John Steinbeck- Furore

“Furore” è stato pubblicato nel 1939 a New York ed è considerato il capolavoro dello scrittore americano, premio Nobel per la letteratura nel 1962.

La stesura del romanzo richiese a Steinbeck solo 5 mesi.

Lo spunto e i materiali per il romanzo Steinbeck li trasse da una serie di articoli pubblicati nell’ottobre 1936 nel San Francisco News, per documentare le condizioni di vita di una popolazione che, attratta da offerte di lavoro, a centinaia di migliaia, aveva abbandonato il Midwest per raggiungere la California.

Si trattava dei nuovi poveri, bianchi e protestanti, espropriati dalle banche delle loro fattorie, non più redditizie dopo che il cataclisma delle tempeste di polvere aveva disperso l’humus coltivabile.

Il romanzo narra le vicende della famiglia Load che, insieme ad altre migliaia di uomini e donne, è costretta a lasciare le terre che avevano coltivato per generazioni e cominciano un lungo viaggio verso quella che veniva presentata come una terra che offriva opportunità per tutti.

Un libro epico, capace di raccontare le storie dei contadini sfrattati dalla loro terra con una forza e una vividezza uniche;

ripercorrere il viaggio dalle terre riarse dell’Oklahoma, dove i piccoli coltivatori non riescono a ricavare il necessario dal loro lavoro e sono costretti prima ad indebitarsi e poi a lasciare le loro case e i loro campi alle banche creditrici.

Descrive la necessità di caricare tutto quello che hanno su un camion e partire verso la California che volantini distribuiti ovunque dipingono come la terra promessa con i suoi sconfinati frutteti dove abbonda il lavoro per tutti; per poi arrivare a destinazione, senza più un soldo da parte, e scoprire che in realtà le paghe sono da fame e gli affamati sono molto di più della disponibilità di lavoro perché i grandi proprietari hanno giocato proprio sulla sovrabbondanza di manodopera e lo sfruttamento di chi non sa come sfamarsi.

Un libro straordinario con pagine memorabili che raccontano senza retorica la miseria e la rabbia crescente di chi è disperato ma non perde la propria umanità ed è sempre pronto ad aiutare la povera gente che incontra, nonostante non abbia niente nemmeno per sé.

Una vicenda umana in cui sarebbe facile per i protagonisti abbandonarsi alla disperazione ma che, proprio nel momento in cui un’alluvione di proporzioni bibliche sembra spegnere gli ultimi residui di speranza, guidati dalla madre, ormai diventata il vero capo-famiglia, trovano la forza di non arrendersi e proseguire lungo il percorso della vita.

Raymond Carver- Cattedrale

Che cosa hanno di particolare i racconti di Carver?

In genere nei suoi racconti non succede nulla, perché le cose sono già accadute o stanno per accadere.

Prima di Raymond Carver, la letteratura si occupava sostanzialmente dei momenti topici della vita delle persone.

Ma, secondo lo scrittore americano, quando i fatti esplodono non sono poi così interessanti.

Non è l’esplosione a essere decisiva, ma il momento in cui è stata accesa la miccia. E questo momento può essere anche molto lontano nel tempo e forse, mentre accade, non sospettiamo che quell’avvenimento, apparentemente leggero e insignificante, potrà cambiare completamente la nostra vita.

Cattedrale, pubblicato nel 1983, è il suo libro più importante. In questi racconti è concentrata tutta l’energia che Carver aveva accumulato e dalla quale è scaturita ogni parola successiva.

Dopo aver consegnato il libro, Carver non ha lavorato per un bel po’ di tempo. E’ come se avesse detto tutto quello che aveva da dire in quel momento.

Carver applica la letteratura a quella parte quasi inconsistente che è la vita; e così davanti a noi, mentre leggiamo, c’è proprio la vita così com’è.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta è uno dei più significativi. All’inizio ci sono due personaggi che non sembrano avere molto in comune. Uno dei due deve accogliere in casa uno sconosciuto, per giunta cieco, ed entrambi sono insofferenti a questa situazione.

Ma nel racconto avviene un profondo cambiamento e nel breve arco della narrazione vediamo un sentimento di poca umanità trasformarsi in un sentimento profondamente umano, in modo semplice e sorprendente allo stesso tempo.

Un testo da leggere, come la raccolta a cui dà il nome.

