancarono di nuovo quegli orribili occhi gialli che ora sembravano più vicini e minacciosi. Ormai in preda al panico, senza via di uscita, si addossarono contro l’enorme tronco di un albero mentre la creatura spaventosa si avvicinava emettendo latrati terrificanti.

Vinti dalla disperazione, si rannicchiarono verso il basso, aspettando la fine.

Luca si svegliò di soprassalto, completamente sudato. Il cuore gli batteva all’impazzata ma, pur con una certa fatica, si rese conto di essere al sicuro nella sua stanza.

Resistette all’impulso di rifugiarsi nel letto dei suoi genitori, come quando era piccolo, ma decise con una certa fermezza che non avrebbe tentato imprese notturne, almeno per il momento.

Aveva ancora bisogno del caldo e rassicurante nido domestico.

La terra inaridita

Era stata un’altra giornata molto calda. La temperatura era salita oltre i 50 gradi, come succedeva sempre più spesso negli ultimi anni nel corso di estati divenute sempre più lunghe e opprimenti.

A causa dell’eccesso di consumo, l’energia era stata razionata e quella sera Mark non aveva potuto accendere l’aria condizionata. Da quando era tornato a casa, si era aggirato come un’anima in pena da una stanza all’altra, bagnandosi in continuazione il viso e il collo e sventolandosi con tutto quello che gli capitava sotto mano. La schiena era completamente bagnata, inzuppando la maglietta che ogni tanto si cambiava per conservarsi qualche minuto asciutto.

Uscire di casa era inutile. Anche fuori c’era un caldo infernale, visto che non rimaneva quasi traccia di vegetazione non solo intorno alla sua abitazione ma anche fuori città, dove un tempo si stagliavano contro il cielo imponenti alberi e foglie leggere si muovevano al vento.

Per anni avevano detto che poteva finire così ma pochi ci avevano creduto davvero e, anche quelli che si indignavano, non avevano fatto abbastanza per evitare l’avanzata inesorabile delle terre morte, dove niente cresceva più.

Solo l’estrema regione australe della superficie terrestre era ancora verde e fertile; per questo diverse popolazioni avevano cercato di spostarsi verso quella che sembrava la terra promessa.

Ma ben presto furono erette barriere che impedivano le migrazioni di massa. C’era già troppa gente laggiù e gli abitanti originari di Meridioland non potevano tollerare di perdere i propri privilegi, che venivano dal fatto di trovarsi nella parte giusta della Terra. Il governo di questi paesi aveva investito molto negli armamenti e la difesa dei confini. La priorità era diventata la salvaguardia di quelli che consideravano i loro diritti, anche a costo di sacrificare altri settori che un tempo erano considerati fondamentali come la cura del corpo e il benessere spirituale delle persone.

Chi aveva provato ad avvicinarsi a quelle zone, era stato brutalmente respinto. Talvolta c’erano stati anche incidenti – così li chiamavano – che avevano portato alla morte di diverse persone.

Mark si era rassegnato a rimanere nel suo Paese natale, anche se lo aveva visto mutare così tanto negli ultimi decenni da non riconoscerlo quasi più.

Da luogo meta di turisti e approdo di persone in cerca di fortuna, era diventato in poco tempo una landa desolata con insediamenti sempre più rari. Ormai non era appetibile per nessuno.

Ma lui non riusciva a separarsene. Qualcosa lo ancorava su quella terra, come in un porto riparato dai flutti più impetuosi.

Era ormai notte inoltrata e decise che doveva almeno provare a dormire, sprofondando nella calda pozza della camera. La mattina successiva doveva alzarsi presto e affrontare un’altra faticosa giornata.

Si rigirò per molto tempo nel letto fino a quando il disagio e l’agitazione furono vinte dalla spossatezza e cadde in un sonno leggero, intervallato da un dormiveglia semi cosciente.

Si ritrovò in uno spazio aperto, sotto un cielo di un azzurro intenso e il sole che dardeggiava, stringendolo in una morsa di caldo che non dava tregua. Davanti a lui si apriva la solita distesa di terreni ormai privi di vita, a parte alcuni arbusti e sparuti alberi che si erano adattati al clima. Si stava recando a lavoro, in un centro di ricerca dove si cercava di ottimizzare la conversione dell’acqua marina in acqua potabile. Era un processo già realizzabile, ma bisognava abbattere i costi di produzione per ricavarne una quantità adeguata. Quella disponibile era appena sufficiente e, chi aveva minori disponibilità economiche, spesso non poteva accedere al consumo di questo bene di vitale importanza.

Avanzava a piedi, lungo una strada che sembrava deformarsi davanti a lui per le ondate di calore che la attraversavano. Sapeva di dover andare avanti, ma temeva di non riuscire a giungere a destinazione, tanto era il disagio anche fisico che lo attanagliava. Ad un certo punto si sentì mancare e probabilmente perse i sensi.

