Il nuovo alunno

 

L’estate, con le sue tinte forti e le giornate che sembravano non finire mai, aveva lasciato spazio ai più tenui colori di settembre. La lunga attesa era finita e ora Ilario si trovava davanti al cancello della nuova scuola, con lo stomaco che sembrava contorcersi per l’ansia di non sapere come sarebbe stata quella nuova avventura, con nuovi compagni e nuovi insegnanti.

In realtà l’angoscia prevaleva nettamente sulla curiosità, visto che si trovava da solo, in mezzo al vociare chiassoso di coetanei sconosciuti. La madre lo aveva accompagnato prima di andare a lavorare e, senza troppe cerimonie, lo aveva lasciato sul piazzale antistante l’edificio, quasi deserto quando era arrivato, visto che era ancora abbastanza presto.

Ilario aveva frequentato la prima media in un’altra città e, se pure non aveva socializzato più di tanto, gli era dispiaciuto lasciare i vecchi compagni che alla fine lo avevano apprezzato per la sua bravura nell’uso del computer e non facevano troppi commenti sui suoi chili in più e i suoi movimenti goffi.

Ora invece doveva cominciare tutto da capo e non sapeva come si sarebbe trovato.

Mentre era assorto in questi pensieri, la campanella suonò e, insieme ad essa, sentì il battito del cuore che accelerava. Con passo incerto si avviò dentro l’edificio e una custode dall’aria gentile lo indirizzò verso quella che doveva essere la sua classe.

Quando entrò vide che i suoi compagni sciamavano da un banco all’altro alla ricerca del posto migliore e la maggior parte di loro si contendeva gli ultimi banchi, a distanza di sicurezza dagli insegnanti, almeno fino a quando non fossero stati costretti a spostarsi.

Erano ancora in corso queste manovre, quando entrò la professoressa di Lettere che li invitò con sguardo persuasivo a sedersi e a fare silenzio. Anche Ilario, che fino a quel momento era rimasto in piedi cercando un posto che rimanesse libero, poté sedersi, accanto ad un ragazzo mingherlino con i capelli rossi.

A questo punto la professoressa Sarri salutò i ragazzi e diede il benvenuto ad Ilario, chiedendo ai compagni di accoglierlo e di aiutarlo, nel caso avesse bisogno. Ilario fu invitato a presentarsi e, con un tono di voce basso e un po’ incerto, disse da dove veniva e perché aveva cambiato scuola.

Nei primi giorni tutto si svolse in modo abbastanza tranquillo. Gli insegnanti cercarono di capire quale era il suo livello di apprendimento e i compagni lo consideravano appena, con l’eccezione dell’esile ragazzo con i capelli rossi che era seduto accanto a lui.

Con il passare del tempo, cominciarono ad arrivare alcuni commenti sul suo fisico non propriamente atletico, specialmente nelle ore di educazione fisica, dove risaltava di più questa sua, agli occhi degli altri, inadeguatezza. Il compagno che in genere iniziava a fare tali osservazioni era un ragazzo con i riccioli che talvolta piangeva in classe, forse per problemi che aveva a casa, visto che non sembrava essere successo niente a scuola.

Ilario fu sorpreso che fosse proprio lui a cominciare, visto che aveva l’aria di avere qualcosa che lo faceva soffrire, ma con il tempo lo stupore lasciò lo spazio ad una vera e propria inquietudine, visto che questi attacchi verbali si facevano sempre più frequenti e i commenti più spietati e chirurgici nel mettere a nudo i suoi presunti difetti.

Non era in grado di reagire subito a queste aggressioni, anche perché era da solo contro tre o quattro aguzzini, ma qualche volta trovava la forza di raccontare al professore di ginnastica che si sentiva preso di mira per il suo aspetto fisico. Il docente richiamava i responsabili in modo deciso, intimandogli di non permettersi mai più e per un po’ lo ignoravano quando si trovavano negli spogliatoi.