Dante Alighieri, Purgatorio I, vv. 115-117

L’alba vinceva l’ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar della marina.

Parafrasi

L’alba soverchiava (=prevaleva su) l’ora mattutina (l’ultima ora della notte)

che fuggiva davanti (alla luce dell’alba), in modo tale che da lontano

riconobbi (=riuscii a distinguere) il tremolare del mare.

Commento

Dante e Virgilio, dopo aver concluso il viaggio nell’Inferno, si ritrovano sulla spiaggia ai piedi della montagna del Purgatorio.

Il sole non è ancora sorto e i due viandanti si trovano sulle rive dell’oceano, in un’isoletta dell’emisfero meridionale, dove secondo Dante si trova il Purgatorio.

A guardia del Purgatorio, Dante mette Catone l’Uticense, un uomo il cui aspetto genera subito riverenza (grande rispetto). Catone fu tenace difensore degli ideali repubblicani nella Roma del I secolo avanti Cristo. Per questo si oppose fino alla fine a Cesare e, quando capì che non poteva fare più nulla, si tolse la vita in Utica, nel Nord Africa.

Catone chiede a Dante e Virgilio come hanno fatto a risalire l’Inferno ed essere approdati alle porte del Purgatorio.

Virgilio lo rassicura dicendo che hanno intrapreso questo viaggio per l’intervento di una donna (Beatrice) che è discesa dal cielo, quindi il loro andare non è contro la volontà divina.

Catone allora dice loro che si devono purificare prima di proseguire il viaggio. Li indirizza verso la spiaggia dove Virgilio dovrà lavare il viso di Dante con la rugiada e cingere i suoi fianchi con un giunco, pianta simbolo di umiltà.

E dove Virgilio strappa un giunco, subito ne nasce un altro.

I versi riportati sopra si riferiscono al momento in cui la luce dell’alba prevale sull’ultima ora della notte (l’ora mattutina della preghiera del breviario) per cui, quasi come un prodigio, da lontano Dante riconosce, alla luce nascente, il tremolare del mare.

Una terzina che rimane scolpita nella memoria del lettore del Sommo Poeta.

Paolo Rumiz- Trans Europa Express- Il racconto di un viaggio

Questo libro è il racconto di un viaggio che l’autore fa inseguendo l’idea di un confine, in un’Europa che, con l’avanzare omologante dell’Unione Europa, sembra aver smarrito questo concetto.

Non è un caso che la spinta ad intraprendere tale itinerario nasca per lui, che è di Trieste, quando il confine con la Slovenia viene abbattuto con l’ingresso dello stato balcanico nell’area Schengen nel 2007.

Da allora Rumiz, giornalista e scrittore di viaggi, si chiede dove poter trovare ancora una frontiera all’interno del nostro continente e concepisce un viaggio che vada dall’estremo nord, al confine tra Finlandia e Russia fino ad Odessa, sul Mar Nero.

Nell’arco di 33 giorni passa dai paesaggi ghiacciati intorno a Murmansk, la città più grande al mondo a nord del Circolo Polare, inondati dalla luce abbacinante dell’estate artica, al caldo afoso della città ucraina permeata da una luce calda quasi asiatica.

Nonostante sia reduce da una frattura ad un piede, sceglie di viaggiare solo con mezzi pubblici: treni, autobus, traghetti, chiatte e anche in autostop perché ritiene sia l’unico modo per conoscere davvero i luoghi e le persone che vi abitano.

Accompagnato da una fotografa che gli fa anche da traduttrice, Rumiz compie un viaggio verticale saltando dentro e fuori dal confine tra Unione Europea e Russia, tenendosi lontano dagli itinerari turistici e portandosi dietro il minimo indispensabile.

Egli scrive:

In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa”

E ancora:

Dalla Norvegia in giù non ho trovato nazioni, solo un lento trascolorare che ignorava le frontiere e le loro ridicolo sbarre. Polacchi in Ucraina, ebrei in Bielorussia […]. Sulla frontiera la gente mi spiazzava sempre, non confermava mai i cliché.”

È a est della frontiera, tra i popoli slavi, che Rumiz trova un senso di fratellanza più profondo, accoglienza a voglia di comunicare. Paesaggi primordiali e più luoghi dell’anima. Chilometro dopo chilometro, popolo dopo popolo ha la sensazione sempre più forte di non trovarsi alla periferia dell’Europa, ma nel cuore stesso di un Europa non ancora contaminato.