Come in un film che cambia scena, un momento dopo si ritrovò in un paesaggio completamente diverso, tra colline coperte di vegetazione e montagne aguzze che si ergevano in lontananza. Sentiva sulla pelle un vento leggero e un sole tiepido, a cui non era più abituato. Nei muscoli delle gambe aveva un’energia nuova e la bellezza dei luoghi lo spingeva a camminare più velocemente.

Non riusciva a capire bene dove fosse. Non ricordava di aver visto luoghi del genere negli ultimi anni, se non in qualche vecchio documentario. Ma l’importante era essere lì e godere di quel momento. Si guardava intorno incredulo, ora posando lo sguardo sugli alberi che affollavano i crinali delle colline, ora su piccole abitazioni che dominavano verdi prati, ora perdendosi nella danza di bianche nuvole che si muovevano placide nel cielo non più ostile.

Ancora un altro salto temporale ed era su un sentiero che si inerpicava verso la montagna. Attraverso un boschetto di alberi dal fusto sottile, rapito dal lento muoversi delle chiome tra i ritagli del cielo azzurro sopra di loro. Respirava a pieni polmoni e sentiva sulla pelle, a mano a mano che saliva, il piacevole pizzicore dell’aria frizzante. Da qualche parte sulla destra, percepì il suono argentino di un corso d’acqua e, dopo poco, intravide un ruscello che si faceva strada tra le rocce del fondale. Era una visione prodigiosa. Quasi non ricordava più com’era fatto un torrente di acque limpide.

Dopo qualche minuto che camminava nel bosco, ascoltando il canto degli uccellini e i rumori del sottobosco, giunse in una radura dove, insieme a cespugli e ad altre forme di vegetazione, scorse, affiorante dalla verde distesa, il giallo sgargiante di ginestre che con il loro profumo ravvivavano ancora di più quell’angolo di paradiso. Si avvicinò e scorse sui petali delicati di questi fiori, alcune gocce di rugiada che vi esitavano sopra, accrescendo ancora di più la meraviglia della visione ma anche la sua fugacità.

Un attimo dopo si svegliò e si ritrovò madido di sudore sul suo letto di sofferenze. L’oppressione del caldo lo aveva riportato all’impietosa realtà: il senso di benessere era durato il tempo di un sogno.

Sentì la gola completamente secca ma era incapace di muoversi, un po’ per la stanchezza, un po’ per l’abbattimento che aveva seguito il dissolversi del sogno.

La morsa dell’angoscia, che aveva stretto di nuovo lo stomaco, sembrava soffocarlo.

Rimase immobile sul suo giaciglio per molto tempo, cercando di fissare nella mente i dettagli del sogno che già svanivano come rivoli su un terreno in pendenza.

Quando si decise ad alzarsi per andare a bere, si trascinò faticosamente verso la cucina, aprì la porta e, accesa la luce, scorse sul tavolo al centro della stanza un ramoscello di ginestra.

Fu colto da una forte sensazione di straniamento. Probabilmente stava ancora sognando. Oppure la stanchezza gli stava facendo un brutto scherzo.

Corse in bagno, si lavò il viso con grande energia, si schiaffeggiò più volte per vedere se riusciva a tornare in sé.

Niente da fare: lo sfolgorante fiore continuava ad illuminare la sua spartana abitazione, spandendo intorno una gradevole fragranza che aveva pervaso ogni angolo.

Il suo fragile stelo, che resisteva anche sui terreni più impervi e inospitali, era un monito per chi aveva rinunciato troppo presto alla vita.

Forse non era ancora troppo tardi per cambiare le cose.

Forse non tutto era perduto.

La maestra Candida e la migliore delle scuole possibili (Seconda parte)

Le maestre si erano fatte l’idea che i professori avessero paura di mettersi in gioco e volessero mantenere sempre la loro puzza sotto il naso. Ma alla fine, dicevano, anche loro farebbero meglio a scendere dal piedistallo. A questo proposito, la maestra Maria, una delle veterane della scuola, nonché tra le più fedeli seguaci del Senza Soma, raccontò un episodio che era accaduto l’anno precedente:

“Un bambino di nome Carlo aveva finito la quinta elementare e aveva cominciato la scuola media. Come molti altri, i suoi genitori si erano separati e lui soffriva molto di questa separazione, anche perché sia la madre che il padre si erano rifatti una nuova vita e lui aveva la sensazione di essere messo in secondo piano rispetto ai fratelli più piccoli. A volte in classe faceva commenti inopportuni verso i compagni ma tutto sommato, almeno alla primaria, ci sembravano comportamenti che rientravano nella normalità. Verso la metà dello scorso anno, parlando con alcuni insegnanti delle medie, venne fuori che Carlo aveva cominciato a prendere in giro pesantemente un nuovo compagno che era stato inserito da poco nella classe, in quanto proveniente da un’altra provincia. Questi era un po’ grassottello e goffo e pare che Carlo avesse trascinato con sé anche diversi bambini della classe per cui si era creata una situazione quasi di persecuzione nei confronti del nuovo arrivato.