Ma dopo qualche tempo, gli attacchi ripresero, sempre capeggiati dal ragazzo con i riccioli, che probabilmente doveva avere una gran rabbia dentro e aveva trovato la sua valvola di sfogo.

La situazione peggiorò quando cominciarono i commenti sulla chat di classe dove, anche i compagni che generalmente non partecipavano a questa campagna di odio, davano il loro pessimo contributo alla causa. Così bastava che Ilario chiedesse la lezione per il giorno dopo per scatenare una vera e propria aggressione su più fronti che poteva concretizzarsi in questo modo:

I: mi sapete dire la lezione di storia per domani?

R: perché? Non l’hai capita quando l’ha dettata la prof?

F: a cosa pensavi? A mangiare le tue salsicce?

S: poi diventi più largo che alto

R: ci vuole poco, visto che sei un tappo

V: però ha un bel visino…

R: sembra una palla di grasso

F: ma poi quando parla non si capisce neanche che dice…

R: parla sottovoce, altrimenti tutti sentono le sue cavolate…

Queste amene conversazioni potevano riempire pagine e pagine della chat di gruppo e c’era sempre qualcuno che trovava qualche considerazione arguta da aggiungere in un gioco al massacro che sembrava non finire mai, almeno fino a quando non si trovava qualche altro bersaglio come un altro ragazzo emarginato o un’insegnante che era stata troppo severa dal loro punto di vista.

Ilario cominciò a sentirsi sempre più a disagio. La notte si svegliava in preda all’angoscia e gli tornavano in continuazione alla mente le parole e i gesti dei suoi compagni che venivano moltiplicati all’infinito da un crudele gioco di specchi.

Cominciò ad avvertire un vero e proprio malessere e la madre iniziò a sospettare che qualcosa non andasse a scuola. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, riuscì a farsi dire quale problema lo affliggesse e a farsi mostrare anche il testo di certe chat di gruppo.

Sopportare tutto questo sarebbe stato troppo anche per un adulto e decise che non si poteva aspettare altro tempo.

La mattina dopo si recò alla polizia postale per sporgere denuncia.

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“L’anima non si arrende” di Marco Conti

Presentazione dell’autore

Mi chiamo Marco Conti e sono nato a Romano di Lombardia (BG) il 5-8-1973. Abito a Treviglio (BG) dove lavoro come progettista. La scrittura è una passione che mi accompagna da sempre e che mi ha portato a creare anche un blog: marcoscrive.wordpress.com uno spazio personale su cui scrivere e condividere le mie passioni, le mie idee e dove potete trovare le recensioni ricevute dai miei romanzi, le interviste e tutti i miei racconti. Ad uno in particolare sono molto legato. Si tratta di “Semplicemente vivendo” in cui parlo del mio rapporto con una persona speciale che purtroppo non c’è più: mio padre. Questo racconto è arrivato fra i finalisti del Premio Letterario Emozioni 2017 ed ha ricevuto una Menzione d’Onore.

Recentemente ho creato sul mio blog uno spazio chiamato Emergenti in Vetrina, in cui chiunque si può presentare (ogni mercoledì) come meglio crede, mettendo in mostra i propri romanzi i propri progetti, le proprie ambizioni.

Sono sposato, ho due figli e amo trascorrere il tempo libero con la famiglia e gli amici. Amo il mare, amo viaggiare, leggere e ascoltare la musica.

Recensione

L’anima non si arrende” è un romanzo pubblicato da Marco Conti il 18 dicembre 2017.

La storia, narrata in prima persona, è quella di Marco, un ragazzo che arriva a realizzare il suo sogno: quello di diventare uno scrittore ricco e famoso; ma che poi non è in grado di gestire il successo.

Si ritrova quindi ad essere trascinato in un vortice di feste mondane a base di droghe e alcool, circondato da persone che, come avvoltoi, gli stanno vicino solo per convenienza.