In questo viaggio l’autore del libro ritrova il piacere autentico di viaggiare, senza itinerari prestabiliti e guide turistiche a seguito.

…forse i viaggi che riescono meglio sono quelli che non si fanno in tempo a preparare. Quelli che si affrontano senza una zavorra di libri. In leggerezza. Portandosi dietro nient’altro che l’esperienza dei nomadismi precedenti”

E giunto alla fine del viaggio è così saturo di esperienze e arricchito da incontri umani e luoghi che non sa se sarà in grado di riprodurlo completamente in un libro.

Non sappiamo se è riuscito a restituirci tutto, ma sicuramente ha restituito molto.

Dario Bressanini “Pane e bugie”

Dario Bressanini è un chimico e divulgatore scientifico che ha scritto libri di grande successo sui falsi miti dell’alimentazione molto diffusi al giorno d’oggi. Ha anche un profilo Facebook e un canale You Tube sul quale posta video di divulgazione scientifica su argomenti a lui congeniali.

Com’è sua abitudine, l’autore contrappone il rigore della scienza e dei fatti dimostrati ad una serie di leggende metropolitane sugli alimenti fondate su approssimazione ed emotività che contribuiscono alla loro diffusione sia su Internet che sugli altri media.
Tutti abbiamo sentito parlare, e forse abbiamo creduto, al fatto che lo zucchero è bianco perché raffinato da sostanze velenose, mentre quello di canna sarebbe più salutare perché meno trattato; oppure che glutammato, molto usato nella cucina cinese, fa male alla salute, ma nessuno dice che anche il nostro corpo lo produce ed è presente in gran quantità anche nell’italianissimo Parmigiano Reggiano.
L’autore inoltre ci fa riflettere sul fatto che i prodotti biologici contengano meno pesticidi di quelli convenzionali ma l’agricoltura biologica ha in genere una resa minore e non sarebbe in grado di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita, se non aumentando le aree coltivate e impattando ancora di più sull’ambiente e sulla biodiversità tanto decantata dagli ambientalisti.
Bressanini fa presente poi che fare buona scienza è difficile e molte ricerche scientifiche finiscono sui media, sempre in cerca di notizie sensazionalistiche, ancora prima che vengano sottoposte alla revisione dei pari che verificano l’attendibilità dell’iter seguito per arrivare al risultato ottenuto.
Un esempio per tutti è quello della ricerca sull’omeopatia su cui sono stati fatti migliaia di studi, di cui molti ne sostengono la validità. Ma se si vanno ad analizzare quelli che seguono un rigoroso metodo scientifico, solo alcune si possono ritenere valide e queste affermano che gli effetti dell’omeopatia si possono paragonare a quelli di un comune placebo.
Questo testo è un pozzo di informazioni che difficilmente si trovano sui comuni mezzi di comunicazione e soprattutto ci guida ad analizzare le varie questioni da diversi punti di vista. Solo così saremmo in grado di capire veramente ciò che ci circonda e potremmo fare scelte consapevoli e razionali.

Bressanini ci mostra la realtà da un punto di vista diverso rispetto alle informazioni da cui siamo travolti quotidianamente e contribuisce alla formazione dello spirito critico. Si può anche non essere d’accordo su alcune sue argomentazioni, ma i suoi libri ci aiutano a crescere.

Il mito (in parole semplici)

Tutte le civiltà del mondo antico hanno creato racconti mitici per spiegare le origini del mondo e dei fenomeni naturali.

Nei miti si cercò di dare spiegazioni a fenomeni come la presenza del sole, i fulmini, i terremoti, ecc.

Questi racconti per molti secoli furono tramandati a voce, quindi solo con la parola.

Solo dopo furono messi per scritto.

Tutti le civiltà possiedono i propri miti.

La mitologia più vicina a noi, che ha influenzato la nostra cultura, è quella greca.

I luoghi in cui si svolgono i miti sono per lo più immaginari e fantastici.

Anche quando si descrive un luogo terrestre conosciuto, come il mare, le montagne, in realtà è sempre immerso in uno scenario magico o fantastico.