Ora, a parte che non mi capacito di come un bambino tutto sommato corretto come Carlo possa arrivare a tanto, ma penso che il motivo sia da ricercare nell’ impostazione rigida dei professori, i quali non hanno saputo creare il clima giusto per una corretta convivenza.

Tra l’altro io sono rimasta in buoni rapporti con Carlo. Pensa che un giorno mi ha mandato una foto di una nota che gli aveva fatto uno degli insegnanti meno sensibili e, pensa un po’, la nota conteneva un errore ortografico!

Durante una riunione con i docenti delle medie, non ho potuto fare a meno di farlo notare e loro si sono scandalizzati del comportamento del loro alunno, affermando tra l’altro, che non era possibile che il loro collega avesse fatto un errore di ortografia. Secondo qualcuno era più probabile che fosse stato Carlo a modificare il testo della nota per mettere in cattiva luce il troppo punitivo docente. Ma vi rendete conto? A che punto può arrivare la presunzione di questi professori?”

Candida aveva ascoltato con attenzione questo resoconto dell’accaduto. Si fidava di quello che diceva la maestra ma rimase un po’ perplessa sulla modalità con cui la foto era arrivata a lei. Questo episodio comunque non scalfì minimamente il suo ottimismo e si preparò a cominciare il nuovo anno scolastico, armata dei nuovi strumenti che gli aveva fornito il Senza Soma.

Il primo giorno di scuola della nuova era del suo insegnamento, entrò nell’ampio ingresso di una scuola di recente costruzione. La luce entrava copiosa dalle grandi vetrate, gli arredi e i colori creavano una sensazione di rilassamento e armonia. Fuori, un giardino ben curato rendeva gradevole la vista dalle finestre delle aule, oltre che piacevole giocare in mezzo al verde.

Le scuole scalcinate e spesso antiestetiche dove era stata fino ad ora, erano lontane anni luce.

A Carla era stata assegnata una seconda e una quinta, quindi due classi che già conoscevano il Senza Soma e per questo avrebbe e avuto il lavoro semplificato, pensando che si sarebbe dovuto inserire in un meccanismo già oliato.

Alla sua domanda se fossero presenti casi particolari, le colleghe risposero in maniera piuttosto evasiva, accennando solo ad alcuni bambini un po’ difficili, ma come ce ne erano in tutte le classi. Si soffermarono solo su due fratelli, di cui il maschio frequentava la seconda, che venivano da una famiglia molto numerosa e un po’ disagiata, non solo economicamente. Non avevano avuto una vera e propria educazione e talvolta erano difficili da gestire.

Ma con il metodo Senza Soma, le dissero, si poteva trovare una soluzione a questi problemi. Per esempio mettendolo a fare lavori o giochi alternativi alla didattica della classe. Entrambi i due fratelli comunque erano seguiti da un insegnante di sostegno molto esperta che le avrebbe fornito tutti i particolari e eventualmente dato qualche consiglio.

Ma era il momento di cominciare. La mattinata cominciava con un’adunata di tutti i bambini all’ ingresso della scuola, nello spazio chiamato Agorà, dove ogni mattina venivano lette alcune pagine di un libro che i bambini ascoltavano in religioso silenzio. Questo momento funzionava come camera di decompressione tra l’esterno e l’ingresso vero e proprio nella classe, dove molto gradualmente sarebbero cominciate le attività didattiche.

I primi giorni Candida lo dedicò alla conoscenza dei bambini e a creare un ambiente il più rilassato possibile, quindi senza troppe forzature, permettendo loro di sedersi dove preferivano. Dopo qualche settimana, cominciò a disporre i bambini intorno ai tavoli cercando di formare dei gruppi più o meno omogenei per poter lavorare per livelli, come veniva raccomandato dalle linee-guida del Senza Soma. Tutto sembrava svolgere in modo tranquillo ma notò che, quando voleva spostare gli alunni, qualcuno protestava e obbediva solo dopo che lei aveva insistito parecchio. Candida cercava di motivare sempre i suoi cambiamenti come si conviene ad un metodo che mette al centro il dialogo con i bambini e la collaborazione, ma non sempre le argomentazioni risultavano efficaci.

Ma Candida era convinta della bontà del modello che aveva svelto e pensava che con il tempo sarebbe stata in grado di comunicare in modo più efficace, applicando al meglio il Senza Soma per il bene dei bambini.

Dopo alcune settimane ebbe anche la sensazione che gli alunni che si trovava davanti fossero meno empatici rispetto ad altri avuti nel passato, nonostante il metodo di insegnamento fosse più tradizionale e quindi più gravoso per loro. Ma cercò di cacciare subito questa impressione, attribuendola al fatto che ancora non la conoscevano bene e magari si erano affezionati alla maestra dello scorso anno che si era trasferita altrove.