Nel frattempo il protagonista perde di vista i veri valori della vita e soprattutto vede sgretolarsi l’amore che nutriva per Sabrina, la ragazza che amava alla follia e che ora percepisce quasi come un intralcio alle attività della sua nuova vita.

Anche l’ispirazione viene meno e, quando Sabrina si fa coraggio e decide di lasciarlo, Marco si sente crollare il mondo addosso perché si rende conto di aver perso tutto e che solo lui è il responsabile della sua rovina.

A questo punto viene colto da una vera e propria disperazione che lo trascina sempre più in basso, quasi a sfiorare la follia. Ma la vita riserva sempre delle sorprese e una lettera che arriva da Parigi dallo zio Nicola, che da vent’anni non ha fatto sapere più nulla di sé, apre un nuovo scenario che lo strappa ad una quotidianità divenuta insopportabile.

Parte per la Francia con il fratello Francesco, ma poi rimane da solo alle prese con il mistero della scomparsa dello zio. Qui la ricerca della verità diventa anche una riflessione sulla sua vita che tenta di rimettere in carreggiata, dopo aver sbandato pericolosamente negli ultimi tempi.

Inoltre la magica atmosfera di Parigi, con le sue strade brulicanti di vita, i suoi bistrot, le sue opere d’arte, danno nuova linfa alla sua ispirazione e la conoscenza di una ragazza italiana gli offre una nuova possibilità.

L’anima non si arrende” è un romanzo scritto in maniera coinvolgente, dove le emozioni del protagonista sono espresse con grande intensità. La lettura è scorrevole e i capitoli si susseguono in modo da tenere il lettore sempre incollato alla storia che sta leggendo.

L’immedesimazione è tale che anche a noi, insieme al protagonista, sembra di fare un viaggio, fisico ma soprattutto interiore, in cui sentiamo lievitare la nostra presunzione, arrivati all’apice del successo, e poi precipitiamo di nuovo nella polvere e nella disperazione che ne consegue.

Ma, come dice il titolo del libro, l’anima non si arrende e, dopo un percorso difficile e tortuoso, riusciamo a ritrovare il senso autentico delle cose e a ricominciare a vivere davvero.

Woolf- Consigli ad un aspirante scrittore

Virginia Woolf è stata una delle figure più importanti della letteratura del Novecento. Oltre alla scrittura, si è dedicata alla critica letteraria e alla lotta per la parità dei sessi.

Tutti conosciamo, almeno per sentito dire, opere come “La signora Dalloway”e“Gita al faro”, nelle quali l’autrice si allontana dalla struttura tradizionale della trama e dei dialoghi e sviluppa tecniche di narrazione più moderne, centrando l’attenzione sul monologo interiore.

Nelle sue opere il tempo non segue una cronologia precisa, ma la narrazione è influenzata soprattutto da pensieri dei vari personaggi o ricordi suscitati da situazioni che questi vivono o dall’ambiente circostante.

Nel saggio “Una stanza tutta per sé”, afferma che una donna deve avere “denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”, rivendicato anche per il sesso femminile il diritto e la libertà di essere una scrittrice.

Il libro “Consigli ad un aspirante scrittore” raccoglie una serie di scritti, soprattutto estratti del suo diario, nei quali Virginia Woolf non dispensa consigli a scrittori in erba ma annota considerazioni personali su autori letti, sulla critica, sull’estasi e il tormento della scrittura, e sull’esistenza.

La prima parte è di lettura difficoltosa perché riporta pagine di diario in cui scrive essenzialmente per sé e mancano talvolta riferimenti per comprendere bene quello che dice.

Successivamente, invece, la lettura scorre meglio anche perché l’autrice comincia a registrare i suoi pensieri pensando che qualcun altro, oltre a lei, possa un giorno fruirne. Il testo è interessante perché permette di entrare nella fucina della scrittrice e vederla all’opera mentre si divide tra critica e scrittura, si scava faticosamente dentro e ricerca la forma migliore per riportare sulla pagina quello che vuole esprimere. È un lavoro che diventa talvolta spossante, anche perché intervallato dalle crisi di nervi che periodicamente si manifestavano, ma che non riesce quasi mai ad interrompere se non per brevi periodi.