Il tempo in cui si svolgono i fatti appartiene ad un passato remoto e indeterminato. L’assenza di riferimenti temporali precisi conferisce al racconto mitico un valore solenne e senza tempo.

I personaggi che popolano i miti sono fantastici.

Sono esseri sovrannaturali (divinità, spiriti, mostri) con poteri straordinari; oppure essere umani dotati di poteri eccezionali, eroi che per le loro doti assomigliano più agli dei che agli uomini.

La lingua del mito. I miti in origine venivano soprattutto raccontati a voce. Quindi il linguaggio doveva essere semplice e comprensibile a tutti.

I miti degli dei

Nell’antichità classica, i miti hanno come protagonisti soprattutto gli dei.

Gli antichi Greci erano politeisti, adoravano cioè molti dei.

Nei racconti mitici gli dei intervenivano nelle vicende umane per favorire o ostacolare un eroe o un’intera città.

Gli dei che popolano i miti antichi sono belli, giovani e dotati di poteri straordinari.

Ma sono anche volubili (che cambiano spesso umore), litigiosi e vendicativi.

Gli dei non risiedevano sulla terra ma sull’Olimpo, un monte sempre coperto dalle nubi.

Tra gli dei più importanti dell’antica Grecia c’era Zeus che era il capo di tutti gli dei e tutti gli dovevano obbedire.

Le sue armi erano il tuono e il fulmine con i quali poteva scatenare le tempeste.

Ebbe molti amori, con dee e donne mortali, e per questo motivo entrò in contrasto con la sua sposa Era, molto gelosa.

Era era la regina di tutti gli dei e sposa di Zeus.

Era considerata regina del matrimonio e protettrice delle donne.

Atena era considerata protettrice della città greca di Atene, da cui prende il nome.

Era una delle divinità più importanti, era la dea del sapere e di tutte le arti, soprattutto dell’agricoltura e la tessitura.

Atena veniva considerata una divinità guerriera, per questo era raffigurata con elmo, lancia, scudo e armatura.

Apollo era figlio di Zeus e fratello gemello di Artemide. I poteri che gli venivano attribuiti erano molti. Era il dio che puniva ma che anche allontanava il male. Era il dio del canto, della poesia e della musica, era il dio del Sole.

Artemide era la sorella gemella di Apollo. Era rappresentata armata con arco e frecce ed era la dea della caccia.

Afrodite era la dea dell’amore e della bellezza.

Poseidone era fratello di Zeus e dio del mare.

I miti degli eroi

I miti degli eroi sono antichi come quelli degli dei.

I miti degli eroi narrano storie di uomini dotati di straordinaria forza, astuzia, bellezza.

Grazie a queste doti che li rendevano simili agli dei, gli eroi compivano imprese eccezionali.

Spesso l’eroe era figlio di una divinità dalla quale riceveva aiuto e protezione.

Tra gli eroi più famosi degli antichi miti greci ricordiamo:

-Eracle (chiamato anche Ercole) che aveva una forza sovrumana.

-Teseo che entrò nel labirinto di Creta e uccise il Minotauro.

-Perseo che uccise la medusa, mostro dai capelli fatti di serpente.

I miti delle metamorfosi

I miti delle metamorfosi hanno come tema del racconto una trasformazione, cioè il cambiamento esterno di divinità o essere umani.

La metamorfosi può avvenire per diversi motivi:

– può essere un premio che le divinità concedono agli esseri umani per rendere migliore la loro vita

– o una punizione per punirli di qualcosa.

I miti della metamorfosi sono spesso utilizzati per spiegare l’origine di piante, fiori o luoghi particolari.

I miti della metamorfosi contengono anche un insegnamento morale: l’invito agli umani a seguire una serie di regole per evitare di essere trasformati dagli dei come punizione di qualcosa che hanno fatto di sbagliato.

Ercole e il leone di NEMEA

Ercole era un uomo molto forzuto e dalla corporatura massiccia.

Un giorno arrivò nella città di Nemea per affrontare un pericoloso leone che viveva lì vicino e aveva già ucciso molte persone.

Il leone era difficile da uccidere perché spade e frecce rimbalzavano sulla sua pelle.

Ercole arrivò davanti alla caverna dove viveva il leone. Sul terreno c’erano i resti di bianche ossa.

Il leone balzò fuori dalla sua caverna e si lanciò su Ercole.