Del resto si trovava nella migliore delle scuole possibili.

Con il passare del tempo, cominciarono ad emergere alcuni casi particolari. Il primo a farsi notare fu Marco, il bambino appartenente alla famiglia disagiata, il quale era molto affettuoso e anche voglioso di fare bella figura con le maestre, ma aveva evidenti difficoltà di apprendimento, che frustravano i suoi tentativi. Inoltre, aveva anche momenti in cui diventava poco gestibile in classe e chiedeva in continuazione di uscire.

Candida si era consultata con l’insegnante di sostegno, una signora molto disponibile e con un grande bagaglio di esperienze, con cui avevano studiato alcune strategie per permettere a Marco di rimanere in classe, magari svolgendo attività alternative. Quindi, aiutato a turno anche da qualche suo compagno, gli venivano proposti alcuni giochi presenti negli angoli della classe, in cui doveva fare più un’attività manipolativa, che lo stancata meno rispetto a quello della classe. Se seguito da un insegnante, Matteo svolgeva con piacere queste attività e dimostrava di ricercare sempre il rapporto con l’adulto.

Ma quando non era possibile seguirlo individualmente perché non era presente la maestra di sostegno e la maestra della classe doveva seguire gli altri, dopo poco smetteva di fare ogni attività anche la più semplice. Anche quando venivano svolte attività comuni a tutta la classe più laboratoriali, come semplici attività musicali o artistiche o di movimento, Marco non riusciva ad interagire correttamente con i compagni e prima o poi finiva col dire o fare qualcosa che urtava la sensibilità degli altri e talvolta finivano a male parole, se non a botte.

Ma nonostante questi problemi, Marco dimostrava di essere un bambino buono che, con l’intervento dell’ adulto, riusciva a ragionare e a comportarsi meglio. Almeno fino all’ episodio successivo.

Non era però l’unico caso particolare.

Nella classe di Matteo, la più problematica, c’era anche Sara, una bambina che aveva sempre l’aria un po’ insofferente e sembrava non trovarsi a suo agio in classe. Sara aveva espressivi occhi neri che distoglieva non appena cercavi di entrare in relazione con lei. Non aveva alcuna problematica particolare ma sembrava vivere un disagio che forse le veniva dalla famiglia, anche nel suo caso numerosa. Al contrario di Marco, lei era sempre pulita e vestita nel migliore dei modi, talvolta addirittura era venuta a scuola con un po’ di trucco sugli occhi.

La madre, interrogata al riguardo, si era giustificata dicendo che una mattina Sara si era introdotta in camera sua e aveva usato i suoi trucchi. Era quasi l’ora del pulmino e non aveva fatto in tempo a ripulirle il viso. Probabilmente era piuttosto abile a scivolare in camera della madre proprio a ridosso dell’ ora di partenza, visto che il trucco sul viso era comparso più di una volta.

Rimase invece sorpresa della presunta irrequietezza della figlia, affermando che a casa era sempre serena e tranquilla e non aveva mai riscontrato problemi con le sorelle più grandi né con il fratello più piccolo.

La maestra di sostegno della classe disse invece a Candida che qualche volta Sara si era lamentata del fatto che a casa non la considerasse nessuno e spesso litigasse con le sorelle. Era difficile sapere a che punto si trovasse la verità ma spesso i bambini si esprimono senza troppi filtri. Probabilmente Sara aveva un carattere molto forte e mal tollerava questa situazione domestica che comunque era comune a molte famiglie numerose.

Durante l’anno, la bambina talvolta discuteva con le compagne e ogni tanto rispondeva male anche alle maestre. Candida sperava con il tempo di riuscire ad entrare in sintonia con lei, magari lasciandole più spazio, rispetto agli altri. Ma più spazio le veniva concesso, più se ne prendeva. Verso metà anno cominciò ad uscire dalla classe sempre più spesso, senza controllare se il semaforo fosse verde e cominciò a trattenersi in bagno sempre di più a lungo, al punto che ogni tanto la maestra la doveva andare a cercare. A volte trovava qualche altro bambino problematico di altre classi e si intratteneva con loro, ritardando sempre di più il momento di tornare in classe. Era diventato difficile gestirla e, quando non c’era la compresenza della insegnante di sostegno, Candida aveva difficoltà a gestire la situazione, dovendo anche seguire gli altri bambini. Tra l’altro c’era sempre Marco che, se preso da solo, si riusciva a trovare il modo di ammansirlo ma se trovava una sponda diventava molto difficile addomesticarlo.

