Giuseppe Ungaretti- Selezione di poesie

STASERA

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

ALLEGRIA DI NAUFRAGI

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare.

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Il professor Berretuono

Il professor Berretti insegnava Latino e Italiano in un liceo della città. Era un signore sulla cinquantina con la pancia prominente e la testa ormai priva di capelli. Non aveva l’aria distinta di certi insegnanti di una volta, ma la sua presenza si faceva sentire soprattutto per i decibel che sprigionava quando qualcuno, alunni, colleghi o genitori, lo facevano irritare.

Per questo motivo era noto a tutti con il soprannome di Berretuono e anche lui esibiva con un misurato orgoglio tale appellativo.

Berretuono aveva un’alta considerazione del suo lavoro, trascorreva interi pomeriggi a preparare le lezioni che doveva svolgere in classe e anche la scelta dei temi da dare agli alunni gli portava via moltissimo tempo. Se qualcuno dei suoi amici o conoscenti gli faceva notare che forse queste attività potevano essere svolte in tempi più rapidi, andava su tutte le furie, facendo impennare il tono della voce e dichiarando che il suo era un lavoro serio che andava fatto nel migliore dei modi.

Ovviamente pretendeva la stessa meticolosità e dedizione anche dagli alunni e, se qualcuno non era preparato a dovere o, peggio, cercava di arrabattarsi arrampicandosi sugli specchi, investiva il malcapitato con un grido così imponente che tutti i vetri della scuola sembravano risentirne.

Quando spiegava qualche argomento pretendeva il silenzio assoluto e se, per qualche riprovevole motivo, in una delle classi circostanti si levava un vociare o qualcuno spostava i banchi magari perché dovevano fare un compito, Berretuono usciva di colpo dall’aula e si lanciava verso la fonte di tali schiamazzi e li riduceva al silenzio con somma gioia del docente preposto ai rei alunni.

Si racconta che una volta, durante il ricevimento mattutino, venne al colloquio un famoso avvocato della città il cui figlio era stato ripreso in malo modo da Berretuono. Il zelante genitore aveva chiesto, cercando di controllarsi, il motivo di tale atteggiamento nei confronti del fanciullo al docente che aveva spiegato in modo più calmo possibile che l’alunno gli aveva mancato di rispetto.

Il padre premuroso aveva cercato di giustificare l’atteggiamento del ragazzo e aveva fatto intendere al professore che forse aveva avuto una reazione esagerata. Ma poiché questi non accennava a redimersi e anzi cominciava palesemente ad irritarsi, il professionista affermato tirò fuori la sua arma segreta ed esclamò con aria sostenuta: “Lei non sa chi sono io!”.

Al che il docente rispose con tutta la potenza di fuoco della sua voce: “Non me ne importa niente di chi è lei!”

E il genitore arrogante dovette suonare la ritirata.

“Il dottor Živago” di Boris Pasternak

Leggendo un saggio di Calvino sul Dottor Živago, mi sono tornate in mente le sensazioni di meraviglia che avevano accompagnato la mia lettura di questo grande romanzo.

Riporto una sintesi di tale articolo che fa comprendere l’importanza e la bellezza di questo capolavoro della letteratura mondiale.

La prima impressione che suscitò la lettura del Dottor Živago, uscito in Italia nel 1956, fu quello di trovarsi davanti al ritorno del grande romanzo russo dell’Ottocento. Ma questa sensazione non durerà a lungo.

L’assunto principale del pensiero di Pasternak è che la natura e la storia non appartengono a due ordini diversi ma formino un continuo in cui le esperienze umane sono immerse e dal quale sono determinate. Questo idea viene resa meglio attraverso la narrazione che mediante riflessioni teoriche, come avveniva spesso nei romanzi del secolo precedente.

Il significato del libro quindi è da ricercare non nella somma delle idee enunciate ma in quella delle immagini, delle sensazioni e dei silenzi.

Del resto non è nemmeno sensato collocare il Dottor Živago prima della dissoluzione novecentesca del romanzo.

Infatti le vie di tale dissoluzione sono presenti entrambe in questo romanzo. Da una parte il frantumarsi dell’oggettività realistica nell’immediatezza delle sensazioni. Dall’altra, l’oggettivarsi della tecnica dell’intreccio che viene considerato in sé, portando alla parodia e al gioco di un romanzo costruito “romanzescamente”.

Pastenak porta questo gioco alle estreme conseguenze, costruendo una trama di coincidenze continue, attraverso tutta la Russia, in cui una quindicina di personaggi non fanno altro che incontrarsi per combinazione, come se ci fossero solo loro.

Nel romanzo è di fondamentale importanza il ruolo della natura che non è più il romantico repertorio dei simboli del mondo interiore del poeta ma è qualcosa che è prima e dopo e dappertutto, che l’uomo non può modificare ma solo cercare di capire.