Ercole afferrò la belva, la sollevò e la scagliò a terra. Poi le spezzò il collo a mani nude, uccidendola senza usare armi.

Poi Ercole fece un mantello con la pelle del leone e se lo mise sulle spalle.

Apollo e Dafne

Dafne era una ninfa molto bella ed era figlia di un dio fluviale.

Crebbe in una foresta e passava il tempo a nuotare nei fiumi e a passeggiare tra gli alberi.

Un giorno un uomo arrivò sulla sponda del fiume dove era seduta.

Dafne non aveva mia visto un uomo e lo guardò incuriosita.

L’uomo subito fu colpito dalla bellezza di Dafne e la prese per un braccio. Ma lei si spaventò e scappò via.

Anche quando incontrò altri uomini, la reazione di Dafne fu la solita. Decise allora di stare lontana da tutti gli uomini.

Un giorno il giovane dio Apollo scorse Dafne tra gli alberi e si avvicinò.

Dafne cominciò a scappare senza sapere che quello era il dio Apollo e pensando che fosse uguale a tutti gli altri uomini che aveva incontrato.

Apollo la inseguì cercando di farle cambiare idea ma lei continuava a correre.

Arrivò al fiume e scongiurò il padre, che era una divinità fluviale, di trasformarla in qualcosa che la avrebbe messa in salvo dagli uomini.

Il mormorio del padre diventò più forte e Dafne sentì una grande pesantezza alle gambe.

Vide che i piedi erano diventati radici di albero e che una corteccia le stava ricoprendo i fianchi.

Dafne allungo le braccia verso Apollo ma queste si stavano trasformando in rami e le dita in foglie.

Dafne si era trasformata in un albero di alloro.

Apollo la guardò con grande tristezza ma chiese di poter fare una corona con le fronde dell’albero e di metterla in testa.

I rami più alti dell’albero si agitarono come per dire sì.

Aracne

La dea Atena era convinta che non ci fosse nessuno al mondo brava come lei nella tessitura.

In Lidia viveva una fanciulla di nome Aracne non troppo gentile e cortese ma che sapeva tessere molto bene.

Al contrario delle altre tessitrici, Aracne non aveva mai pensato che la sua abilità fosse dovuta ad un dono degli dei.

Atena venne a conoscenza della bravura e della presunzione della ragazza e volle metterla alla prova. Si trasformò in una vecchia e andò a casa sua.

Aracne accolse la vecchia in maniera fredda ribadendo che la sua abilità era solo frutto del suo lavoro e che era pronta a sfidare Atena anche subito.

Atena si arrabbiò molto e assunse di nuovo le sue sembianze. Cominciarono una gara di tessitura che durò molti giorni.

Gli dei furono chiamati a giudicare.

La tela di Atene raffigurava gli dei dell’Olimpo con le loro caratteristiche migliori.

La tela di Aracne raffigurava anch’essa gli dei ma con tutti i loro difetti.

Atena non poté resistere a questa mancanza di rispetto e si scagliò sul lavoro di Aracne facendola a pezzetti.

Aracne capì allora che non poteva competere con gli dei e andò verso il bosco per cercare di impiccarsi.

Ma Atena la salvò dalla morte per trasformarla in un ragno. Da quel momento continuò a tessere le sue tele, che gli uomini distruggevano come aveva fatto Atena.

N.N. Taleb “Il cigno nero”

Il “Cigno nero” è un saggio pubblicato per la prima volta nel 2007 dal filosofo ed ex-trader libanese Nassim Nicholas Taleb che per tutta la vita si è dedicato alle scienze dell’incertezza.

In breve tempo questo testo è diventato uno dei più letti e commentati ed è considerato uno dei libri che più hanno influito sul pensiero degli ultimi decenni.

Secondo il suo autore il Cigno nero è un evento che possiede le tre caratteristiche seguenti.

In primo luogo è un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative.

In secondo luogo ha un impatto enorme.

In terzo luogo, nonostante il suo carattere di evento inaspettato, la natura umana ci spinge ad elaborare a posteriori giustificazioni della sua comparsa.

Fa parte della nostra natura cercare di trovare una spiegazione a quel che accade, specialmente se ha un impatto smisurato. Trovare un nesso tra due eventi è rassicurante e ci dà l’illusione di avere il controllo sul flusso degli avvenimenti sia storici che personali.