Ma non era finita qui. Un altro bambino aveva attirato l’attenzione della maestra fin dall’ inizio a causa del suo sguardo triste e duro insieme. Si trattava di Gabriele, un bambino adottato che sembrava portare su di sé tutte le ferite del periodo trascorso nella casa famiglia. Per tutto il primo mese, non creò grossi problemi, anzi sembrava fare un grosso sforzo per impegnarsi e lavorare come tutti gli altri. Ma, nonostante le maestre cercassero di aiutarlo e sostenerlo quando si trovava in difficoltà, ad un certo punto cominciò a vivere il fatto di non riuscire a stare al passo con gli altri come un fallimento e manifestò segni di irrequietezza sempre maggiori.

Non riusciva ad interagire bene con i suoi compagni con i quali aveva un rapporto conflittuale, a parte con un bambino più debole caratterialmente che sembrava subire la sua personalità e che acconsentiva a tutte le sue richieste, costringendolo ad avere a che fare solo con lui, escludendo completamente gli altri.

Con il tempo anche lui tendeva ad uscire sempre più spesso e, approfittando dei momenti meno strutturati, che erano numerosi nella scuola Senza Soma, tendeva ad allontanarsi dalla sua classe e a vagare per la scuola, portandosi dietro anche Sara e Marco che non aspettavano altro.

Candida sentì che la situazione le stava sfuggendo di mano e non capiva come mai in altre scuole non si fosse mai trovata ad avere a che fare con casi così poco gestibili. Tra l’altro il modello Senza Soma doveva garantire una situazione di benessere per tutti i bambini, grazie alla personalizzazione degli apprendimenti, all’accoglienza, al dialogo. Forse non aveva recepito bene le indicazioni del Senza Soma, oppure era stata solo sfortunata ed aveva trovato elementi particolarmente difficili? Non riusciva a darsi una spiegazione.

Quando aveva consultato la collega di matematica che condivideva con lei le due classi, si era sentita ribadire i principi che già conosceva. Le aveva chiesto se anche lei avesse riscontrato gli stessi problemi e la risposta era stata negativa: erano bambini con qualche difficoltà ma si potevano gestire, nessuna situazione veramente difficile.

Giunse allora alla conclusione che il problema era lei è la sua scarsa esperienza o incapacità di entrare nei meccanismi del Senza Soma.

La collega di sostegno vedendola che si stava abbattendo sempre di più cercò di sostenerla e darle una mano:

“È vero che queste situazioni sono esplose quest’anno, ma erano presenti tutte le condizioni perché questo accadesse. I bambini in questione hanno sicuramente dei problemi, chi più chi meno, ma in questo caso il fatto di non avere delle regole ferme ha fatto sì che diventassero sempre più privi di controllo con il risultato che abbiamo oggi”

In realtà le norme di comportamento venivano fornite ai bambini, anzi venivano scritte con loro in modo che fossero maggiormente condivise, ma non esistevano vere e proprie sanzioni se qualcuno non le rispettava, a parte punizioni molto blande ed evidentemente non adeguate in questi casi limite.

Intanto il malessere di Candida aumentava sempre di più. Da qualche tempo dormiva male la notte, svegliandosi spesso in preda all’ansia di doversi recare sul posto di lavoro la mattina successiva. Ad un certo punto cominciò ad avere giramenti di testa che si manifestavano quando la giornata a scuola era stata particolarmente difficile. Prima di andare a casa doveva sedersi su una sedia e cercare di riprendersi perché il rischio di cadere era molto concreto.

Un giorno in cui la situazione era stata particolarmente esasperante, tornò a casa e andò a controllare se i termini per la richiesta di trasferimento fossero scaduti.

Per fortuna mancava ancora qualche giorno ma doveva affrettarsi. Si sedette davanti al computer e non si alzò fino al quando la richiesta non ebbe esito positivo.

Aveva indicato molte scuole, anche distanti, pur di essere sicura che glielo avrebbero concesso.

La maestra Candida e la migliore delle scuole possibili (Prima parte)

Candida era una giovane maestra che, dopo aver concluso il suo percorso di studi, aveva cominciato a fare le prime supplenze nella scuola primaria.

Il suo sogno fin da bambina era sempre stato quello di insegnare e, mentre faceva l’università, il suo proponimento si era rafforzato sempre di più soprattutto perché aveva appreso teorie pedagogiche e didattiche che mettevano il bambino al centro dell’ apprendimento e avevano come scopo la sua crescita personale, cercando di fare emergere e valorizzare le sue potenzialità. Secondo queste idee illuministe, se il bambino fosse stato approcciato in modo positivo, rispettando il suo modo di essere e cercando di creare sempre un canale comunicativo, il lavoro dell’insegnante non poteva che avere un esito positivo. Sembrava che il modello dominante fosse quello ritratto dal filosofo Rousseau che dipingeva il fanciullo come “buono per natura”, che solo l’educazione poteva modellare in modo più o meno positivo.

Quando fu chiamata a fare le prime supplenze, Candida si trovò però davanti ad una realtà molto diversa da come l’aveva immaginata. Da una parte i bambini sembravano più che buoni, anarchici per natura e, quando entrò in classe per la prima volta, fece molta fatica per riportare un livello appena accettabile di ordine e disciplina.

