La terra inaridita

Era stata un’altra giornata molto calda. La temperatura era salita oltre i 50 gradi, come succedeva sempre più spesso negli ultimi anni nel corso di estati divenute sempre più lunghe e opprimenti.

A causa dell’eccesso di consumo, l’energia era stata razionata e quella sera Mark non aveva potuto accendere l’aria condizionata. Da quando era tornato a casa, si era aggirato come un’anima in pena da una stanza all’altra, bagnandosi in continuazione il viso e il collo e sventolandosi con tutto quello che gli capitava sotto mano. La schiena era completamente bagnata, inzuppando la maglietta che ogni tanto si cambiava per conservarsi qualche minuto asciutto.

Uscire di casa era inutile. Anche fuori c’era un caldo infernale, visto che non rimaneva quasi traccia di vegetazione non solo intorno alla sua abitazione ma anche fuori città, dove un tempo si stagliavano contro il cielo imponenti alberi e foglie leggere si muovevano al vento.

Per anni avevano detto che poteva finire così ma pochi ci avevano creduto davvero e, anche quelli che si indignavano, non avevano fatto abbastanza per evitare l’avanzata inesorabile delle terre morte, dove niente cresceva più.

Solo l’estrema regione australe della superficie terrestre era ancora verde e fertile; per questo diverse popolazioni avevano cercato di spostarsi verso quella che sembrava la terra promessa.

Ma ben presto furono erette barriere che impedivano le migrazioni di massa. C’era già troppa gente laggiù e gli abitanti originari di Meridioland non potevano tollerare di perdere i propri privilegi, che venivano dal fatto di trovarsi nella parte giusta della Terra. Il governo di questi paesi aveva investito molto negli armamenti e la difesa dei confini. La priorità era diventata la salvaguardia di quelli che consideravano i loro diritti, anche a costo di sacrificare altri settori che un tempo erano considerati fondamentali come la cura del corpo e il benessere spirituale delle persone.

Chi aveva provato ad avvicinarsi a quelle zone, era stato brutalmente respinto. Talvolta c’erano stati anche incidenti – così li chiamavano – che avevano portato alla morte di diverse persone.

Mark si era rassegnato a rimanere nel suo Paese natale, anche se lo aveva visto mutare così tanto negli ultimi decenni da non riconoscerlo quasi più.

Da luogo meta di turisti e approdo di persone in cerca di fortuna, era diventato in poco tempo una landa desolata con insediamenti sempre più rari. Ormai non era appetibile per nessuno.

Ma lui non riusciva a separarsene. Qualcosa lo ancorava su quella terra, come in un porto riparato dai flutti più impetuosi.

Era ormai notte inoltrata e decise che doveva almeno provare a dormire, sprofondando nella calda pozza della camera. La mattina successiva doveva alzarsi presto e affrontare un’altra faticosa giornata.

Si rigirò per molto tempo nel letto fino a quando il disagio e l’agitazione furono vinte dalla spossatezza e cadde in un sonno leggero, intervallato da un dormiveglia semi cosciente.

Si ritrovò in uno spazio aperto, sotto un cielo di un azzurro intenso e il sole che dardeggiava, stringendolo in una morsa di caldo che non dava tregua. Davanti a lui si apriva la solita distesa di terreni ormai privi di vita, a parte alcuni arbusti e sparuti alberi che si erano adattati al clima. Si stava recando a lavoro, in un centro di ricerca dove si cercava di ottimizzare la conversione dell’acqua marina in acqua potabile. Era un processo già realizzabile, ma bisognava abbattere i costi di produzione per ricavarne una quantità adeguata. Quella disponibile era appena sufficiente e, chi aveva minori disponibilità economiche, spesso non poteva accedere al consumo di questo bene di vitale importanza.

Avanzava a piedi, lungo una strada che sembrava deformarsi davanti a lui per le ondate di calore che la attraversavano. Sapeva di dover andare avanti, ma temeva di non riuscire a giungere a destinazione, tanto era il disagio anche fisico che lo attanagliava. Ad un certo punto si sentì mancare e probabilmente perse i sensi.

