“L’ultimo libro”

Mancava meno di un’ora all’arrivo del nuovo anno.

Anna con una scusa era riuscita a sottrarsi all’allegra brigata di amici che continuava a vociare nel soggiorno. Ora si trovava nel suo studio che per lei era stato per anni un luogo dove lavorare e rifugiarsi nella lettura dei suoi amati libri.

Quando gli impegni della quotidianità lo permettevano, infatti, si accomodava sulla poltrona vicino alla finestra e si dedicava al suo passatempo preferito: immergersi ogni volta in un universo diverso, immedesimandosi nei personaggi, vivendo storie, dipingendosi ambientazioni talmente varie che nessun essere umano avrebbe potuto sperimentare nella sua vita per quanto ricca di esperienze potesse essere.

Ma ora gli scaffali erano quasi deserti. Al posto dei volumi che tanto amava, aveva disposto una serie di anonimi oggetti che non riuscivano nemmeno lontanamente a coprire il vuoto che i libri avevano lasciato.

L’ordinanza del governo di Popolandia era stata chiara: nessun cittadino doveva possedere più alcun libro. Pena il carcere e diversi mesi di Campi di Correzione i cui reduci si aggiravano per la comunità con lo sguardo spento e quasi privi di volontà. Nessuno sapeva cosa succedesse lì dentro, visto che le larve umane che facevano ritorno non proferivano parola, limitandosi a condurre, ora in maniera assolutamente meccanica, la propria vita.

Questi metodi che avrebbero fatto inorridire chiunque solo trenta anni prima, nel 2047 venivano accettati o quantomeno tollerati dalla maggior parte della popolazione. Infatti la propaganda governativa aveva fatto passare i lettori impenitenti come pericolosi delinquenti che tramavano contro l’ordine costituito, armati dei loro testi scritti: era un’epoca in cui si poteva leggere solo su dispositivi digitali, controllati direttamente dalla Polizia del Consenso. Purtroppo molti dei testi che formavano il patrimonio culturale dell’umanità erano stati epurati, in quanto ritenuti forieri di idee potenzialmente rivoluzionarie.

La verità è che a molti la vita che conducevano andava bene così. Avevano il necessario per i loro bisogni e per divertirsi. Nessuno era tenuto a pensare e, per i più esigenti, c’era anche l’illusione di poter decidere qualcosa a livello di comunità.

Infatti l’Esecutivo, una volta alla settimana, faceva comparire sui dispositivi digitali che tutti possedevano, un quesito su cui la popolazione poteva esprimere il proprio parere. Non era necessario sforzare troppo le meningi, infatti si sceglieva tra risposte che erano già date, ma a qualcuno piaceva ancora dire la sua sulle questioni pubbliche.

Per il resto la gente trascorreva il tempo ad assistere a spettacoli di tutti i tipi, quasi esclusivamente sul monitor del proprio dispositivo e si sfogavano commentando, spesso con toni aggressivi, alcune notizie su nemici interni ed esterni allo stato che il Comitato per la Distrazione mandava loro, sempre attraverso la rete.

Anna non apparteneva alla maggioranza dei suoi cittadini e la stretta allo stomaco che la prendeva, quando entrava nello studio, spogliato dei volumi che aveva tanto amato, anche quella sera non accennava ad alleggerirsi.

Dopo settimane di angosciosa resistenza, il suo compagno la aveva convinta a disfarsi dei suoi libri: dal Primo gennaio, la Polizia del Consenso avrebbe fatto controlli casa per casa.

Era troppo pericoloso farsi trovare ancora con volumi cartacei. Sapeva che non avrebbero fatto sconti. Il rischio di finire in un Campo di Correzione era molto concreto, quasi una certezza.

Tra l’altro Anna insegnava all’università, istituto dove circolavano ancora delle idee e per questo attirava la spasmodica attenzione dei controllori governativi. Aveva ricevuto molte visite sul posto di lavoro e sapeva che sarebbero venuti presto anche a casa sua.

Solo uno degli amati libri non aveva avuto ancora il coraggio di buttare nel tritacarte presente in ogni abitazione: la Divina Commedia di Dante, testo che aveva letto e riletto decine di volte sia per lavoro che per passione personale. Era un libro che amava profondamente. Il suo carattere di summa del sapere medievale veniva stemperato dalle potentissime immagini che l’autore era riuscito a creare, riuscendo a rendere il mondo ultraterreno qualcosa di concreto che ogni lettore poteva figurarsi.

Ma la caratteristica che più la seduceva era la capacità di Dante di scolpire in pochi versi concetti e immagini meravigliosi, con una tale maestria che non aveva riscontrato in nessun altro autore, per quanto avesse studiato e letto moltissime altre pietre miliari della letteratura mondiale.

Il tempo trascorreva e il 2048 si avvicinava a grande velocità. Sapeva che non poteva trattenersi molto. Qualcuno, preoccupato della sua prolungata assenza, avrebbe potuto venire a cercarla, trovandola in flagrante violazione della legge.

Continuava a rigirarsi il volume tra le mani, a toccarlo, mentre sospirava e si contorceva sulla poltrona. Aveva cercato di imparare a memoria quanti più passi poteva, ma sapeva che non sarebbe bastato. Era troppo grande il patrimonio racchiuso in quel libro. Era come una cattedrale che non avrebbe più visto, neanche in fotografia.

Aprì per l’ultima volta il libro e lesse questi versi:


L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina…

Era la descrizione del risveglio del mattino che svela in lontananza la superficie tremolante del mare, all’inizio del Purgatorio. Una dichiarazione di rinascita, dopo aver attraversato il regno dei dannati.

Anna si fece coraggio. Prese l’amato volume e lo depositò nella macchina distruttrice. Si allontanò in fretta per non sentire il rumore della carta che si faceva a brandelli.

Tornò in soggiorno, cercando di sfoggiare un sorriso che si addiceva alla circostanza.

Aveva la morte nel cuore ma sapeva che non si sarebbe arresa.

Avrebbe trovato un modo per non soccombere alla grettezza del suo tempo.

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