Confrontandosi con le altre maestre, che avevano dietro di sé qualche anno in più di esperienza, venne a sapere che l’unico modo per farsi rispettare era quello di presentarsi in modo autorevole e distaccato, senza dare alcuna confidenza agli agitati pargoletti.

Candida non era convinta di queste conclusioni e fece presente alle colleghe che le nuove teorie pedagogiche andavano in un’altra direzione, e che ci si poteva porre in maniera diversa nei confronti della classe che doveva essere intesa come un insieme di individui, ognuno con la sua personalità e le sue esigenze.

Quando sentirono queste considerazioni della giovane supplente, alcune maestre risero di gusto, mentre altre, più diplomatiche, spiegarono che era capitato anche a loro di sperimentare delle strategie di insegnamento che dessero più spazio ai singoli bambini, come lavori di gruppo, attività alternative ma alla fine erano tornati alla didattica tradizionale perché la situazione era diventata in breve tempo ingestibile. Secondo loro si potevano e si dovevano sperimentare forme di democrazia all’interno della classe ma tutto doveva rimanere sotto il fermo controllo dell’insegnante, altrimenti si finiva con il degenerare in situazioni caotiche o di conflitto.

Ovviamente, le situazioni difficili rimanevano anche utilizzando la didattica tradizionale ma, secondo l’opinione delle veterane della scuola, con forme più moderne di insegnamento la situazione peggiorava in modo evidente.

Ma la maestra Candida continuava ad essere perplessa: non poteva accettare che tutto quello che aveva studiato nel suo corso di laurea fosse da ricondurre al mondo delle idee di platonica memoria, confinato oltre la volta celeste e irraggiungibile. In cuor suo era convinta che un’applicazione pratica ci dovesse essere.

Le supplenze si susseguivano, le scuole cambiavano ma la situazione, a parte lievi cambiamenti, nella sostanza non mutava.

Un pomeriggio Candida partecipò insieme ad altre colleghe ad un incontro con volontari dell’Unicef, che ogni anno proponevano delle attività da svolgere in collaborazione con le scuole, per sensibilizzare i bambini sui problemi dei loro coetanei in difficoltà.

Erano presenti anche insegnanti di altre scuole e, ad un certo punto, fu presentata un Istituto Comprensivo dove si adottava il progetto Senza Soma, che aveva ricevuto l’attestazione di scuola “Amica dei bambini” in quanto era stato creato un ambiente in cui tutti collaborano e tutti si rispettano.

La maestra Candida si riscosse dal torpore che la stava prendendo, come spesso accade durante queste riunioni, e subito si appuntò il nome di tale scuola, riproponendosi di cercare informazioni a riguardo.

Una volta a casa, andò a cercare in sito della scuola Senza Soma e trovò delle belle immagini di classi ampie e luminose, arredate in modo piacevole alla vista e ricche di materiale didattico di tutti i tipi come cartine, giochi, semplici strumenti musicali, angoli per disegnare o rilassarsi, ecc.

Non erano presenti dei banchi, ma dei grandi tavoli di legno di colore chiaro intorno a cui erano disposte sedie che avevano in fondo alle gambe delle palline da tennis bucate in modo tale che non facessero rumore quando le spostavano.

In mezzo ad ogni tavolo c’era del materiale come pennarelli, matite, fogli, penne, forbici che erano in comune per tutti, mentre su una parete erano inseriti degli spazi dove gli alunni mettevano la loro cartella e potevano lasciare il loro materiale, senza doverlo portare a casa tutti i giorni. Il nome Senza Soma veniva proprio da questo: i bambini non dovevano sentire il peso della scuola che vivevano non come oppressione ma come qualcosa di piacevole e questo si traduceva anche nel portare a e da casa solo il materiale necessario. Il resto rimaneva a scuola e veniva usato solo in classe.

Le fondamenta su cui si reggeva questa idea di scuola erano l’ospitalità, la responsabilità e la comunità che si traduceva nell’idea di accoglienza e di rispetto nei confronti di tutti, nell’essere protagonisti e quindi responsabili del proprio processo di apprendimento e nell’ essere parte di una comunità più grande, che comprende anche altre scuole con gli stessi valori, oltre ai genitori e ad attività da svolgere all’ esterno.

Inutile dire che Candida fu veramente affascinata da questa presentazione. Finalmente sembrava aver trovato il modello di scuola a cui aspirava e subito si mise a cercare se ci fosse qualche istituto nella sua provincia che aderisse al modello Senza Soma.

Con sua grande piacere e anche sorpresa, non solo trovò una scuola con queste caratteristiche non lontana da casa sua, ma le giunse notizia che c’erano anche posti disponibili per eventuali supplenze annuali. Pensò che fosse strano che, una volta approdati ad un Istituto dalle idee così innovative, un insegnante pensasse di andare da un’altra parte l’anno successivo, ma sapeva che ogni scelta fosse personale e non dipendeva solo dal trovarsi più o meno bene in una scuola.