Leggendo i sui diari possiamo seguire la nascita delle idee che poi si trasformeranno nei suoi capolavori, il lento e paziente lavoro quotidiano, la fatica e l’impazienza di arrivare alla fine, il lavoro di revisione che sembra non concludersi mai e, una volta arrivati alla pubblicazione, l’attesa spasmodica per i giudizi dei critici. E alla fine di tutto questo processo, la voglia di ricominciare con un nuovo lavoro.

Di tutte queste fasi è costellata la vita di uno scrittore e molti di loro si riconosceranno negli stati d’animo dell’autrice americana, messi a nudo in queste pagine. Così come si riconosceranno in quello che lei definisce il vecchio problema dello scrittore: “Come mantenere l’ispirazione eppure essere esatti. Tutta la differenza tra lo schizzo e il lavoro finito

L’operoso uomo russo

Con Anello d’oro, nell’ambito di un viaggio in Russia, si indica un tour che tocca alcune importanti città della zona che va da Mosca al Volga, un insieme di luoghi dal “glorioso passato e dal grandissimo interesse artistico ed architettonico”, che offrono “uno spaccato della provincia, dove si può percepire, lontano dalle grandi città, la vera anima del popolo russo”.

Queste belle parole lette in un depliant, dopo l’accorato e disinteressato suggerimento della signora dell’agenzia turistica, ci convinsero, me e il mio compagno, a sacrificare alcuni giorni della visita di città come Mosca e San Pietroburgo e concederci un po’ di tempo per esplorare queste zone remote e misteriose che ci avrebbero donato una maggiore consapevolezza della Grande Madre Russia.

Partimmo dunque, accompagnati da una gentile guida locale che avrebbe curato tutti gli aspetti organizzativi e ci avrebbe fatto visitare alcune di queste che, inizialmente, pensavamo fossero poco più che villaggi mentre spesso ci trovammo in centri che oltrepassavano i seicentomila abitanti.

Il tempo non ci fu amico e attraversammo quella che doveva essere la suggestiva campagna russa sotto una pioggia battente e, forse anche per questo, non riuscimmo ad apprezzarne tutte le sue bellezze; ci appariva piuttosto come un’immensa, piatta distesa di pianure, intervallate a tratti da qualche dacia, le casette di campagna che erano l’unica nota di colore in quello squallore.

La prima tappa del viaggio fu il monastero di Sergiev Posad, ubicato a 70 km da Mosca, il principale luogo spirituale di tutta la Russia, meta di pellegrini alla ricerca di benedizioni. La guida locale ci mostrò rapidamente alcune delle presunte bellezze locali e poi si dilungò molto di più sull’aspetto religioso che, in quanto atei, non incontrò troppo il nostro interesse.

Le cupole a cipolla, di colore azzurro e dorato, dei vari edifici ci sembrarono non eccezionali dal punto di vista artistico, come un po’ tutto il complesso architettonico, forse perché abituati agli edifici religiosi nostrani. Ma pensammo che fosse semplicemente un modo diverso di concepire la religiosità, più spirituale e meno appariscente e pensammo che fosse da rispettare. Rimaneva il fatto che Sergiev Posad non lasciò un’impronta profonda ed indelebile nelle nostre menti e nei nostri cuori.

Nel corso del tour ci portarono a visitare anche altri centri come Kostroma e Sudzal, ma la città più significativa che vedemmo fu Yaroslav, famosa soprattutto perché dall’alto vi si può ammirare la confluenza del fiume Kotorosl con il maestoso Volga,

Quando giungemmo in questa città, avemmo la fortuna di avere la serata libera e potemmo aggirarci lungamente a piedi per strade e piazze, esplorando luoghi e soffermandoci in angoli che ci colpivano particolarmente.