Secondo Taleb però la storia non è una successione di eventi concatenati tra di loro secondo una logica di causa ed effetto, ma procede a scatti, seguendo procedimenti casuali più che causali.

Nei libri di scuola tutti noi abbiamo imparato che la Prima Guerra Mondiale è stata la conseguenza ovvia e inevitabile di processi che erano iniziati decenni prima, come per esempio le tensioni crescenti tra i vari stati, il nazionalismo diffuso e le tendenze imperialiste di alcuni.

In realtà nel 1914, alla vigilia dello scoppio della guerra, nessuno si aspettava davvero un conflitto, sia perché gli attriti tra stati sembravano comunque sanabili con interventi diplomatici sia perché i vari sovrani europei erano tutti o quasi imparentati tra di loro.

Secondo Taleb, sono gli storici che con il loro intervento delineano a posteriori i rapporti di causa ed effetto tra gli avvenimenti che nella realtà non ci sono.

Ovviamente questo non vale solo per la storia ma per tutti i campi del sapere e spesso anche per la nostra vita personale.

Il problema è che sembra che tutti si comportino come se il Cigno nero, essendo un evento raro e imprevedibile, non esistesse.

Tutti noi siamo portati a concentrarci sui dettagli, invece che sul quadro generale. Invece è facile comprendere che la vita è l’effetto cumulativo di pochi scossoni rilevanti.

Molti Cigni neri sono causati ed ingigantiti proprio dal fatto che sono imprevisti.

Pensiamo all’attacco terroristico dell’11 settembre. Se il rischio fosse stato preso in considerazione nei giorni precedenti, l’attacco non sarebbe mai avvenuto.

Non è strano che si verifichi un evento proprio perché non lo abbiamo previsto.

Pensiamo allo tsunami del 2004. Se fosse stato previsto, si sarebbero prese delle contromisure per limitarne i danni. Non si poteva evitare, ma contenere sì.

Noi agiamo come se fossimo in grado di prevedere eventi storici. I nostri errori nella previsione di eventi politici ed economici sono spesso giganteschi, ma continuiamo a pretendere di fare previsioni basandoci su avvenimenti del passato, come se questo bastasse per prevedere quelli futuri.

Non ci rendiamo conto che siamo in balia degli eventi rari, che possono travolgerci come un maremoto mentre conduciamo la nostra vita di tutti i giorni.

Dobbiamo accettare l’esistenza dei Cigni neri, invece di cercare ingenuamente di prevederli.

Focalizzandoci su ciò che non sappiamo, invece che su quello che conosciamo, potremmo collezionare Cigni neri fortunati aumentando al massimo l’esposizione ad essi. Bisogna essere attenti a cogliere tutte le opportunità che la vita ci riserva. Spesso non è scontato che ciò che accada.

Contrariamente a ciò che sostengono le scienze sociali, quasi nessuna scoperta o tecnologia di rilievo è nata dalla progettazione e dalla pianificazione. La scoperta della ruota, quella della penicillina e il successo di Google sono solo alcuni esempi che si possono fare.

Questi si possono considerare Cigni neri positivi. In alcuni casi, come in quello di Google, i loro creatori sono stati travolti da un successo, sia economico che di popolarità, inaspettato e fuori scala.

Ma come facciamo ad affrontare il Cigno nero?

Il mondo è dominato da ciò che è sconosciuto e molto improbabile (secondo la nostra conoscenza attuale), mentre noi continuiamo a concentrarci su ciò che è conosciuto e ripetuto.

Questo implica la necessità di utilizzare l’evento estremo come punto di partenza, non come un eccezione da nascondere sotto il tappeto.

Le probabilità degli eventi rari non sono calcolabili; è molto più facile constatare l’effetto che tali eventi hanno su di noi. Non conosco le probabilità di un terremoto, ma mi posso concentrare sulle conseguenze. Non dobbiamo far altro che limitare gli effetti di tale evento potenzialmente catastrofico, per esempio costruendo edifici adatti.

Secondo Popper, uno dei punti di riferimento di Taleb, per prevedere ciò che accadrà è necessario conoscere le tecnologie che saranno scoperte in futuro, ma se tale conoscenza ci permetterebbe di svilupparle subito. Quindi non sappiamo quel che sapremo.