Il muoversi nella natura contiene e informa ogni altro avvenimento o sentimento umano: uno slancio epico nel descrivere lo scroscio degli acquazzoni e lo sciogliersi delle nevi.

Il poeta cerca di inglobare in un unico discorso natura e storia umana per una definizione totale della vita: il profumo dei tigli e il rumore della folla rivoluzionaria mentre Živago nel ’17 va verso Mosca.

Sandro Penna- Poesie della leggerezza

Io vivere vorrei addormentato

Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita. 



Il mare è tutto azzurro

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.



E' bello lavorare

E’ bello lavorare

nel buio di una stanza

con la testa in vacanza

lungo un azzurro mare.

Scuola

Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
di collegiali. Chini
sui libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.

Il genitore incalzante

Anche i genitori possono essere di varie tipologie. Ce ne sono alcuni molto collaborativi che si organizzano in modo che tutti gli alunni della classe siano inclusi in ogni attività della scuola.

A tale scopo arrivano a contribuire anche a livello economico, tramite una colletta tra di loro, per permettere la partecipazione ad uscite e gite della classe a tutti i ragazzi, anche a quelli che non se lo potrebbero permettere.

Talvolta la loro capacità organizzativa invece ha scopi meno nobili come quello di venire a protestare per il comportamento di alcuni ragazzi, magari molto problematici, che disturbano la lezione, arrivando a suggerire quali provvedimenti gli insegnanti dovrebbero adottare per risolvere tali incresciose situazioni. Ed è inutile spiegare loro che non è consigliabile intervenire in maniera troppo rigida in certe particolari situazioni perché si creerebbe ancora più tensione e lo stato delle cose andrebbe anche peggiorando. Quasi sempre penserebbero che gli insegnanti sono degli incapaci, privi di autorevolezza o volontà di intervenire per salvaguardare il benessere dei loro pargoli.

Poi si possono trovare i gruppi di genitori i quali considerano il corpo docente troppo rigido, che seppellisce di compiti a casa i poveri fanciulli, già oberati dai vari impegni pomeridiani, come lo sport, lo strumento musicale, il corso di lingua. E spesso si trovano a trascorrere le serate a cercare di far finire i compiti ai figli invece di godersi un po’ di riposo, magari davanti alla televisione. Non mancano neanche quelli che vengono a rinfacciare agli insegnanti aguzzini il fatto che non sono potuti uscire nel week-end o partire per una piccola vacanza perché la lezione da svolgere a casa non lo permetteva.

Quando vedono arrivare delle note a casa, scritte dagli insegnanti esasperati dal comportamento dei ragazzi, talvolta firmano senza mettere in dubbio la parola del docente e decidono il provvedimento da adottare per migliorare la condotta dei figli; altre volte rimangono increduli e decidono di sentire la versione del figlio che racconterà l’episodio a modo suo e, forti di queste parole, si recheranno dall’insegnante scrivente per contestare la nota dicendo di conoscere bene il loro bambino e che non mentirebbe mai a loro. A questo punto l’insegnante ingaggerà una discussione affermando la sua buona fede e chiamando magari a testimoniare la docente di sostegno che per fortuna si trovava in classe al momento dell’accaduto.

Il genitore della vittima affermerà allora di aver sentito alcuni compagni di classe del fanciullo che gli avrebbero confermato che in fondo non si era comportato così male e che la docente era stata troppo severa. Le due insegnanti presenti con molta pazienza racconteranno di nuovo per filo e per segno l’accaduto, sottolineando che un adulto ha una capacità maggiore di giudicare gli avvenimenti e che il punto di vista dei ragazzi, pur rispettabile, può essere troppo soggettivo.

Tale discussione alla fine non porterà a risultati concreti visto che ognuno rimarrà sulle sue posizioni, ma da quel momento il genitore cercherà sostegno tra altre madri e padri per sentire se anche loro condividano la sua posizione. Nel caso poi dovessero arrivare altre note, o peggio rapporti, torneranno alla carica sventolando la bandiera del vittimismo e affermando che ormai è chiaro come la luce del sole che quel docente ha preso di mira il figlio e lo sta perseguitano.

Episodi di questo tipo non capitano tutti i giorni ma sicuramente nell’arco di un anno si possono verificare più di una volta. La reazione del docente in questo caso dovrà essere ferma ma non rigida, altrimenti potrebbe avere in poche settimane diversi genitori contro che porteranno le loro ragioni alla Dirigente, la quale non sempre sarà disposta ad appoggiare i suoi insegnanti.