Infatti, per la prima volta ci avevano convinto, immagino con l’inganno, che la Russia non era un posto sicuro e, soprattutto se non si conosceva la lingua, si poteva incorrere in spiacevoli sorprese. Così avevamo optato per un viaggio organizzato in luogo del solito “fai da te”.

Ci pentimmo amaramente di questa scelta e l’ulteriore riprova l’avemmo il giorno dopo quando la guida locale ci condusse a visitate luoghi che non ci sembrarono irrinunciabili, come per esempio il mercato locale, mentre nell’itinerario consigliato non c’era traccia degli scorci che avevamo scoperto la sera prima.

Parlando con la guida, potemmo comunque farci un’idea sulla mentalità dei sudditi di “Nostro Presidente”, come lo chiamavano loro.

Infatti la ragazza che ci accompagnava ci fece una lunga sviolinata sui valori religiosi che dovevano permeare tutta la società e dell’importanza della famiglia, nella quale la donna doveva praticare la virtù della pazienza per evitare che si potessero sfaldare i sacri vincoli coniugali. Concluse con l’elogio dell’uomo russo che, al contrario di quanto si possa pensare, non beve affatto perché non avrebbe tempo per farlo, essendo operoso in ogni parte della sua giornata per sostenere nel migliore dei modi la propria famiglia.

Arricchiti da questa magnifica scoperta, potemmo continuare il nostro viaggio, felici che fosse stata sfatata questa leggenda sull’uomo russo che butta giù vodka dalla mattina alla sera e muore di cirrosi a cinquant’anni.

Mark Twain- Contro i luoghi comuni

Conosciamo lo scrittore Mark Twain soprattutto come autore di romanzi come Tom Sawyer o Le avventure di Huckleberry Finn, dove fonde solidità narrativa, umorismo e critica sociale, e farà dire ad Hemingway che tutta la letteratura americana moderna discende in qualche modo da questa opera.

Lo scrittore americano ha scritto nel corso della sua lunga carriera anche moltissimi racconti umoristici e irriverenti che sferzano la società dell’epoca in cui viveva.

Contro i luoghi comuni è una raccolta di alcuni dei più significativi di questi scritti, che copre un arco temporale che va dal 1863 al 1895.

Le tematiche sono le più varie. E’ presente il ribaltamento delle storie edificanti dell’epoca, mediante l’ironica descrizione del ragazzo che si comporta secondo i precetti morali a cui non segue il lieto fine, come sempre accade nei libri; a cui si oppone la Storia del ragazzino cattivo che condusse una vita baciata dalla fortuna, il quale non ha nemmeno le giustificazioni tipiche del suo comportarsi male, come per esempio un’infanzia difficile o la madre malata, e non subisce mai punizioni per le sue malefatte.

Oppure c’è la demolizione del mito dell’America come terra di opportunità per tutti in Avventure d’un cinese in America, dove il razzismo nei confronti degli stranieri non permette neanche di provare a cominciare una nuova vita e un cittadino cinese, appena arrivato, finisce in carcere, senza alcuna colpa, solo perché nessuno è disposto a testimoniare in suo favore.

Nel brano che chiude la raccolta, Twain si dilunga su come costruire una storia umoristica, che considera un’opera d’arte, che solo un artista può raccontare e la contrappone alla storia comica e spiritosa che deve essere breve e arrivare subito al punto.

In questo libro possiamo apprezzare la grande verve ironica e di critica sociale dello scrittore americano, che con la sua arguzia rovescia i luoghi comuni e squarcia il velo di ipocrisia che ricopre la società, mostrandone le contraddizioni e le incoerenze.

S. KING – On writing

Tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero leggere On writing- Autobiografia di un mestiere di Stephen King, non perché tutto quello che viene detto in questo libro debba essere considerato oro colato, ma perché offre molti suggerimenti anche pratici sul suo lavoro, oltre a raccontare il suo cammino per arrivare al successo.