A settembre del nuovo anno scolastico, la maestra Candida approdò dunque alla scuola Senza Soma e non vedeva l’ora di conoscere la dirigenza, i nuovi colleghi e i fortunati alunni che potevano beneficiare di questo metodo di insegnamento così attento alla loro crescita personale e rispettoso dei loro bisogni.

Il primo giorno si teneva l’incontro con la Dirigente del Comprensivo, una signora energica e sorridente, che cominciò a spiegare ai nuovi arrivati le linee guida della scuola che erano improntate prima di tutto all’accoglienza dei nuovi insegnanti.

Il nucleo della didattica del Senza Soma era costituito dalla divisione della classe in gruppi di apprendimento di livello diverso, ognuno del quale si sarebbe raccolto intorno ad un tavolo che veniva chiamato isola.

L’insegnante avrebbe preparato per ogni argomento quattro o cinque lezioni diverse a seconda delle capacità di ogni gruppo, in modo tale che poi ognuno di questi avrebbe potuto lavorare in modo autonomo. Una volta avviato il lavoro, la docente poteva dedicarsi a quei bambini che trovavano comunque difficoltà, sedendosi con loro nelle isole o facendo loro svolgere attività alternative nei diversi angoli attrezzati della classe, come un disegno o un gioco.

La cattedra era stata abolita anche materialmente, visto che la maestra non faceva calare dall’alto gli argomenti da imparare, ma accompagnava l’apprendimento delle conoscenze che gli alunni avrebbero appreso in maniera autonoma, al limite facendosi aiutare dai compagni che sedevano accanto a lui.

Anche per le uscite in bagno, i bambini dovevano imparare a gestirsi da soli, senza bisogno di chiedere il permesso all’ insegnante. Infatti accanto alla porta dell’ aula c’era una sorta di semaforo dove i bambini dovevano inserire il colore rosso quando uscivano. Se vedevano che il colore era verde, il fanciullo che aveva bisogno di uscire, in maniera autonoma si alzava e andava in bagno senza chiedere niente a nessuno.

La maestra Candida fu veramente colpita da questa presentazione e fece anche molte domande alla preside perché voleva avere ancora più informazioni. La dirigente approvò questo entusiasmo e disse che lo spirito era quello giusto. Poi se ne andò rassicurando i nuovi arrivati: nei primi mesi di scuola ci sarebbe stato un corso di formazione sul nuovo tipo di didattica a cui tutti i nuovi arrivati avrebbero dovuto partecipare. Così avrebbero appreso meglio le tecniche di questo tipo di lavoro.

Nei giorni successivi, Candida conobbe le nuove colleghe che la accolsero calorosamente sfoggiando per l’occasione i loro sorrisi migliori. Le spiegarono che la preside era molto contenta, a parte qualche rara eccezione, del lavoro che facevano alla primaria ma aveva frequenti discussioni con i docenti della scuola media. Infatti questi, nonostante gli indubbi vantaggi del metodo Senza Soma, si rifiutavano di recepire tale modello di insegnamento nel loro ordine di scuola, affermando tra l’altro, che i ragazzi non imparavano nulla.

Lo scorso anno, tra l’altro, la preside aveva fatto irruzione durante una riunione pomeridiana nel plesso di una scuola media e, visto che i vetusti professori si ostinavano a tenere la cattedra davanti alle file dei banchi, invece che spostarla da una parte e usarla solo come piano di appoggio, aveva chiamato gli operai del comune ordinandogli di far rimuovere tutte le cattedre dalla scuola. Il giorno dopo i reazionari docenti si trovarono davanti gli alunni a far lezione solo con una sedia, senza saper nemmeno dove mettere i libri e la borsa. Ben gli stava.

(Fine parte prima)

“Il primo viaggio”

Eravamo ormai quasi a fine luglio e il caldo si era fatto opprimente. Marco aveva sostenuto l’ultimo esame prima delle vacanze estive e ora, con un misto di ansia e eccitazione, aspettava il momento di partire per il suo primo viaggio all’estero.

Con i suoi genitori non si era mai allontanato troppo da casa, a parte qualche incursione nel paese nativo dei suoi per andare a trovare nonni e zii. Il padre lavorava molto e, quando finalmente riusciva a raggiungere le sospirate ferie, preferiva starsene a casa a rilassarsi e a godersi la tranquillità della casa di campagna dove viveva.

Quando era bambino, anche Marco apprezzava gli spazi aperti della natura che si aprivano intorno alla sua abitazione. Poteva girare in bicicletta in lungo e in largo, passeggiare lungo il fiume, costruire, insieme ai cugini, carretti, zattere e ponti di canne che adagiavano sulle rive del corso d’acqua.