Un’altra critica che talvolta viene fatta è quella di non fare lezioni molto interessanti, giustificando in parte il comportamento dei ragazzi che si annoiano e cercano di trovare altri modi per divertirsi in classe. Ora, fermo restando che l’insegnante deve cercare sempre di presentare gli argomenti in modo stimolante per gli alunni, questi deve comunque svolgere un programma e non può ridurre tutte le lezioni a laboratori e all’utilizzo di materiali multimediali, anche se possono essere utili per facilitare la comprensione di certi concetti. Talvolta stare a scuola implica un lavoro faticoso e, anche se percepito come non troppo interessate, va portato avanti comunque, visto che non si può ridurre l’insegnamento ad uno spettacolo di cabaret o ad una gita a Gardaland dove tutto è divertimento e niente deve essere pesante.

Potete trovare altre storie di questo tipo nel libro raggiungibile attraverso questi link:

https://stores.streetlib.com/it/anna-maria-arvia/le-meravigliose-avventure-di-uninsegnante-precaria

https://www.ibs.it/meravigliose-avventure-di-insegnante-precaria…/9788828368694

Dante Alighieri- Inferno. Canto I – Le tre fiere (vv. 31-60)

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Parafrasi

Ed ecco, quasi all’inizio della salita,

una lonza (bestia simile ad un leopardo) agile e veloce,

coperta di pelo macchiato; (allegoria della lussuria)

e non si allontanava davanti al viso,

anzi impediva tanto il mio cammino,

che più volte mi rivolsi per tornare indietro.

Era la prima ora del mattino,

e il sole saliva su insieme a quelle stelle

che si trovavano con lui (il sole) quando Dio

mosse per la prima volta gli astri del cielo (al momento della creazione);

in modo tale che mi era motivo di ben sperare

riguardo il pericolo di quella fiera dalla pelle leggiadra (piacevole a vedersi)

l’ora del giorno e la dolcezza della stagione;

ma non al punto che non mi desse paura

l’apparizione della vista di un leone (la superbia).

Questa sembrava che venisse contro di me

con la testa alta e con la volontà di nuocere,

in modo tale che sembrava l’aria ne tremasse.

Ed una lupa, che di tutte le voglie

sembrava carica nella sua magrezza,

e molte persone fece già vivere afflitte, (l’avarizia)

questa mi provocò tanta angoscia

con la paura che si sprigionò dal suo aspetto

che io perdei la speranza di raggiungere la sommità del colle.

E come colui che accumula volentieri (come l’avaro o il giocatore),

e arriva il momento che gli fa perdere tutto,

che in tutti i suoi pensieri si addolora profondamente;

allo stesso modo mi fece diventare la bestia insaziabile,

che, venendomi incontro lentamente,

mi sospingeva dove il sole non arriva (nella selva).

Piccolo commento

Dante comincia l’ascesa al colle quando, quasi all’inizio della salita incontra le tre bestie feroci, allegorie di tre peccati capitali: la lussuria, la superbia e l’avarizia.

Le tre fiere ostacolano la conversione dell’uomo singolo e distruggono i fondamenti dell’ordine politico e morale della società. L’allegoria della lupa è da intendersi in senso ampio, come cupidigia che secondo Dante rappresentava la causa più profonda della corruzione della società. Infatti il personaggio Dante è ostacolato dalle prime due bestie ma solo la terza lo costringe a scendere di nuovo verso la selva oscura.

Dante Alighieri- Inferno. Canto I -Il colle illuminato dal sole (vv. 13-30)

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Parafrasi

Ma dopo che arrivai ai piedi di un colle (rappresenta la vita virtuosa),

là dove terminava quella valle (la selva)

che mi aveva trafitto il cuore di paura,

guardai verso l’alto e vidi i suoi pendii

inondati già dai raggi del pianeta (il sole, allegoria della Grazia divina)

che guida sempre l’uomo per la retta via.

Allora la paura fu un po’ acquetata

che nella cavità interna del cuore mi era perdurata

la notte che trascorsi con tanta angoscia.

E come colui che con respiro affannoso

uscito fuori dal mare (dove stava affogando) e sulla riva

si volta verso l’acqua pericolosa e guarda con intensità,

così il mio animo, che ancora rifuggiva (dal pensiero della selva oscura),

si rivolge ancora indietro a contemplare ancora il passaggio (la selva)

che non lasciò mai una persona viva. (perché passaggio dalla vita alla morte dell’anima).

Dopo che ebbi fatto riposare un po’ il corpo stanco,

ripresi il cammino per il pendio deserto (tra la valle e il colle),

in modo tale che il piede fermo era sempre il più basso (perché sta salendo)

Piccolo commento

Dante, profondamente turbato dal pericolo mortale che lo sovrasta, si rasserena alla vista del monte illuminato dai raggi del sole, allegoria della Grazia divina che mostra e indirizza verso la vita virtuosa. Il sole è chiamato pianeta perché il poeta riprende la cosmologia tolemaica secondo cui la Terra è al centro dell’universo con gli altri pianeti che le girano intorno.

Ripresosi dalla paura per lo scampato pericolo ed essersi riposato un po’, Dante riprende il cammino cercando di salire sul monte della vita virtuosa, l’unica che può donare la felicità terrena.