Il percorso di King non è stato certo semplice e per molti anni ha lavorato ai suoi racconti nei ritagli di tempo, mentre lavorava in lavanderia e cercando di far quadrare i conti in famiglia, collezionando nel frattempo una serie di rifiuti di pubblicazione che avrebbero fatto desistere molti.

Ma era sorretto da una grande ambizione, da passione e, afferma, un briciolo di talento; inoltre, la scrittura, anche se faticosa e senza uno sbocco immediato, lo faceva sentire bene.

All’inizio della sua autobiografia ricorda che da bambino copiava fedelmente le storie di giornalini che leggeva e un giorno la madre lo incoraggiò a scrivere qualcosa di suo. “A quell’idea provai una sensazione di immensa possibilità, come se mi fosse stato dato libero accesso a un gigantesco edificio pieno di porte chiuse e fossi stato autorizzato a spalancare quelle che preferivo; nel corso di una vita nessuno sarebbe riuscito ad aprirne così tante“

Stephen King afferma che parecchie persone possiedono almeno una scintilla di talento e la loro dote può essere potenziata e affinata. Per questo motivo ritiene che questo libro possa servire davvero a qualcuno. Lo scrittore non è un essere toccato dalla grazia della creazione, ma un lavoro duro che richiede preparazione e tantissima applicazione.

Per diventare scrittore bisogna leggere e scrivere molto. Dalle quattro alle sei ore al giorno, tutti i giorni, consiglia King. Leggere molto variando generi e stili permette di rendere familiare il processo creativo, capire cosa è banale e innovativo, ridurre le brutte figure quando scriviamo

Per scrivere ci vuole disciplina e costanza. King scrive praticamente tutti i giorni, altrimenti, afferma, le storie avvizziscono e i personaggi diventano piatti. Il suo obiettivo è di scrivere 2000 parole al giorno e non smette finché non raggiunge questo obiettivo. Sì chiude in una stanza ed elimina tutte le possibili fonti di distrazione: telefoni, televisioni, videogiochi; mette le tende alla finestra. Se si segue un programma rigoroso, arriva anche la giusta ispirazione.

Non esiste un supermercato delle storie. Le buone idee nascono dal nulla: due pensieri in precedenza disgiunti si uniscono insieme creando qualcosa di nuovo. Il vostro compito è quelle di riconoscerle quando si presentano, non andare a caccia di certe illuminazioni

Nella seconda parte del libro, King fornisce anche alcuni suggerimenti tecnici, come quello di usare i verbi alla forma attiva perché il soggetto deve avere la collocazione che merita. Inoltre l’uso del passivo denota un’esigenza di scrivere in maniera ricercata, tipico dello scrittore insicuro o alle prime armi.

Anche gli avverbi dovrebbero essere limitati, soprattutto nei dialoghi. Abusando degli avverbi, l’autore rivela che teme di esprimersi chiaramente, mentre così facendo rende la scrittura meno scorrevole.

Per quanto riguarda lo stile, si dilunga sull’importanza dei paragrafi che, a suo parere, sono importanti per l’aspetto, quasi quanto per il contenuto. Rappresentano una dichiarazione di intenti. Nella prosa descrittiva, possono e dovrebbero essere lineari e funzionali. Quelli ideali esordiscono con una frase che introduce l’argomento, seguita da altre che lo spiegano e lo sviluppano.

E’ molto importante la descrizione in uno scritto: una buona descrizione cattura i sensi del lettore, coinvolgendolo nella storia. Non è solo una questione di come ma di quanto. La lettura vi aiuterà nella prima, la scrittura nella seconda. È una cosa che si impara unicamente con la pratica. A King non piacciono le descrizioni troppo dettagliate, bisogna lasciare che il lettore completi con il suo vissuto. Così si sente più coinvolto e sarà meno probabile che chiuda il libro per dedicarsi ad altro.