Dobbiamo quindi concentrarci su come evitare o limitare gli effetti negativi e potenzialmente catastrofici del Cigno nero.

Ma gli esseri umani non sembrano ancora aver imparato bene la lezione.

Gli avvenimenti degli ultimi mesi lo dimostrano in modo evidente.

Il genitore uditore

Con l’affermarsi della didattica a distanza, resasi necessaria dalla forzata chiusura delle scuole, una nuova figura si è affacciata nel mondo della scuola: quella del genitore uditore.

All’inizio, tale personaggio era talmente discreto che quasi nessun docente riusciva a notarlo, fuori dal campo d’azione della telecamera che incorniciava, se andava bene, l’assonnato figlio.

Con il tempo il genitore ha cominciato a disseminare qua e là qualche segno della sua presenza, che si concretizzava soprattutto sotto forma di una vocina sussurrata che aveva l’evidente scopo di suggerire qualcosa all’alunno non del tutto preparato.

Non sapendo come gestire questa situazione inedita, senza tirare le orecchie ai padri o, più spesso, alle madri indisciplinati, davanti a tutta la classe collegata alla lezione, l’insegnante di turno cercava di trovare formule eufemistiche per apostrofare l’alunno come: “cerca di ragionarci da solo”, oppure “ci puoi arrivare senza l’aiuto di nessuno” o altre locuzioni di questo tipo.

Se il genitore di turno era abbastanza perspicace, si chiudeva in un avvilito silenzio e magari arrivava a lasciare la stanza del figlio. Più spesso però accadeva che questi richiami risultassero non abbastanza efficaci per contrastare la faccia tosta del genitore suggeritore che continuava come se niente fosse.

Nei casi più severi, il docente, esasperato dalla presenza costante dello sgradito parlottìo, procedeva alla convocazione a distanza del genitore in questione che, a seconda del suo temperamento poteva o rigettare ogni accusa, affermando che in realtà non aiutava il figlio ma stava lavorando ad una postazione vicina o sentirsi offeso in quanto, a suo dire, stava solo seguendo nello studio il suo pargoletto, come non capita spesso al giorno d’oggi. In quest’ultimo caso, talvolta arrivavano a consigliare agli insegnanti di rivolgere la loro fastidiosa attenzione alle famiglie poco presenti, non a quelle che si facevano in quattro per i loro ragazzi.

Più raro il caso in cui il genitore uditore comprendeva di aver sbagliato e si scusava.

L’insegnante reazionario

Nonostante decenni di studi pedagogici, teorie psicologiche e riforme scolastiche finalizzate a svecchiare la didattica tradizionale e a mettere al centro dell’apprendimento l’alunno stesso, cercando di promuovere lo sviluppo della sua personalità e a metterlo in condizione di crescere tenendo in considerazione le sue difficoltà e fragilità, possiamo ancora imbatterci in una fauna di insegnanti attaccati, come cozze allo scoglio, alla loro idea di scuola ferma al dopoguerra.

Alcuni esemplari di questa specie in via d’estinzione camminano impettiti e vestiti di tutto punto in licei prestigiosi, oppure lavorano da quarant’anni in scuole sperdute in paesi remoti, mai raggiunti da correnti innovative.

Questi, forti, della loro autorità che non cambierebbero mai con l’autorevolezza, si permettono di prendere in considerazione solo gli allievi abbastanza intelligenti e preparati in grado di seguire pedissequamente ogni loro atto, scoraggiando i contributi personali dei ragazzi, visti solo come fastidiose interruzioni della loro lectio che considerano perfetta così com’è.

Se qualche alunno, fornito di particolare sfacciataggine, continuasse a fare interventi a sproposito o a mettere in dubbio qualcuna delle sue parole, finirebbe irrimediabilmente nella lista nera e sarebbe interrogato tutti i giorni con modalità tali che nessuna preparazione a casa potrebbe essere adeguata al raggiungimento anche solo della sufficienza.

Anche i genitori che al giorno d’oggi non si fanno problemi a coalizzarsi contro i docenti dei figli anche per motivi molto meno rilevanti, non troveranno il coraggio di prendere iniziative concrete nei confronti dell’insegnante reazionario-autoritario. I loro tentativi risulterebbero molto timidi e poco incisivi e verrebbero fagocitati rapidamente dal terribile docente che partirebbe al contrattacco, magari accusando loro stessi della maleducazione e incapacità dei figli.

