“Flatlandia” di Edwin A. Abbott

Flatlandia è un libro scritto alla fine dell’Ottocento dal teologo e pedagogo inglese Abbott e rappresenta un’opera completamente inedita nella produzione dell’autore, noto tra i contemporanei soprattutto per gli scritti teologici, letterari e manualistici.

Il racconto è diviso in due parti. Nella prima parte il narratore descrive il mondo di Flatlandia che, come dice il nome, è un universo bidimensionale i cui abitanti sono delle figure geometriche le quali si muovono su un piano che per loro è l’unico concepibile. Il narratore è uno degli abitanti, e nella fattispecie è un quadrato, la forma che contraddistingue i professionisti.

Nella seconda parte, il quadrato racconta il suo incontro con una sfera proveniente da Spacelandia (il mondo a tre dimensioni) che lo illumina sulla presenza della terza dimensione. Inizialmente il protagonista fa fatica a concepire questo tipo di mondo, perché i suoi sensi non sono in grado di percepirlo. Succcessivamente, grazie agli insegnamenti della sfera, riesce ad andare oltre la conoscenza sensoriale e arriva a “vedere” la terza dimensione con gli occhi della mente.

Ma quando il quadrato si spinge ancora avanti, percependo mondi anche oltre la dimensione tridimensionale, la sfera si rifiuta di credergli e si dimostra ottusa come gli abitanti di Flatlandia, che non riescono ad elevarsi ad una conoscenza che vada oltre l’orizzonte del proprio universo.

Abbott ci presenta il confronto tra mondi, o meglio, prospettive del mondo diversi: si va dall’unica dimensione di Linealandia, a quella bidimensionale di Flatlandia, sconfinando poi in quella tridimensionale di Spacelandia. Non è preclusa nemmeno la possibilità di realtà a quattro, cinque dimensioni e anche oltre, nonostante non siano percepibili attraverso i nostri sensi.
Questo testo non è solo godibile per gli appassionati di materie scientifiche, ma può essere letto anche come critica alla rigida società vittoriana dell’epoca in cui visse l’autore. Infatti Flatlandia è una comunità essenzialmente conservatrice, dove le classi inferiori sono rese inoffensive con metodi anche brutali e, se da esse qualche individuo emerge per capacità e intelligenza, questi viene prelevato dalla sua famiglia e dato in adozione a membri di rango più elevato, per evitate che un giorno possa mettersi a capo di sedizioni contro l’ordine costituito.

Le donne poi hanno la forma di un ago e come tale appaiono agli abitanti del mondo bidimensionale come punti semiopachi, quasi invisibili. Quindi sono sottoposte ad un codice molto rigido in quanto, un loro movimento impovviso, può causare la morte di chi si trova vicino.

Una regola è quella che proibisce loro di camminare e anche di star ferme in qualsiasi luogo pubblico, senza muovere continuamente il posteriore da sinistra a destra, in modo da segnalare la propria presenza a chi sta dietro.


Un testo notevole per inventiva e densità di concetti. Richiede un po’ di impegno nella lettura ma lo sforzo è ampiamente ripagato dall’arricchimento che si riceve. Si può considerare anche un romanzo distopico ante litteram per la rappresentazione di una società nata dalla fantasia dell’autore ma con continui riferimenti critici a quella contemporanea del teologo inglese.

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