Come in un film che cambia scena, un momento dopo si ritrovò in un paesaggio completamente diverso, tra colline coperte di vegetazione e montagne aguzze che si ergevano in lontananza. Sentiva sulla pelle un vento leggero e un sole tiepido, a cui non era più abituato. Nei muscoli delle gambe aveva un’energia nuova e la bellezza dei luoghi lo spingeva a camminare più velocemente.

Non riusciva a capire bene dove fosse. Non ricordava di aver visto luoghi del genere negli ultimi anni, se non in qualche vecchio documentario. Ma l’importante era essere lì e godere di quel momento. Si guardava intorno incredulo, ora posando lo sguardo sugli alberi che affollavano i crinali delle colline, ora su piccole abitazioni che dominavano verdi prati, ora perdendosi nella danza di bianche nuvole che si muovevano placide nel cielo non più ostile.

Ancora un altro salto temporale ed era su un sentiero che si inerpicava verso la montagna. Attraverso un boschetto di alberi dal fusto sottile, rapito dal lento muoversi delle chiome tra i ritagli del cielo azzurro sopra di loro. Respirava a pieni polmoni e sentiva sulla pelle, a mano a mano che saliva, il piacevole pizzicore dell’aria frizzante. Da qualche parte sulla destra, percepì il suono argentino di un corso d’acqua e, dopo poco, intravide un ruscello che si faceva strada tra le rocce del fondale. Era una visione prodigiosa. Quasi non ricordava più com’era fatto un torrente di acque limpide.

Dopo qualche minuto che camminava nel bosco, ascoltando il canto degli uccellini e i rumori del sottobosco, giunse in una radura dove, insieme a cespugli e ad altre forme di vegetazione, scorse, affiorante dalla verde distesa, il giallo sgargiante di ginestre che con il loro profumo ravvivavano ancora di più quell’angolo di paradiso. Si avvicinò e scorse sui petali delicati di questi fiori, alcune gocce di rugiada che vi esitavano sopra, accrescendo ancora di più la meraviglia della visione ma anche la sua fugacità.

Un attimo dopo si svegliò e si ritrovò madido di sudore sul suo letto di sofferenze. L’oppressione del caldo lo aveva riportato all’impietosa realtà: il senso di benessere era durato il tempo di un sogno.

Sentì la gola completamente secca ma era incapace di muoversi, un po’ per la stanchezza, un po’ per l’abbattimento che aveva seguito il dissolversi del sogno.

La morsa dell’angoscia, che aveva stretto di nuovo lo stomaco, sembrava soffocarlo.

Rimase immobile sul suo giaciglio per molto tempo, cercando di fissare nella mente i dettagli del sogno che già svanivano come rivoli su un terreno in pendenza.

Quando si decise ad alzarsi per andare a bere, si trascinò faticosamente verso la cucina, aprì la porta e, accesa la luce, scorse sul tavolo al centro della stanza un ramoscello di ginestra.

Fu colto da una forte sensazione di straniamento. Probabilmente stava ancora sognando. Oppure la stanchezza gli stava facendo un brutto scherzo.

Corse in bagno, si lavò il viso con grande energia, si schiaffeggiò più volte per vedere se riusciva a tornare in sé.

Niente da fare: lo sfolgorante fiore continuava ad illuminare la sua spartana abitazione, spandendo intorno una gradevole fragranza che aveva pervaso ogni angolo.

Il suo fragile stelo, che resisteva anche sui terreni più impervi e inospitali, era un monito per chi aveva rinunciato troppo presto alla vita.

Forse non era ancora troppo tardi per cambiare le cose.

Forse non tutto era perduto.

3 pensieri su “La terra inaridita

  1. Brano che fa riflettere.
    Nonostante l’apertura finale alla speranza, è un racconto angosciante perchè quanto mai verosimile. E sembra che lì, in realtà, il mondo abbia superato il punto di non ritorno, esattamente come ci capiterà tra non molti anni se non cambiamo decisamente rotta.
    ml

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    1. L’idea di fondo è proprio questa: una situazione che sembra irreversibile ma che l’uomo può fare ancora qualcosa per cambiare. Anche se non sono molto ottimista a riguardo.
      Dal punto di vista artistico invece che ne pensi del racconto? Scorre bene o è un po’ sovraccarico?

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