Poi tratta l’argomento del dialogo, il quale dà la voce ai personaggi ed è fondamentale per definirne le caratteristiche. Con la narrazione potete parlare del vostro personaggio ma se gli stessi concetti li fate emergere attraverso un dialogo, il risultato sarà molto più efficace.

Infatti una delle regole cardine della scrittura è quella di mostrare, invece di raccontare. Scrivere buoni dialoghi è più questione di talento che di esercizio, ma si può migliorare stando il più possibile in mezzo alle persone e rendendo in maniera onesta e sincera quello che dicono

Le regole del dialogo valgono anche per la costruzione dei personaggi. Prestate attenzione al comportamento di chi avete intorno e non mentite su quanto visto.

Una volta costruiti dei buoni personaggi possiamo farli interagire tra loro in modo che le vicende quasi si sviluppino da soli. King non crede nella costruzione della trama prima di cominciare. Con una buona ambientazione e i giusti personaggi si possono creare storie convincenti senza una trama precostituita.

Dopo aver completato la prima stesura, consiglia di far trascorrere almeno sei settimane senza guardare il manoscritto in modo che ci diventi quasi estraneo. In tutto questo tempo, ovviamente il pensiero andrà spesso all’opera chiusa nel cassetto e sarete molto tentati di riprenderla in mano. Ma non bisogna cedere a questo impulso.

Quando finalmente riprenderemo il manoscritto, sarà necessario sfoltire di almeno il dieci per cento rispetto alla prima stesura. Una regola fondamentale è omettere le parole inutili.

Stephen King conclude con un inno alla bellezza della scrittura: “scrivere è magia, acqua di vita, al pari di qualsiasi attività creativa. L’acqua è gratis. Forza, bevete.”

Questo è uno di quei rari libri che si legge con grande facilità e piacevolezza ma che, allo stesso tempo, lascia dietro di sé tanti insegnamenti e concetti su cui riflettere.

Il viaggio- Mont Saint-Michel

Viaggiare significa allontanarsi dalla tediosa, ma spesso anche rassicurante, quotidianità ed esplorare posti nuovi, che possono essere incontaminati luoghi naturali ma anche affollate metropoli dove svettano imponenti grattacieli, capolavori dell’architettura moderna.

Nella nostra cultura, il viaggio per antonomasia è quello di Ulisse che, dopo la conquista di Troia, non torna a casa come gli altri principi greci, ma intraprende un itinerario di conoscenza, anche interiore, che lo porterà a stare lontano dalla sua terra per altri dieci anni.

Il suo viaggio non è una fuga dalle responsabilità o un desiderio di allontanarsi dalla sua isola natia, ma una profonda esigenza interiore di conoscere nuovi lembi di terra che sempre convive con la struggente nostalgia per la sua Itaca.

Successivamente viaggiare è stato spesso funzionale a qualche altra esigenza, come quella nel corso del Medioevo del pellegrinaggio, oppure il gran tour settecentesco che i colti aristocratici facevano per vistare le vestigia del passato, soprattutto in Italia dove le vestigia non sono mai mancate.

Forse solo con Vittorio Alfieri si riscopre il viaggio come insopprimibile bisogno interiore e il suo “forte sentire” lo possiamo comprendere bene nella sua autobiografia “La vita scritta da esso”, opera molto fruibile anche per i lettori contemporanei, nonostante il linguaggio settecentesco.

Al giorno d’oggi è difficile trovare qualcuno che non abbia esperienze di viaggi, ma ognuno le vive in maniera diversa, a secondo della sua sensibilità e al proprio vissuto.

Ora vi parlerò di una delle mie esperienze più significative, quella della visita in Normandia di Mont Saint-Michael, un luogo che galleggia tra mito e realtà.