Tra le azioni riprovevoli attribuiti a tali individui potrei citare insegnanti che strappano davanti a tutta la classe i compiti giudicati impresentabili e depositano, con parole di disprezzo, quel che resta nel cestino dei rifiuti; invito esplicito a dedicarsi ad un altro tipo di scuola, visto che l’alunno in questione non è palesemente all’altezza di quella dove insegna lui; sbattere fuori dalla classe, con alte grida o con voce gelida, non solo quelli che hanno parlato senza permesso ma anche coloro i quali si erano distratti un attimo e forse avevano perso qualcuna delle sue preziose parole; umiliazioni davanti a tutti i compagni di ragazzi che non hanno risposto correttamente a tutte le loro domande con parole che non vanno a rinforzare l’autostima del discente né la sua motivazione allo studio; rifiuto di qualsiasi tipo di didattica diversa dalla sua e malcelato disprezzo verso i colleghi che adottano altre modalità di insegnamento ree, secondo lui, di rammollire le nuove generazioni e renderle inette.

Per fortuna comunque l’insegnante reazionario portato alle sue estreme conseguenze è sempre più raro e quasi sempre molto vicino alla pensione. Auspichiamo, per il bene di tutti, che vengano considerati estinti nel giro di pochi anni.

L’alunno indistinto

Con la chiusura delle scuole e l’introduzione della didattica a distanza, il concetto di alunno nell’immaginario del docente si è arricchito di nuove tonalità.

Abituati alla dicotomia presente-assente della scuola in carne ed ossa, gli insegnanti si sono trovati più di una volta davanti a situazioni un po’ più sfumate che hanno dato vita a una serie di stadi intermedi che non avevano mai sperimentato prima.

Così, specialmente nei primi tempi, ma anche dopo a dir la verità, c’era sempre qualcuno che, nonostante le indicazioni tecniche, i video-tutorial, le spiegazioni personalizzate, smarrivano il codice per accedere alla lezione e vagavano tra le stanze della scuola virtuale senza riuscire ad imboccare la porta della propria classe.

Ogni tanto qualche compagno caritatevole andava loro in soccorso facendogli pervenire l’imperscrutabile stringa alfanumerica che rappresentava la chiave di accesso all’aula. Quando lo veniva a sapere era l’insegnante che provvedeva a raccogliere la smarrita pecorella e riportarla all’ovile, fornendogli nuovamente il link di accesso tramite un nuovo invito.

A volte poteva verificarsi la contingenza dell’aspirante discente che era presente nella lista dei collegati alla riunione-lezione ma che non rispondeva a nessuna sollecitazione uditiva, né tanto meno si faceva vedere. Dopo molti tentativi e suggerimenti, tra cui quello classico di entrare e uscire dall’incontro o di concedere alla piattaforma il permesso di usare il microfono e la telecamera, si riusciva a risolvere non tutti ma buona parte dei problemi di questo tipo.

Poteva anche accadere che fosse l’insegnante ad essere poco raggiungibile o visivamente o a livello uditivo, oppure il precario collegamento lo costringeva ad uscire involontariamente dalla lezione lasciando i ragazzi a chiedersi cosa fosse successo.

Infine c’erano le difficoltà non riconducibili direttamente a problemi tecnici ma frutto di strategie di evitamento che gli alunni sono sempre pronti a mettere in campo per sfuggire a interrogazioni o a controlli dei compiti a casa. Così alcuni che, fino alla lezione precedente, parlavano e rispondevano senza problemi, quando venivano interpellati dal docente inquisitore si chiudevano in un mutismo selettivo, facendo sapere dopo qualche minuto attraverso la chat che avevano provato a parlare ma che probabilmente nessuno li aveva sentiti.

L’ultima casistica che riporto, ma l’elenco è lungi dall’essere completo, riguarda gli alunni che riescono a collegarsi alla lezione, rispondono presente all’appello ma poi si imboscano dietro la telecamera spenta. Facendo controlli a campione tra questi, ogni tanto si riscontrano casi di ragazzi che vengono richiamati sia in chat che a voce ma che a più riprese non rispondono.

A questo punto il dubbio che non si trovino più davanti al computer ma in altre aree della loro abitazione diventa una certezza e vengono messi assenti.