Da piccolo, vivere in campagna può essere pieno di opportunità ma, quando cominci a crescere, e vorresti allargare i tuoi orizzonti e le tue conoscenze, non è più così piacevole e in certi momenti ti senti come in una prigione da cui vorresti evadere.

Marco era un ragazzo piuttosto silenzioso e non aveva mai avuto molti amici ma, approdato all’università, era riuscito ad inserirsi in un gruppo che organizzava qualche uscita e, finalmente, qualche viaggio che lo portasse lontano dai luoghi e dalle occupazioni della quotidianità.

Quell’estate la meta prescelta era stata la Scozia. Aveva visto foto bellissime sui paesaggi e i castelli scozzesi e, quando qualcuno degli amici aveva proposto questa destinazione, aveva aderito con entusiasmo.

Ora l’attesa era finita e, dopo un viaggio in aereo di qualche ora, atterrarono all’aeroporto di Londra; da qui avrebbero proseguito in autobus fino ad Edimburgo.

Viaggiarono di notte, quasi senza riuscire a dormire e, scesi dal pullman, percepirono subito l’aria frizzante del paese nordico che li fece rabbrividire. Ma l’entusiasmo prese rapidamente il sopravvento e, dopo aver indossato qualcosa di più caldo, cominciarono ad aggirarsi per la città, cullati dal suono delle cornamuse che riecheggiava praticamente ovunque, percorrendo strade dove si affacciavano edifici storici.

Edimburgo gli piaceva molto ma sentiva che l’anima più profonda della Scozia era altrove e cominciò a desiderare di iniziare il tour che lo avrebbe portato in luoghi remoti e quasi disabitati.

Dopo alcuni giorni andarono a ritirare la macchina a noleggio che avevano prenotato e, dopo alcune difficoltà legate alla guida a destra, cominciarono l’itinerario che avevano progettato a tavolino, quando si erano trovati per organizzare il viaggio.

Trascorsero solo poche decine di minuti prima che si aprissero davanti a loro paesaggi sconfinati dove castelli che si specchiavano sui laghi si alternavano a colline verdeggianti. Sopra di loro, le nuvole, mosse dal vento che non si arrestava quasi mai, mettevano in scena uno spettacolo di luci e ombre che si riverberava sulla terra e sulle acque sottostanti creando sempre nuove sfumature e combinazioni di colori.

Marco era incantato da questo caleidoscopio naturale e sentiva che quella terra si accordava al suo animo un po’ malinconico ma, allo stesso tempo, voglioso di immergersi nella vita e di viverla intensamente. Era come se si fosse liberato da un suo modo di essere che ormai da qualche anno gli stava un po’ stretto, fatto di troppe esitazioni e permeato dalla storica timidezza; solo ora sentiva che poteva cominciare a cogliere i frutti che la vita gli avrebbe riservato.

Tutto quel viaggio rimase impresso nella mente di Marco per lungo tempo ma ci furono alcuni momenti che furono scolpiti in modo indelebile dentro di lui.

Il primo fu la ricerca, nelle propaggini più settentrionali della Scozia, dove si poteva guidare per ore senza trovare tracce di esseri umani, di un castello costruito a picco su una scogliera.

Quando scesero dalla macchina cominciarono a dirigersi verso la costa, addentrandosi in una nebbia che diventava sempre più fitta. Camminarono  per almeno mezz’ora, cambiando più volte direzione, non avendo punti di riferimento concreti; ma ad un certo punto avvertirono il suono del mare che, a mano a mano che si avvicinavano, si faceva sempre più intenso per il ritmico impatto con la scogliera.

Guardando con attenzione, cominciarono a scorgere i tratti di una costruzione che sembrava emergere dal nulla: erano i resti del castello che stavano cercando. Si aggirarono per un po’ di tempo tra le stanze e i muri in rovina, immersi nella nebbia lattiginosa, quasi intontiti dal rumore assordante delle onde.

Poi tornarono sui loro passi e Marco si girò più volte a rimirare i contorni  del castello che diventavano sempre più tenui fino a scomparire.

L’altro momento significativo fu ad Oban, sulla costa occidentale, quasi alla fine del viaggio. Erano giunti in questo paese di pescatori dopo la spettacolare incursione sull’isola di Sky, dove cielo e acque sembravano confondersi, rispecchiandosi reciprocamente.

La sera uscirono sotto la tipica pioggerellina britannica, così lieve che sembrava rimanere a mezz’aria. Entrarono dentro un locale e socializzarono con la gente del luogo che anche in quell’occasione si mostrò allegra e ospitale.

La mattina, dopo la colazione e in attesa di rimettersi in marcia per l’ultima tappa, Marco si sedette davanti alle grandi vetrate che davano direttamente sul mare, contemplando l’azzurra immensità, e pensò che non avrebbe mai voluto andarsene da lì.

Ma sapeva che fuori la vita lo stava aspettando.