Di primo mattino, dopo aver solcato chilometri e chilometri di suolo normanno, giunsi nei pressi dell’isolotto di Mont Saint-Michel, meta della mia escursione di quel giorno. La sua forma conica che spuntava dal mare scintillante mi era già apparsa molto tempo prima che arrivassi a destinazione e, pur da così lontano, mi procurò un’emozione intensa, come di qualcosa vagheggiato a lungo e che finalmente appare allo sguardo.

Lasciata l’auto, mi incamminai attraverso la passerella che da pochi anni collegava l’isolotto alla terra ferma. Per molto tempo, al suo posto c’era stata una brutta strada costruita su un terrapieno che impediva all’acqua di passare da una parte all’altra, provocando l’accumulo di sabbia che avrebbe provocato presto, in mancanza di un intervento, la perdita della caratteristica tipica dell’isola.

Intorno l’alta marea riempiva tutti gli spazi che gli erano consueti e dal mare veniva un vento sostenuto che sferzava il viso e la pelle delle braccia, che erano scoperte.

A mano a mano che procedevo, lo sguardo era sempre rivolto alla rocciosa collina sormontata dall’abbazia che, imponente, si approssimava sempre di più.

Entrai dalla porta della cittadina e mi ritrovai su una stradina affollatissima di turisti che si arrampicava, avvolgendo il colle, verso il punto più in alto. Ma né la presenza straripante di persone, né quella fitta di negozi di souvenir e posti dove mangiare, riuscivano a scalfire la magia di quell’ascesa che sembrava avere qualcosa di mistico.

Ogni tanto mi allontanavo dalla strada e mi affacciavo sul mare che circondava completamente l’isolotto in attesa di piccoli segnali che avvertivano di cambiamenti in corso.

Dopo aver contemplato il cielo e l’increspata distesa marina, guardando verso terra, cominciai a scorgere i primi segni di una secca che anticipavano il ritiro delle acque.

Continuai a salire fino a che non giunsi fino all’ingresso dell’abbazia di San Michele e, dopo aver dato un’ultima occhiata all’esterno, mi immersi nei grandi saloni dominati dalle possenti colonne romaniche e immaginai la vita che conducevano i monaci, lontano dai tumulti del mondo esterno, avvolti nel rassicurante abbraccio del silenzio.

L’isola nel corso della storia non era stata mai conquistata da chi veniva dal mare, proprio perché protetta dalla marea che si ritirava e avanzava così velocemente che era impossibile avvicinarla da navi nemiche.

Quando mi ritrovai all’aria aperta, fui sorpresa di scorgere ampie distese di secca nella zona più vicina alla costa. La marea si ritirava rapidamente e, dopo aver pranzato, mi resi conto che anche verso l’esterno, la pianura d’acqua aveva lasciato il posto ad una superficie limacciosa dove pesci poco accorti venivano cacciati facilmente dai gabbiani.

Oltre Mont Saint-Michel, sorgeva l’isolotto di Tombelaine che, quando la secca raggiungeva la sua massima espansione, poteva essere raggiunta a piedi, camminando a piedi nudi sulla distesa di fango.

Si racconta che talvolta in passato i pescatori, che si erano attardati nelle zone di secca, erano stati sorpresi dal ritorno della marea che saliva, così si diceva, al ritmo di cavalli al galoppo. Pare inoltre che siano presenti ancora oggi delle sabbie mobili e la gente del luogo sconsiglia di avventurarsi da soli, ma di andare sempre con una guida.

Nonostante queste raccomandazioni, erano diverse le persone che si erano incamminati verso l’isolotto di Tombelaine e anch’io, una volta scesa in basso, mi tolsi le scarpe, mi tirai su i pantaloni e cominciai ad avanzare verso il largo. Ma l’acqua, che cominciava da lontano a tornare sui suoi passi, mi indusse a tornare indietro dopo poche decine di metri dalla partenza.

Nel giro di poche ore tutta la baia sarebbe stata di nuovo coperta dal mare.

Come accadeva tutti i giorni. Da sempre.